Daniel Pennac: “Il Mediterraneo è la nostra vergogna, siamo complici”

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Daniel Pennac a Galatina
Daniel Pennac a Galatina

Lo scrittore, in queste settimana in tournée in Italia, torna a schierarsi contro l’Europa sulla questione migranti

C’è una storia che Daniel Pennac ama raccontare. È quella di un’anima del Paradiso che, stanca dell’angelica tranquillità dei Cieli, decide di approfittare del diritto, concesso a chi abita lassù, di poter compiere un viaggio lungo un giorno  al “piano inferiore”. La scena che gli si presenta lo stupisce: feste, lussuria, bagordi di ogni tipo. Tornato in Paradiso chiede che lo rimandino all’Inferno, ma varcata la soglia, questa volta per l’eternità, si ritrova sotto il giogo dei demoni che non gli risparmiano alcuna tortura. Protesta quindi a gran voce: non era quello l’Inferno conosciuto nel suo primo viaggio. «Vedi caro – gli risponde il demone della storia – una cosa è il turismo, un’altra l’immigrazione!». È, questa, una delle battute capitali dello spettacolo “Dal sogno alla scena”, con cui Pennac è tornato in tournéè in Italia insieme alla Compagnie Mia, per la regia di Clara Bauer.

Scrittore tra i più amati, in grado di appassionare e coinvolgere un pubblico trasversale come testimonia il ciclo dei Malaussène che gli ha dato una celebrità internazionale, curioso esploratore dei piccoli grandi misteri dell’umano, della morte e di ciò che resta –  “Diario di un corpo”, “Mio fratello”, per citare alcuni tra i titoli più noti – Pennac si è anche distinto per la sua battaglia di “umanità” contro la chiusura dei confini e le politiche europee sull’immigrazione. Una posizione che attraversa la sua scrittura (del 2021 è “Loro siamo noi”, il pamphlet che ha venduto oltre centomila copie in Francia, pubblicato in Italia da Marottta e Cafiero con le foto di Roberto Salomone) ed emerge, da diversi anni ormai, nei suoi interventi pubblici e nel suo impegno a sostegno delle Ong che operano nel Mediterraneo. La porta con sé anche sul palcoscenico. 

Questa conversazione è avvenuta a Galatina, in provincia di Lecce, a margine dello spettacolo “Dal sogno alla scena” presentato al Teatro Cavallino Bianco.

Il dialogo tra culture è un tema che torna spesso nelle sue opere. Il ciclo dei Malaussène, ambientato nel colorato quartiere parigino di Belleville, ne è una nota testimonianza. Lei ha vissuto la sua giovinezza in più Paesi del mondo: quanto è stato importante questo “imprinting multiculturale” per il suo lavoro di scrittore?

«Sono nato alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1944, mi sono trasferito in Germania con la famiglia, ho imparato il tedesco contemporaneamente al francese, poi ho lasciato la Germania, la lingua tedesca non è stata mantenuta viva nella mia famiglia e l’ho dimenticata. Successivamente ho vissuto in Africa, a Gibuti, e lì giocando con i bambini ho imparato le due lingue del posto, poi ho dimenticato anche quelle, e lo stesso è accaduto in Vietnam… penso che questo insieme “mondiale” di lingue abbia però invaso in qualche modo il mio universo e vi abbia lasciato qualcosa: provo, anche se può sembrare sciocco, un sentimento di “famiglia-mondo”. Nel primo palazzo in cui ho vissuto a Belleville, che è il quartiere in cui abito a Parigi, c’erano nigeriani, tunisini, vietnamiti, turchi, era un pianeta intero. E ora nella nostra compagnia teatrale ci sono  persone che vengono dalla Francia, dall’Argentina, dall’Africa, dalla Catalogna, da Napoli: in qualche modo è anche questo un pianeta. Non è una cosa che faccio apposta: il caso mi porta sempre ad abitare il mondo».

Nel libro “Loro siamo noi” disinnesca in modo semplice e chiaro  alcune delle principali fake news nate intorno ai migranti, dai numeri alla percezione di essere difronte a una “novità” della storia.  La recrudescenza dell’odio, dell’intolleranza a cui assistiamo negli ultimi anni è colpa di una cattiva narrazione? Abbiamo dimenticato la storia?

«No, il punto è che viviamo nella paura, e la paura è sempre irragionevole. Si sta ripetendo ciò che è già successo con le ondate migratorie precedenti: negli anni ‘20 in Francia abbiamo avuto un’immigrazione molto consistente dall’Italia e dalla Polonia, perché la prima guerra mondiale ha distrutto il Paese e bisognava ricostruirlo. Si accettavano i lavoratori che venivano da fuori perché se ne aveva bisogno. Poi è arrivata la crisi del ‘29 con conseguente recessione, e queste persone sono state prese di mira come stranieri che rubavano il lavoro ai francesi. Poi è arrivata la seconda guerra mondiale, e quindi la catastrofe assoluta, il bisogno di ricostruire, e ancora i lavoratori: questa volta, i portoghesi, gli spagnoli fuggiti dalla guerra di Spagna degli anni ‘30, gli italiani, i magrebini, e con il boom economico abbiamo di nuovo un movimento in ascesa di accettazione dell’arrivo degli stranieri. Con la crisi petrolifera e la conseguente crisi economica torna il movimento xenofobo: “stranieri, arabi che vengono a rubarci il lavoro”. Lo stesso negli anni della decolonizzazione. È la paura, ma la paura di che cosa esattamente? La paura del futuro, dell’avvenire, una paura molto strana a dir la verità: io dovrei vivere nella paura perché tra 10 anni sarò morto? Si tratta di fatto di una paura assurda di cui facciamo pagare il prezzo alle persone che ci circondano, perché non fanno parte del nostro villaggio e diventano quindi la rappresentazione fisica di tutto ciò che ci minaccia. Naturalmente è sbagliato. 

Che cos’è oggi il Mediterraneo?

«Il Mediterraneo oggi non è più il mare di tutti noi, è la nostra vergogna. Lasciamo che chi cerca di salvarsi anneghi, senza avere la minima consapevolezza della nostra complicità in questo crimine di massa. L’Europa si protegge da una presunta invasione da chi viene dal Sud; l’Europa del Nord lascia sola l’Europa meridionale. In Francia si dice “guardate come sono cattivi gli italiani”, ma la verità è che noi non facciamo niente per aiutare i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e di conseguenza partecipiamo tutti a questo crimine. Immagini che io stia passeggiando in riva alla Senna, a Parigi, e veda un uomo che sta annegando e chiede aiuto, e che io lo guardi e gli dica “mi dispiace che tu stia annegando, ma io ho una sola stanza nel mio appartamento, quindi perdonami e annega”. È quello che facciamo. Se si immagina questa situazione in modo personale, si riesce a misurarne l’assoluta mostruosità. Questa è la mia posizione, una posizione morale semplice». 

Vede per l’Europa un futuro multiculturale o sempre più diviso dai particolarismi, dai nazionalismi, sempre più ossessionato dalla paura?

«Tutte le volte che ci sarà una crisi economica che creerà paura assisteremo a delle spinte di tipo nazionalistico: è come un’orticaria sul corpo umano. Non posso immaginare cosa sarà il mondo tra duecento o trecento anni, perché interverranno nuovi fattori, economici, climatici e così via. Quello che so come uomo è che quando mi trovo di fronte a un’altra persona, se è nei guai io la tiro fuori. Non possiamo esonerarci dalla nostra morale rifugiandoci dietro la politica, perché questa è portata avanti da persone che sono ogni giorno in campagna elettorale e che usano sempre, quindi, la lingua dell’elettorato, o meglio la lingua che secondo loro gli elettori vogliono sentire, una lingua istintiva: parlano di paura, di conservazione, di identità… La vera lingua è la lingua che ci è dettata dalla nostra moralità di esseri umani. La mia moralità di essere umano mi dice che tu esisti in modo assoluto, e se ti rompi una gamba davanti a me io non posso andarmene e lasciarti con la gamba rotta senza fare niente: non è possibile, e quello che non è possibile per me personalmente non lo è neanche per la collettività. Una collettività europea non può lasciare che la collettività siriana, magrebina e così via anneghi o muoia di sete nel viaggio che precede la traversata in mare, non si può fare finta che non siano esseri umani che stanno morendo».