Halima e la sua vita dopo le fiamme nel campo profughi di Kutupalong

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Halima Kutupalong

L’incendio che ha separato Halima dal marito e dai figli ha dilaniato un’ampia area di Kutupalong, il campo profughi più grande del mondo, che a Cox’s Bazar, in Bangladesh, ospita oltre 700.000 rifugiati Rohingya provenienti dal Myanmar.

Quando si è spento nelle prime ore della mattina dopo, il fuoco aveva aggredito oltre 9.500 capanne, oltre a centri sanitari, punti di distribuzione e centri di apprendimento, lasciando circa 45.000 rifugiati senza un tetto sopra le loro teste.

Quattro giorni dopo, 11 rifugiati sono stati confermati morti ma più di 300 sono ancora dispersi e dozzine di bambini rimangono separati dalle loro famiglie.

Halima, una donna di 37 anni, era all’interno del suo rifugio nel campo di Kutupalong con i suoi cinque bambini piccoli quando ha sentito il richiamo delle persone che le urlavano di fuggire.

“Quando sono uscita, ho visto il fuoco che veniva verso di noi”, ha raccontato ai funzionari dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Halima è rimasta paralizzata dalla paura e dall’indecisione, ma quando i suoi figli hanno iniziato a piangere e urlare, li ha afferrati e ha iniziato a correre.

“Li ho trasportati più che potevo, ma come sarei stata in grado di correre con quattro bambini tutti insieme?”

Così ha detto a quattro dei suoi figli di aspettarla mentre è tornata sui suoi passi in fretta al loro rifugio con il più giovane per cercare di recuperare alcune cose.

“Quando sono tornata, la mia casa era in fiamme. Ho provato a prendere alcune cose che teniamo in un baule, ma era troppo pesante da trasportare insieme a mio figlio”.

Perciò ha abbandonato il baule ed tornata di corsa dagli altri suoi figli. Tuttavia non si vedevano da nessuna parte. Il suo spavento non si può neanche immaginare.

“Mi sentivo come se il mio mondo stesse andando in frantumi, mentre guardavo tutte le persone che urlavano e correvano avanti e indietro. Non sapevo dove fosse mio marito, avevo perso i miei quattro figli e la mia casa era in fiamme”.

Halima alla fine ha trovato uno dei suoi figli con la suocera della figlia maggiore e poi ha rintracciato suo marito. Due giorni dopo ha sentito i nomi di due dei suoi figli annunciati tramite un altoparlante e si è riunita con loro. Ma uno dei suoi piccoli non è stato ancora trovato.

“Non ho altro desiderio che trovare mio figlio e poi iniziare una nuova vita”, ha dichiarato.

Nei giorni successivi all’incendio, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, insieme alle autorità del Bangladesh, all’OIM e ad altre agenzie umanitarie, ha aiutato decine di migliaia di rifugiati a iniziare il doloroso processo di ricostruzione delle loro vite.

Alcuni degli sfollati a causa dell’incendio si sono stipati in rifugi con i parenti, mentre altri sono ospitati in alloggi temporanei di emergenza fino a quando le loro case non potranno essere ricostruite. L’Alto commissariato ha distribuito beni essenziali come coperte, utensili da cucina e lampade mentre il Programma alimentare mondiale ha fornito pasti caldi. Sono state inoltre allestite latrine di emergenza e punti ristoro e squadre mediche mobili stanno curando i rifugiati con ustioni.

La portavoce delle Nazioni Unite a Cox’s Bazar, Louise Donovan, ha affermato che una delle maggiori esigenze è stata la fornitura di pronto soccorso psicologico ai rifugiati, molti dei quali avevano già subito traumi quando sono stati costretti a fuggire dal Myanmar nel 2017.

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