Baraccopoli romane: «Urge sbloccare le assegnazioni delle case popolari»

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famiglie rom in campidoglio

«Siamo mamme e papà, cittadini romani nati e cresciuti a Roma, la città che amiamo e sentiamo nostra. Malgrado tutto in questa città siamo stati chiamati con i nomi più diversi: slavi, nomadi, zingari, rom. Ma soprattutto siamo stati trattati in maniera differente, perché considerati cittadini diversi, cittadini di serie B, o meglio di serie Z, perché “zingari”. Prima siamo stati chiusi in campi chiusi e recintati, lontano dalla città. Poi, per la nostra inclusione, hanno inventato Uffici Speciali, hanno impegnato grandi somme di denaro, promosso bandi di gara, creato una rete di associazioni dedicate al nostro inserimento abitativo e lavorativo». Inizia così la lettera aperta presentata oggi in piazza del Campidoglio da decine di famiglie che abitano da generazioni nelle baraccopoli romane.

Un appello accorato rivolto alle autorità capitoline per superare la logica delle baraccopoli romane. «Oggi – si legge nel messaggio – chiediamo, per il bene nostro e di questa città: la chiusura degli Uffici Speciali. Sono inutili; la fine dell’impegno di milioni di euro per le nostre famiglie. Sono soldi buttati; la scelta di non promuovere più bandi per la nostra inclusione. Sono inefficaci». Parole rivolte anche alla cittadinanza tutta: «Sono proprio queste azioni speciali a farci ritenere cittadini diversi e a farci detestare da una parte della città che non comprende perché a noi deve essere riservato un trattamento diverso».

Le famiglie convenute in piazza del Campidoglio hanno compiuto tutte la stessa scelta: hanno presentato domanda per un alloggio dell’edilizia residenziale pubblica, «come qualsiasi altro cittadino romano, senza trattamenti speciali e senza corsie preferenziali». E per questo, a nome loro e degli altri cittadini romani, chiedono una sola cosa: riprendere il processo di assegnazione delle case popolari che nella capitale da quasi un anno risulta inspiegabilmente paralizzato.

«Vogliamo uscire dai ghetti che le passate Amministrazioni hanno costruito e mantenuto – conclude la missiva – vogliamo sentirci parte di questa città, offrire il nostro contributo per la sua crescita e sviluppo. Roma è la nostra città. Una città che amiamo e nella quale vogliamo continuare a vivere e costruire il futuro nostro e dei nostri figli. Ma da soli non possiamo farlo e per questo domandiamo un segno di disponibilità e di apertura da parte della città e delle autorità chiamate a governarla». Al termine della manifestazione, una delegazione dei partecipanti è stata ricevuta in Campidoglio dalla segreteria del presidente dell’Assemblea Capitolina, Marcello De Vito.

Secondo Associazione 21 luglio, che ha accompagnato e sostenuto i manifestanti, quello di oggi rappresenta un segnale straordinario, un passaggio di discontinuità rispetto al passato. «Il fallimento del Piano romha commentato Carlo Stasolla – è certificato dalle stesse persone che avrebbero dovuto beneficiarne. Sono loro stessi a chiedere quanto da tempo sosteniamo anche noi: la fine di “politiche speciali”, fatte di bandi costosi e azioni senza senso e un’inclusione rafforzata da strumenti ordinari, quelli a portata di ogni cittadino e che l’attuale Amministrazione non sembra in grado di far funzionare adeguatamente. Siamo al fianco di queste famiglie e con loro condurremmo un’azione che è anzitutto una battaglia di civiltà a vantaggio di tutti».