Freedom of Religion entra in carcere per conoscere i detenuti stranieri

0
586
progetto Freedom of Religion

Si chiama FOR, Freedom of Religion, il progetto di ricerca per analizzare l’esperienza dei detenuti stranieri, di fede islamica, presso il carcere di Reggio Calabria-Arghillà.

Il progetto è stato presentato dal Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Brescia, dott.ssa Luisa Ravagnani, dal Garante delle persone private della libertà personale del Comune di Reggio Calabria, avv. Agostino Siviglia e dall’Università degli Studi di Brescia, formalmente autorizzato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Nazionale, nella persona del Dirigente Generale dei detenuti e del trattamento, dott. Roberto Piscitello.

Un questionario, dunque, è stato somministrato ai detenuti e le domande attengono alla condizione di stranieri in carcere. Alla base della ricerca, dunque, il discusso problema del terrorismo islamico e del fenomeno della radicalizzazione in carcere, considerati strettamente collegati alla professione della fede islamica.

Le modalità di svolgimento della rilevazione, già attuate negli istituti della Lombardia, del Lazio, del Triveneto e di Rossano, si sono realizzate, anche ad Arghillà, avvalendosi della collaborazione degli insegnanti e degli educatori dell’area pedagogica, in modo da poter raggiungere i detenuti durante le ore di lezione, riunendoli in un’unica aula e procedendo a spiegare loro le finalità della ricerca: i ricercatori sono sempre rimasti presenti per aiutare i detenuti a meglio comprendere le domande del questionario.

Ai detenuti, che spontaneamente hanno deciso di collaborare, è stato garantito l’anonimato ed è stata fornita loro ogni spiegazione relativa alle modalità di elaborazione dei questionari, che confluiranno in un unico database a livello nazionale.

L’interesse primario del Ministero della Giustizia è quello di dare voce a chi vive l’esperienza del carcere, sia per analizzare le tante incongruenze che sul tema si affastellano, sia per comprendere al meglio i bisogni e le istanze dei detenuti di fede islamica al fine di prevenire possibili atteggiamenti devianti, intervenire con tempestività ed efficacia, garantendo l’esercizio dei diritti costituzionali, ed internazionali, riconosciuti agli stranieri detenuti.

Per quanto concerne lo svolgimento del progetto Freedom of Religion presso il carcere di Arghillà, va subito segnalato che vi è stata la partecipazione di 20 detenuti stranieri di fede islamica (siriani, tunisini, egiziani, algerini, marocchini e africani) che hanno risposto a tutte le domande poste, volontariamente ed in forma anonima.

Insieme al Garante Siviglia, erano presenti i componenti dell’Ufficio del Garante, dott.sse Roberta Travia, Antonia Belgio e Teresa Ciccone, che hanno coadiuvato le attività di somministrazione del questionario, supportando i detenuti nella redazione dello stesso e redigendo un apposito report, a cura della dott.ssa Travia, che verrà trasmesso alla Garante di Brescia e, quindi, al Ministero della Giustizia, insieme al plico contenente i risultati della ricerca. Presente inoltre la mediatrice ed interprete Fatima El Almrani che ha svolto un ruolo preziosissimo nel facilitare la somministrazione del questionario.

Il Garante Siviglia si è detto “estremamente soddisfatto per il coinvolgimento ministeriale ed accademico dell’Ufficio del Garante di Reggio Calabria che, ancora una volta, si proietta all’avanguardia nazionale sul tema dei diritti dei reclusi e sulla delicatissima questione della detenzione degli stranieri ed, in specie, dei detenuti di fede islamica. La ricerca, che avrà rilevanza nazionale ed europea, potrà costituire un riferimento prezioso ed unico, di analisi e studio, per quanti interagiscono con le complesse problematiche della detenzione degli stranieri e del paventato rischio di radicalizzazione, fornendo spunti concreti di riflessione al fine di individuare interventi normativi e prassi operative adeguatamente conformi alla più efficace individualizzazione del trattamento rieducativo”.