A tu per tu con Kany Fall. Offre trenta minuti di coaching gratuitamente a figli di immigrati

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kany fall
Kany Fall

Mi chiamo Kany, sono figlia di immigrati senegalesi, cresciuta a Bergamo e vivo a Parigi da più di cinque anni. Offro trenta minuti di coaching a figli di immigrati, ma in realtà a chiunque ne abbia bisogno. Sono stata studentessa, sono stata analista finanziaria, sono stata commessa, sono stata gelataia. Ho lavorato nella direzione finanziaria della seconda banca europea, ho lavorato nel lusso, contribuito a 2 Paris Fashion Week e assistito Ceo di Startup. Ho frequentato quattro università diverse, ma sono anche stata rifiutata da almeno il doppio. Parlo 4 lingue e mezzo e ho vissuto anche a Berlino. Spesso ero l’unica donna nel team o in aula. L’unica nera, l’unica senegalese, l’unica italiana”.

Si presenta così sui social Kany Fall, 25 anni e tanta grinta. Immezcla l’ha intervistata per capire cosa ha spinto questa giovane donna ad offrire, gratuitamente, il suo tempo.

Voce squillante e cordiale Kany racconta che in due settimane ha già ascoltato e parlato con più di cinquanta persone ed è felice di mettersi al servizio degli altri.

“Offro trenta minuti di coaching per parlare di orientamento universitario, traiettorie professionali, carriera, studiare/lavorare all’estero o simili. Perché? Perché crescendo non ho mai avuto persone con cui farlo. Crescendo non ho avuto persone di referenza che mi somigliassero e che parlassero le mie lingue. Crescendo ho sperimentato molto, ho fatto gare nel buio totale senza sapere che la differenza tra me e gli altri concorrenti è che loro erano muniti di torce. Ho sbattuto il naso contro muri di vetro, ovvero quegli orizzonti socio-economici che in superficie sembrano raggiungibili a tutti. Basta studiare e impegnarsi, dicono. Ma in realtà ci sono codici e regole tacite che sai o non sai. Crescendo ho imparato a bussare a tante porte per chiedere aiuto, chiedere informazioni, chiedere la realtà dei fatti.

Offro trenta minuti di coaching individuale perché so che a volte 5 minuti di chiacchierata con una persona possono essere più motivanti di ore di lettura o ricerca online. Offro 30 minuti di coaching per dare una guida pratica: su come si scrive un curriculum vitae (perché ne ho fatti tanti), sulle soft-skills, perché in università pochi ne parlano, e su come dove vivi e la tua nazionalità sono onnipresenti, ma contano talmente poco nella narrativa che decidi di dare a te stesso”.

“Voglio incitare le persone, – afferma Kany – a togliersi le “etichette” che la società ha messo loro, devono nutrire i propri talenti, le proprie ambizioni. Ho l’agenda piena di appuntamenti e non sono solo ragazzi con un background migratorio. Fino ad ora ho incontrato molte donne, giovani donne, che seppur molto preparate non hanno consapevolezza della loro bravura, nessuno le ha incoraggiate, sostenute. Io metto a disposizione le mie conoscenze e nel corso delle videochiamata do consigli pratici. Credo molto nel peer to peer, così come nella forza di avere un mentore di riferimento. In Italia, devo dire, manca questa visione mentre in Europa la figura del mentore è molto diffusa”.

“Ho imparato crescendo quanto sia utile confrontarsi con altri e avere un mentore. Io ho bussato a varie porte, ho seguito consigli, e devo dire che molte volte, – gratuitamente – ho ricevuto tanto. Da questa mia esperienza è nata l’idea di “restituire” un po’ di tempo agli altri.

Kany è cresciuta in provincia di Bergamo, arrivata in Italia ad appena sei mesi, per trasferirsi a Parigi subito dopo i 18 anni e aver finito la scuola superiore.

“Sono cresciuta in una provincia leghista, dove la retorica sull’immigrazione e sull’immigrato era pane quotidiano, eppure non ho vissuto episodi di razzismo traumatici. Anzi, devo dire che soprattutto quando ero piccola, fino alle scuole elementari, ho avuto una rete di solidarietà intorno alla mia famiglia. Mio padre lavora come corriere e mia madre è operaia in fabbrica, con orari difficili. Siamo tre figlie e quando eravamo piccine abbiamo avuto l’aiuto da vicine di casa o dalle mamme dei nostri compagni di classe, che ci davano un passaggio a casa, con semplicità e normalità. Ogni martedì e giovedì pomeriggio, poi, andavo a fare i compiti a casa di una signora, che mi seguiva gratuitamente. Poi crescendo, dall’adolescenza in poi, il clima è cambiato: quando salivi sull’autobus c’era chi ti offendeva o ti guardava male. Noi eravamo l’unica famiglia straniera. Io però mi sento una privilegiata, ho avuto tanto dall’Italia e per questo tra poco, appena finisco l’Università, rientrerò nel mio Paese, e andrò a vivere a Milano. Sento che devo lottare per l’Italia.

Il Senegal? E’ il Paese dove torno a trovare i miei parenti, ogni due o tre anni in vacanza. Le mie radici sono lì”.