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Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali, 1 bambina su 5 è vittima

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Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali

Sono bambine, a volte hanno solo tre anni, piccole donne costrette a subire il taglio, la violenza, della mutilazione genitali.
Prima dei dieci anni, comunque, tutte le femmine vengono sottoposte a questa tortura, spesso proprio sono le madri ad imporlo per purificare le bambine.

 
Una pratica diffusa in Africa, in alcuni Paesi arabi e asiatici, nonché tra le comunità di immigrati in Europa e negli Stati Uniti.
Le Nazioni unite stimano che circa 130 milioni di donne e ragazze sono state oggetto di mutilazioni genitali e altri 2 milioni ogni anno sono esposte a questo rischio (5500 al giorno). La maggior parte degli interventi, rivela l’ONU, sono praticati da personale non medico, il che fa aumentare il rischio di infezioni e decessi.
Da qui nasce la Giornata contro le mutilazioni genitali femminili promossa da un’iniziativa congiunta dell’Unione europea e delle Nazioni Unite.
Il Comitato Inter-Africano sulle pratiche tradizionali che riguardano le donne e i bambini, ha iniziato a celebrare questa giornata già nel 2003 e in seguito anche le Nazioni Unite l’hanno richiamata in una propria risoluzione.
Sono 130 milioni le ragazze e donne che hanno subito mutilazioni genitali femminili in quasi 30 Paesi in Africa e in Medio Oriente, 3 milioni di bambine sono a rischio ogni anno. Il dato arriva dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo la quale si registrano casi anche in Europa, Australia, Canada e Stati Uniti.
In alcuni paesi, come l’Egitto, il Sudan o la Somalia, le donne tra i 15-49 anni sottoposte a queste pratiche superano il 90%. In generale, una ricerca dell’Unicef ha stabilito che 1 bambina su 5 ne è vittima.
Le mutilazioni genitali femminili sono considerate una tradizione in alcuni popoli dell’Africa Sahariana, specialmente del Corno d’Africa. Le popolazioni locali le ritengono un gesto di purificazione della donna. Non sono un atto religioso, o meglio non sono legate alla religione musulmana.
Le complicazioni sono gravi e molteplici, molto pesanti sul lato psicologico ma anche fisico, specialmente per le bambine cresciute in paesi occidentali e che tornano nel paese di origine dei genitori solo per questa “operazione”.
A breve termine possono provocare shock neurogenici, emorragici e infezioni generalizzate, soprattutto per il forte dolore. In tempi più lunghi portano a patologie infiammatorie, anemia, malnutrizione (legata al trauma), difficoltà nell’espletamento dei bisogni fisiologici, fino a forti dolori nelle mestruazioni e nei rapporti sessuali, maggiore vulnerabilità all’infezione da Hiv/Aids, epatite e altre malattie veicolate dal sangue, infertilità, incontinenza, maggiore rischio di mortalità materna per travaglio chiuso o emorragie.
“Il flagello delle mutilazioni genitali femminili tocca anche l’Occidente, il mio Paese, non solo l’Africa”. Ha sottolineato il ministro degli Esteri, Emma Bonino, nel suo intervento a Gibuti durante la conferenza “Per una regione senza Mgf”, organizzata in occasione della Giornata internazionale ‘tolleranza zero’ contro le Mgf.
“Da diversi anni – ha aggiunto il ministro – l’Italia è tra i Paesi più impegnati contro questa tragedia, ed è una priorità condivisa dal governo, dal Parlamento e dalla società’ civile”.
L’Italia, ha ricordato Bonino, ha adottato una legislazione molto severa e ha lavorato per mettere la questione al centro del dibattito europeo.

La pratica delle mutilazioni genitali femminili è una violazione dei diritti umani, una violenza mai giustificata, con conseguenze drammatiche sul piano sanitario ed emotivo”. Il capo della diplomazia italiana ha riconosciuto che “tanti passi avanti sono stati fatti, molti villaggi hanno annunciato di aver abbandonato la pratica”, ma, ha ammesso, “molto resta ancora da fare”. L’Italia, ha ribadito, “sostiene da lungo tempo le Nazioni Unite: la Cooperazione allo sviluppo finanzia circa 40 programmi nella lotta a questa pratica. Dal 2008 al 2013 ha contribuito ai programmi dell’Unfpa e dell’Unicef con 7,5 milioni di dollari”.

”Credo che potremo presto confermare un impegno per quest’anno per altri 1,5 milioni di euro”, ha auspicato, ricordando anche la conferenza tenuta a Roma lo scorso ottobre. “Ci resta – ha aggiunto – la sfida dell’applicazione della risoluzione Onu del dicembre 2012, che l’Italia e l’Europa hanno sostenuto”.
Dunque, è un fenomeno che riguarda anche l’Italia. Anche se in Italia la legge vieta questa pratica (legge n.7 del 2006), la situazione è sempre più preoccupante e il dramma è nascosto come dimostra il dossier realizzato da Fondazione L’Albero della Vita e Nosotras che ha prodotto una stima delle bambine a rischio pari a 7.727.
L’Albero della Vita collabora a Firenze con l’associazione Nosotras formando i docenti delle scuole primarie alla prevenzione del fenomeno. È infatti la scuola l’istituzione migliore per sensibilizzare le famiglie ai rischi (anche penali) che si corrono con questi atti.