Don Pino, prete obiettore di coscienza, sfida la legge e accoglie i migranti

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Don Pino

E’ un obiettore di coscienza, don Pino Demasi. Lui, che è un prete di frontiera, nella Piana di Gioia Tauro (Reggio Calabria), lui che lotta ogni giorno per togliere ai clan di ‘ndrangheta i ragazzi del paese, per dargli un’alternativa, sa cosa vuol dire accogliere i migranti che arrivano a Rosarno per la raccolta delle arance, sfruttati dai caporali, dalla ‘ndrangheta.

 
Il 7 gennaio 2010, quando scoppiò la rivolta dei braccianti africani a Rosarno, don Pino era lì così come nei giorni, negli anni a seguire, quando la stampa va via e tutto ritorna come prima. Don Pino conosce i drammi di questa terra e i volti degli stranieri che arrivano per le raccolte, stagionali e non, ed è lì pronto ad accoglierli sfidando la legge che lo potrebbe incriminare per favoreggiamento.
In questi giorni, dopo la strage di Lampedusa, sulla sua bacheca di Facebook ha postato il testo di una dichiarazione pubblica di obiezione di coscienza firmata da circa 100 tra sacerdoti religiosi e religiose, il 10 luglio del 2009, ovvero il giorno dopo l’introduzione del reato di clandestinità, votato dal Parlamento con voto di fiducia.
Dice don Pino “I religiosi andando incontro al rischio di essere incriminati per favoreggiamento si dichiaravano disponibili ad accogliere tutte le persone migranti in condizione di bisogno. In questi giorni in cui la tragedia di Lampedusa impone all’agenda politica di rivedere quelle norme, penso sia opportuno riproporre quel testo dal titolo “Onoriamo i poveri”.
 
Onoriamo i poveri 
 Come scelta e impegno di vita siamo stati chiamati e mandati a dare ed essere buona notizia per i poveri. La legge-sicurezza, emanata dal Governo in questi giorni, discrimina, rifiuta e criminalizza proprio i più poveri e i più disperati. Riteniamo strumentale e pretestuosa la categoria della clandestinità loro applicata. È lo Stato che rifiuta il riconoscimento. Per chi perde il lavoro a causa della crisi, è lo Stato che induce alla clandestinità, decidendo arbitrariamente l’interruzione della regolarizzazione. Di null’altro sono colpevoli queste persone se non di essere troppo bisognose. Per lo Stato italiano oggi è questo che costituisce reato. Molti di noi provengono da una situazione di indigenza. Con i fatti e non solo a parole ci riconosciamo nella umanità e nella dignità di tutte le persone, che vengono colpite da questa legge iniqua; intendiamo onorare i poveri. Se non lo facessimo negheremmo le nostre persone e la nostra missione e tradiremmo le nostre comunità. Perciò dichiariamo in coscienza la nostra obiezione pubblica. Vale anche per noi “bisogna obbedire a Dio, invece che agli uomini” (Atti5,29). Siamo incoraggiati in questa decisione, non solo in riferimento alla fede, ma anche come comuni cittadini, in ottemperanza alle leggi sottoscritte e vincolanti per lo Stato italiano: dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, alla Convenzione sullo stato dei rifugiati, alla Convenzione sui diritti dell’infanzia e alla nostra stessa Costituzione, che questa legge – sicurezza non ha tenuto in considerazione. Perciò la nostra disobbedienza non riguarda soltanto il nostro comportamento individuale, ma faremo quanto è in nostro potere, perché un numero sempre crescente di cittadini metta in atto pratiche di accoglienza, di solidarietà e anche di disobbedienza pubblica, perché nel tempo più breve possibile questa legge venga radicalmente cambiata.