Caporalato, smantellate due associazioni criminali tra la Calabria e la Basilicata.

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braccianti rosarno migranti

200 i braccianti stranieri sfruttati, 60 le persone indagate, 13 le aziende agricole coinvolte

Sfruttati, umiliati ogni giorno pur di lavorare. Braccianti stranieri, pakistani, magrebini o dell’Est europa, costretti a vivere in strutture fatiscenti, spesso in sovrannumero, strutture di fortuna e per le quali erano costretti a pagare “l’affitto” ai loro caporali. Ore ed ore di lavoro nelle serre con paghe da fame e assetati. 

E’ durata più di un anno l’indagine “Demetra” : 300 finanzieri del Comando Provinciale di Cosenza, con l’ausilio di militari dei Reparti di Catanzaro e Crotone, hanno dato esecuzione, tra le province di Cosenza e Matera, ad un’ordinanza di applicazione di misura cautelare, emessa dal G.I.P. del Tribunale di Castrovillari, dott. Luca Colitta, su richiesta del Sostituto Procuratore della Repubblica, dott. Flavio Serracchiani, a carico di 60 persone, indagate di associazione per delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (c.d. “caporalato”) ed al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. 

Domani mattina là ci vogliono le scimmie” si sente dire ad uno dei caporali travolto dall’inchiesta, a cui il suo interlocutore risponde “va bene, le scimmie le mandiamo là e qui restano 40 persone”, ed ancora, “ai neri gli mancano un paio di bottiglie d’acqua. Nel canale, gliele riempiamo nel canale. Se ci sono un paio di bottiglie vuote.. hai visto quelle che trovi quando togli i cespugli? Vicino ai canali ci sono le bottiglie”.

Oltre 200 i braccianti reclutati e condotti sui campi in condizioni di sfruttamento, costretti a lavorare in assenza di dispositivi di protezione individuale, impiegati in turni di lavoro usuranti e costretti ad accettare condizioni di lavoro degradanti e non conformi alle prescrizioni giuslavoristiche vigenti nel settore. Due le associazioni criminali smantellate dalla Guardia di Finanza ed operanti tra la Calabria e la Basilicata. La prima, cui appartenevano, a vario titolo, 47 soggetti, impegnata in una fiorente attività d’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

16 caporali, per lo più italiani. Erano loro a gestire i rapporti con gli imprenditori e stabilire le modalità del reclutamento, fissare le condizioni dell’impiego sui campi dei singoli braccianti, organizzare i furgoni utilizzati per il trasporto dei lavoratori sui campi, tenere la contabilità reale delle giornate di lavoro e a retribuire i lavoratori con paghe da fame, trattenendo la maggior parte di quanto versato dai titolari delle aziende agricole. Veri e propri capi di un’organizzazione criminale strutturata, alle loro dipendenze avevano anche 8 sub-caporali, in parte stranieri, incaricati della gestione dei braccianti e del loro trasporto nei campi.

La struttura

8 soggetti, i sub-caporali, con il ruolo di collaboratori diretti dei vertici del sodalizio criminoso, la longa manus di questi ultimi nella gestione della manodopera bracciantile;

22 utilizzatori, che, attraverso le aziende agricole da loro gestite, ben 13, e sulla scorta di consolidati rapporti con i vertici dell’organizzazione criminale, impiegavano i braccianti reclutati nei campi, sottoponendoli a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno. Ciò mediante un collaudato sistema di fittizie assunzione che, in ultima analisi, determinava imponenti risparmi fiscali e previdenziali; ed anche un dipendente dell’amministrazione comunale di Rossano (CS), il quale, abusando del suo ruolo, favoriva i vertici dell’organizzazione criminale rilasciando documenti di identità e certificati di residenza in favore dei braccianti reclutati, al fine di regolarizzarne la posizione sul territorio e consentire la fittizia assunzione da parte delle aziende utilizzatrici

La seconda, composta da 13 soggetti, impegnata, oltre che nell’illecito sfruttamento della manodopera, anche nel favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. 

Le indagini della Guardia di Finanza di Montegiordano hanno consentito di far emergere un’organizzata struttura criminale che, dietro pagamento di cospicue somme di denaro, organizzava matrimoni “di comodo” finalizzati a garantire la permanenza, sul territorio italiano, di una pletora di soggetti irregolari ovvero a favorire, mediante permessi di soggiorno per ricongiungimento familiare, l’ingresso di soggetti dimoranti all’Estero. Dopo essersi procurati la documentazione necessaria, gli indagati organizzavano le nozze presso il Comune di competenza e, nel giorno stabilito, con la compartecipazione di testimoni fittizi, aveva luogo il matrimonio tra i finti nubendi i quali, poi, decorsi i termini di legge, si attivavano subito per attivare il procedimento di separazione
personale prima e divorzio poi.