Giornata Internazionale dei rom. Associazione 21 luglio: «Rafforzare il percorso verso la chiusura di insediamenti monoetnici»

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giornata internazionale dei rom
Foto di Fabio Moscatelli

L’8 aprile viene celebrata in tutto il mondo la Giornata Internazionale dei diritti dei rom che prende spunto quando, nella Primavera del 1971, alcuni intellettuali e attivisti rom di tutta Europa si incontrarono a Chelsfield, vicino Londra, in un congresso internazionale per riflettere sulla condizione delle rispettive comunità.

QUADRO NUMERICO


Malgrado le diverse stime periodicamente prodotte, risulta impossibile definire in modo chiaro e certo il numero delle persone rom e sinte presenti sul territorio nazionale. Dalla mappatura annuale svolta da Associazione 21 luglio e riportata nel suo Rapporto Annuale di prossima pubblicazione, emerge come in Italia siano circa 18.000 i rom in emergenza abitativa e di essi circa 11.500 in insediamenti progettati, costruiti e gestiti dalle istituzioni locali e meno di 7.000 in insediamenti informali. Sul territorio italiano si contano 111 insediamenti formali per soli rom in una sessantina di Comuni italiani con una presenza interna di cittadini italiani che raggiunge il 49%, un dato che è bene ricordare proprio nella Giornata internazionale dei rom. La città con il maggior numero di presenze è la Capitale, dove vivono il 41% dei rom presenti negli insediamenti formali italiani. Sempre la città di Roma, insieme a Napoli, conta il più alto numero di persone, per la quasi totalità di cittadinanza rumena, presenti negli insediamenti informali.

NUMERI IN CALO


Negli ultimi mesi è proseguito il calo numerico di presenze all’interno degli insediamenti monoetnici, già registrato a partire dal 2016, quando 18.000 erano i rom censiti nei 149 insediamenti formali e 10.000 quello negli insediamenti informali. L’anno successivo tali numeri si sono attestati attorno ai seguenti valori: 16.400 in 148 insediamenti formali e 9.600 in quelli informali. Nel 2018 i rom censiti nei 127 insediamenti formali risultavano essere 15.000 e più di 9.000 quelli negli insediamenti informali. L’anno successivo la cifra si attestava su: 12.700 presenze in 119 campi formali e 7.300 rom stimati in quelli informali. Un calo numerico significativo dovuto a una molteplicità di fattori: volontà delle giovani generazioni presenti nei “campi rom” ad intraprendere percorsi di fuoriuscita; consapevolezza di diverse amministrazioni locali nel promuovere il superamento degli insediamenti; decisione di famiglie rom comunitarie di lasciare volontariamente il nostro Paese a causa della crisi pandemica ed economica.

VERSO IL SUPERAMENTO DEI CAMPI ROM


Se fino al 2014 alcune Amministrazioni risultavano ancora impegnate nella costruzione o nel rifacimento di nuovi insediamenti, è da circa 3 anni che si registrano azioni che nascono dalla volontà di superare i “campi rom”. In alcuni casi, come dimostra quanto recentemente avvenuto nelle città di Roma e di Pisa, tali interventi si sono tradotti in azioni di sgombero forzato o di allontanamento delle persone in cambio di bonus economici una tantum. Diverso, invece, quanto osservato negli ultimi anni a Palermo, Moncalieri, Ferrara, Sesto Fiorentino, dove il superamento dei “campi rom” attraverso virtuosi processi inclusivi, si è concretizzato nell’ingresso delle famiglie all’interno di alloggi convenzionali. Pratiche di sgombero di insediamenti informali particolarmente violente si sono registrate negli ultimi 18 mesi nelle città di Torino e Roma. Importante dunque cogliere l’occasione della giornata internazionale dei rom per riflettere.

L’IMPATTO DEL COVID


La crisi pandemica che ha investito il nostro Paese ha sicuramente peggiorato le condizioni di vita di numerose comunità in emergenza abitativa. Alcuni contesti sono stati segnati da deprivazione alimentare, assenza di accesso ai ristori economici dovuti alla non regolarità delle attività lavorative, mancanza di monitoraggio della autorità sanitarie sulle condizioni di vita delle famiglie presenti negli insediamenti. Nel lungo periodo, però, le conseguenze prodotte dal Covid potrebbero portare ad un cambiamento della situazione. Il clima di ostilità nei confronti dei rom sembra sopito all’interno di una società “distolta” da problematiche legate nell’ultimo biennio alla politica sull’immigrazione e poi, dal 2020, alla pandemia da Covid. Inoltre lo scivolamento verso la povertà di una larga fascia della classe media e le conseguenti misure di sostegno economico promosse dal Governo centrale (prolungamento del reddito di cittadinanza, bonus figli, bonus spesa, ecc…) potrebbero rappresentare per molte famiglie residenti nei “campi” l’opportunità per uscire, attraverso il ricorso a sussidi universali, da croniche condizioni di indigenza.

IL CASO ROMANO


Sempre dai dati riportati nel Rapporto annuale di Associazione 21 luglio emerge come, probabilmente, la città dove un rom in emergenza abitativa si troverebbe a vivere nella condizione peggiore resta la Capitale. Insediamenti formali in condizioni di abbandono, azioni sociali fallimentari, sgomberi forzati: sono questi i tratti che caratterizzano la presenza delle comunità rom a Roma e il loro rapporto con la città. Il “Piano rom” della Giunta Raggi, pur se avviato con le intenzioni di superare gli insediamenti romani attraverso processi inclusivi, non ha mai mutato il suo rigido approccio, rivelando nel tempo l’incapacità di generare impatti significativi. Dall’inizio del “Piano rom”, malgrado i 12 milioni di euro già impegnati per l’inclusione abitativa che prevede l’erogazione di “bonus affitti” e il rimpatrio assistito, risultano meno di 10 i nuclei familiari collocati, attraverso tali strumenti, all’interno di abitazioni convenzionali.

IL PARERE DI ASSOCIAZIONE 21 LUGLIO


Secondo Associazione 21 luglio è possibile continuare ad assistere ad un calo degli insediamenti monoetnici e al numero dei loro abitanti se si sapranno affinare politiche sociali efficaci, evitando sperpero di denaro pubblico e violazione dei diritti umani. «I tempi sono maturi per un cambio di passo – afferma Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione – per gettarci alle spalle la triste stagione dei “campi rom” inaugurata negli anni Novanta. A condizione di implementare modelli partecipativi dialoghi costruttivi tra amministratori locali, comunità residenti nei “campi”, organizzazioni del terzo settore. Sarà fondamentale abbandonare la logica di politiche e strategie “speciali” per privilegiare strumenti ordinari a disposizione di qualsiasi cittadino, senza quei profili discriminatori che, come accaduto sino ad ora, finiscono puntualmente per stigmatizzare intere comunità».

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