Bologna, alle medie una classe di soli stranieri. Scoppiano le polemiche

0
706
Bologna

L’integrazione passa dai banchi di scuola. I bambini sono capaci di andare oltre le differenze, di lingua, di razza, di religione, per questo è importante, anzi fondamentale, per un Paese che vuole guardare al futuro investire sulla scuola e sui processi di integrazione e multiculturalità.
In Italia, ormai da anni, nelle classi scolastiche di ogni ordine e grado è facile trovare bambini stranieri seduti accanto a bambini italiani, e ancor di più adesso ci sono scolari nati in Italia da genitori stranieri ma che, per una legge, non sono ancora italiani.

Dunque si va verso un Italia multiculturale per questo ha suscitato molta attenzione e polemiche il caso della scuola di Bologna, la scuola media Besta, che ha istituito una prima classe tutta di studenti stranieri.
Ragazzini di età compresa tra 11 e 15 anni, che non parlano italiano e di nazionalità diversa, tutti iscritti nella 1 A.
Una classe che, il Consiglio di istituto della scuola, in una lettera inviata al Coordinamento dei Consigli di istituto, critica ponendo parecchi dubbi sia sulla separazione degli alunni stranieri da quelli italiani “che ha il risultato immediato di dividere”, sia su una decisione presa senza consultazione preventiva dei genitori e dello stesso Consiglio di istituto. Roberto Panzacchi, presidente del Consiglio d’istituto, assieme agli altri componenti dell’organismo (Alessia Orsi, Stefania Santini, Stefano Iotti, Teresa La Torretta), infatti, nella missiva, mette in fila i motivi della contrarietà a questa novità. Tra i rappresentanti, peraltro, scrivono Panzacchi e colleghi, c’è chi si è dimesso proprio perchè in contrasto con la scelta di avviare la classe di soli stranieri senza prima sentire il Consiglio.
I problemi, per i genitori che compongono il Consiglio d’istituto, sarebbero sia formali, sia politici che pratici. Gli allievi stranieri non parleranno in aula con altri italiani e avranno come unico riferimento italiano solo l’insegnante, “annullando tutte le potenzialità della educazione tra pari”.
Un altro problema rispetto all’istituzione della 1 A è che la classe non ha una composizione fissa e quindi i giovani non avranno mai un gruppo di riferimento stabile. Nella lettera al coordinamento dei Consiglio d’istituto, si chiede quindi se “la scuola del nostro territorio vuole intervenire nei confronti dei problemi radicali separandoli dagli altri”; se la classe sperimentale delle Besta “farà parte di un progetto più ampio che riguarda l’accoglienza dei giovani stranieri in eta’ compresa tra gli 11 e i 15 anni”; e se “educheremo i nostri figli in modo da far capire loro che la separazione insegna meglio rispetto alla coesione e all’integrazione”.
Poi c’e’ la questione formale e il fatto che la sesta sezione, “e’ sembrata piovere dal cielo nel momento in cui le altre cinque classi erano gia’ formate”, una decisione che andrebbe contro le prerogative del Consiglio, che dovrebbe dare le linee guida del progetto formativo. Nella lettera si sottolinea inoltre che il Consiglio non ha potuto analizzare questa sperimentazione prima che partisse, ma ha ricevuto spiegazioni solo dopo aver preteso una presentazione “a cose gia’ avviate in un clima di grande sfiducia da parte nostra nei confronti della dirigenza scolastica e di del collegio docenti a noi parsi reticenti”.
Ma subito è arrivata la replica del dirigente scolastico, Emilio Porcaro. Dice: La ‘1^A’ sperimentale delle scuole medie Besta di Bologna, “non è nata affatto come classe ghetto ma, al contrario, è stata istituita per integrare, per dare una classe a ragazzi arrivati ad agosto in Italia e per evitare l’abbandono scolastico”. E poi la classe è stata autorizzata dall’Ufficio scolastico provinciale.
In realtà, racconta Porcaro, gli alunni della ‘1^A’, che non parlano italiano perchè arrivati da poco, “fanno diverse materie coi compagni delle altre classi, mangiano insieme e partecipano alle uscite assieme agli altri”. Inoltre, per alcune materie, per esempio inglese “molti fanno lezione con gli altri allievi”, quindi “l’idea che ci muove è quella di insegnare loro l’italiano e, nel frattempo, fare in modo che si integrino”. La genesi del progetto è appunto di agosto, spiega, quando alle Besta sono arrivate 18 famiglie che, col ricongiungimento familiare, avevano appena riavuto i figli. Stavano cercando di iscriverli in diverse scuole e alle Besta c’era lo spazio per accoglierli. Quindi “ho chiamato l’Ufficio scolastico e ho chiesto l’autorizzazione per le ore, che ho ottenuto, e ho chiesto agli insegnanti se volevano assumersi l’onere di un progetto di formazione e integrazione”, aggiunge Porcaro. Ne è nato un piano, “grazie alla voglia di mettersi in gioco dei miei insegnanti, che va nella direzione di aiutare i ragazzi” e pure le loro famiglie. Tant’è, che nei giorni scorsi i loro genitori hanno eletto i loro rappresentanti nel consiglio di classe e “ho ricevuto da un genitore una lettera di apprezzamento per la nostra iniziativa”. Se questi alunni non fossero arrivati a classi gia’ istituite (si fanno a giugno), precisa poi Porcaro, sarebbero stati inseriti con gli altri allievi. Le altre aule, infatti, sono state create al termine del periodo di iscrizione e sono composte da italiani e stranieri, ma, in agosto, di fronte al bisogno espresso dalle famiglie appena ricongiunte “io non me la sono sentita di non rispondere”. Quanto alle proteste di parte del consiglio di istituto, (“i contrari sono cinque o sei su 18 componenti”), Porcaro ricorda i ruoli degli organismi scolastici: il Consiglio da’ le linee generali, in questo caso l’integrazione, il Collegio docenti crea progetti e studia come muoversi operativamente e il dirigente scolastico, “quello che per legge ha maggiore discrezionalita'”, approva i progetti. Ecco perchè a fronte di un progetto “importante, sperimentale e inclusivo, ho dato il mio benestare”. Anche nel collegio dei docenti ci sono dei contrari alla classe sperimentale, ammette Porcaro, ma sono una decina su 100 insegnanti. Le scuole Besta, “da anni si occupano di integrazione e la nostra intenzione, al di la’ delle interpretazioni, è l’esatto contrario di quanto si creda: cerchiamo di creare inclusione e integrazione”.