“Dopo vent’anni vogliamo un Centro culturale islamico”

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Dopo vent'anni vogliamo un Centro culturale islamico

E’ l’ora di preghiera e gli uomini con il capo chino ascoltano l’iman. In piedi sul minbar il predicatore recita il Khutba. E’ il giorno di preghiera comunitaria, (ogni venerdì, a mezzogiorno), ed i musulmani pregano insieme alla moschea.

Sono orientati verso la mecca e compiono un insieme di gesti e di parole che fanno parte della liturgia, si inchinano in modo che il corpo si trovi interamente steso a terra e con il volto in giù, pregano Dio e recitano versetti coranici.
Per le donne c’è uno spazio riservato, dietro una tenda dorata damascata, ma sono presenti raramente, per loro infatti la preghiera comunitaria non è obbligatoria.
Dello splendore e delle bellezze dei templi dell’Islam la moschea di Reggio Calabria non ha niente. E’ solo una  grande vecchia palestra, sul pavimento e a delimitare lo spazio per la liturgia ci sono i tappeti di preghiera, simbolo preciso della religione islamica, per indicare che la preghiera si fa isolati da tutti. 
Se si escludono le tre moschee vere e proprie, situate a Roma, Catania e Milano, infatti,  la maggior parte dei luoghi di culto, che spesso si qualificano anche come Centri Culturali, sono situati in spazi ristretti, – evidenzia il vademecum “Religioni, dialogo, integrazione”,  realizzato dal ministero dell’Interno – in gran parte magazzini e scantinati adibiti alla preghiera. Essi sono, talvolta controllati e finanziati da privati o da piccole associazioni, che ne determinano la struttura e la predicazione. 
Per questo spazio la comunità islamica reggina, infatti, paga l’affitto raccogliendo una sorta di colletta fra tutti i credenti. Vent’anni fa, quando Hassan Elmazì, presidente del centro culturale islamico, giunse qui in Calabria non esisteva -racconta- alcun luogo di culto per i musulmani; fu solo grazie all’intenso attivismo di alcun fratelli, che oggi Reggio ne possiede uno.
Sono passati vent’anni e adesso alla comunità islamica serve non tanto e non solo un luogo dove pregare, ma vorrebbero il riconoscimento di un centro culturale, il più possibile ubicato al centro della città che preveda al suo interno anche un luogo adibito alla preghiera . La differenza infatti è chiara: “il centro di viale Aldo Moro (peraltro il solo in città) è un luogo puramente religioso, – spiega Hassan Elmazì- mentre all’interno di un centro culturale si potrebbero, oltre alla preghiera, realizzare incontri culturali, creare un’apposita scuola di lingua madre araba per agevolare i nuovi nati a coltivare gli studi e la cultura del loro Paese”.
“Come presidente del centro culturale islamico, vorrei che uno degli obiettivi più importanti del centro fosse proprio quello di effettuare quanti più interscambi culturali possibili con gli altri, ai fini di una crescita religiosa e umana.” Sono molte le donne-prosegue Hassan- che pur religiosissime non sanno come comportarsi in determinati ambiti della vita quotidiana, e di fronte all’insorgere di problemi legati al mondo della religione spesso rimangono in attesa di risposte. La religione islamica dice tutto all’interno del Corano, ma va anche saputa interpretare: da qui l’esigenza di un centro culturale islamico che sia anche fonte di risposte oltre di scambi”.
Chi svolge il ruolo di Imam all’interno del loro centro religioso?
“In Italia- risponde Hassan- non è facile nominare un imam, dal momento che la figura della guida islamica deve possedere determinate inderogabili caratteristiche, quali, oltre quelle fisiche di vestirsi tutto di bianco e di portare la barba lunga simbolo di innegabile saggezza, dev’essere laureato in scienze religiose, conoscere a memoria tutto il Corano, essere una persona sposata senza precedenti penali e non portare alcun tipo di odio o rancore nei riguardi degli altri fratelli. Qui, dal mambar, il loro pulpito- conclude Hassan- così come stabilito dalla religione musulmana, in assenza di imam maschili, adempiono a questa funzione alcune ragazze che rispetto ad altri conoscono abbastanza bene il testo sacro.”