Oltre Bridgerton, la serie di Netflix vista per voi da Marilena Umuhoza Delli

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Immezcla ha chiesto a Marilena Umuhoza Delli di recensire la serie Netflix Bridgerton che sta suscitando molto interesse.

Fuochi d’artificio, caleidoscopi di luci, un ballo tra Lady Whistledown e il Duca di Hastings. Siamo nella Londra del XIX secolo e l’amore tra un uomo nero e una donna bianca, aristocratici, suona deliziosamente provocatorio. Eppure, nella nuova serie Netflix Bridgerton firmata dalla produttrice afroamericana Shonda Rhimes, non solo c’è posto per una love story mix-raced -rarità nel panorama televisivo occidentale-, ma la regina stessa, cuore palpitante dello show, è nera

Ho guardato quel primo episodio di Bridgerton in compagnia di mia madre, rwandese, che prima di quel momento stava seguendo l’ultima serie di The Crown dedicata a Lady D. Fan sfegatata di Buckingham Palace, ha lasciato a metà lo show per divorare insieme a me Bridgerton. Insieme, abbiamo sussultato nel vedere per la prima volta uomini e donne nere in eleganti abiti ottocenteschi anziché nel classico ruolo di schiavo/prostitituta/criminale. Ci siamo strette nella mano quando la regina Charlotte, circondata dalle sue dame di compagnia, è apparsa in tutta la sua regalità a partire dalla nuance nera sulla sua pelle. Ed è abbracciate che abbiamo concluso quel primo episodio, tra i fuochi e le note della musica su cui hanno danzato un nerissimo duca e la sua bianchissima fidanzata. Per poco non piangevamo dalla gioia.

Essendo cresciuta in un mondo mediatico bianco-centrico, che per anni ha disumanizzato l’immagine dell’uomo e della donna nera attraverso una narrazione della criminalità e della disperazione, non ho potuto non gioire di questo diversivo. Non a caso la produttrice è una donna afroamericana già nota per serie tv come How To Get Away With Murder e Scandal

Questo color blind casting intenzionale, la scelta di assumere interpreti indipendentemente dal loro aspetto, etnia e genere in nome dell’inclusione, spalanca la mente di chi guarda verso orizzonti squisitamente cosmopoliti. C’è chi sottolinea l’importanza di una più fedele adesione ai fatti storici, come il creatore di Downtown Abbey, Julian Fellowes. Ma l’arte non ha confini, e quando incoraggia l’anti-razzismo e le pari opportunità (nel mondo del cinema e non solo), io credo che non solo rappresenti una valida alternativa ma anche una necessità e un arricchimento. 

Oltre Bridgerton abbiamo bisogno di storie decolonizzate dagli stereotipi occidentali

L’ideale, però, sarebbe una narrazione che vada oltre Bridgerton, oltre i mondi aristocratici rivisitati e manipolati in chiave nera. Perché anche se la serie di Shonda Rhimes ci fa sognare, abbiamo bisogno di storie in cui rispecchiarci: storie decolonizzate dagli stereotipi occidentali in cui i protagonisti neri spicchino per il valore del loro vissuto.

Perché se una bambina afro-discendente come me fosse cresciuta guardando o leggendo di donne nere in ruoli positivi (come leader politici, giornalisti o medici), non rischierebbe di annegare nelle acque dell’inadeguatezza e dell’autolesionismo.

Per mia figlia, italiana di terza generazione, e per tutti i ragazzi e le ragazze di origine straniera, auguro un futuro in cui le narrazioni mediatiche esaltino le loro radici quale punto di forza ed espansione per un’Italia meno razzista e più inclusiva.