8 marzo Donne coraggio/ Celeste, la sindacalista di strada minacciata dalla ‘ndrangheta lotta per gli immigrati

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8 marzo Donne coraggio/ Celeste

Immezcla.it ha scelto di raccontare le storie di donne che con coraggio e determinazione si battono per i diritti e lavorano per gli immigrati. Per celebrare l’8 marzo nel segno della forza delle donne per cambiare.

Ha sfidato la ‘ndrangheta, ha sfidato i caporali nel cuore della Piana di Gioia Tauro, Calabria, là dove le ndrine comandano e non si fanno intimorire da una donna. Ma lei, Celeste Logiacco, 32 anni, segretaria della Flai Cgil da un anno appena, gira per i campi, incontra i braccianti, i migranti che ogni giorno per pochi spiccioli raccolgono arance e olive.

Con il camper del sindacato macina chilometri Celeste, gira per la Piana e incontra questi uomini per spiegare i loro diritti. Fa sindacato di strada, che vuol dire prima di tutto, conoscere e instaurare un rapporto di fiducia con i migranti che piano piano vedono in questa giovane donna un punto di riferimento e l’aspettano per avere consigli e capire cosa fare.
“Alle cinque del mattino – racconta la sindacalista -siamo già sui campi, in strada, io e i miei compagni. Siamo una squadra, tre, quattro persone, e andiamo nei paesi: San Ferdinando, Rosarno, Taurianova, Cittanova, Polistena, Palmi, Laureana, Melicucco. Incontriamo i braccianti, parliamo, ben consapevoli che i caporali osservano. Non abbiamo mai ricevuto minacce, avvertimenti, fino alla notte del 2 marzo scorso, quando hanno tagliato le quattro ruote del camper. Un gesto chiaro, ma che non ci ferma. Abbiamo reagito immediatamente, rimettendo in strada il camper dei diritti e della legalità e non ci fermeremo”.

Sa bene i rischi che corre Celeste ma è determinata: “Ho sempre saputo che il lavoro che stiamo facendo come sindacato di strada poteva dare fastidio, ma sono altrettanto consapevole che questa terra può e deve cambiare: l’unica via per uscirne è il lavoro, la legalità. Lo sfruttamento, il caporalato non sono un fenomeno che riguarda solo gli immigrati interessa anche gli italiani che sono sfruttati nel mondo dell’edilizia, del commercio. La nostra è una battaglia per la legalità”.
“Ho fatto una scelta – prosegue la sindacalista. Ho scelto di restare in Calabria, di vivere e impegnarmi per la mia terra e credo che pur tra mille contraddizioni, c’è un segnale di speranza e di cambiamento”.

E’ cresciuta a pane e politica questa giovane donna: “mio padre è ferroviere, iscritto da sempre alla Cgil, e quando ero piccola mi portava alle iniziative, ai cortei in strada. Mi ha insegnato che è giusto impegnarsi per i valori in cui si crede, e combattere perché è giusto farlo. Per questo, anche adesso che abbiamo subito questo atto intimidatorio la mia famiglia mi sostiene, anche se teme per me, e sa che andrò avanti nel difendere i diritti dei braccianti e degli immigrati”.

Ha studiato arte, prima al liceo e poi all’accademia, sognava di insegnare e invece è diventata sindacalista in una terra difficilissima.
Sono entrata in Cgil con il servizio civile, lavoravo allo Sportello immigrazione. Ho conosciuto la realtà della mia terra, mi sono scontrata con i problemi reali di questa gente e mi sono appassionata. Cerco di fargli conoscere i loro diritti e li auto e così il sindacato diventa un punto di riferimento: cose semplici come ad esempio, come si ottiene il permesso di soggiorno e a chi lo devono chiedere? Quanti euro deve essere retribuita un’ora di raccolta? Come si accede alle giornate di disoccupazione?”.

“Qui durante la stagione della raccolta ci sono quasi cinquemila immigrati, e di questi mille vivono nella tendopoli, realizzata dal ministero dell’Interno dopo la rivolta degli africani del 2010. Gli altri in baracche, vecchi casolari, in un capannone industriale, in situazioni di degrado, senza luce, senza acqua. Ogni anno stessa situazione e di certo non possiamo più chiamarla emergenza. Tutti sappiamo che da settembre ad aprile arrivano per lavorare nei campi, ma ancora si è lontanissimi dal garantire loro una accoglienza dignitosa”.

Qui sono solo braccia e non persone, braccianti sfruttati che lavorano a cottimo: una cassa di 25 chili di arance fa 50 centesimi, mentre per i mandarini si arriva a un euro. Lavorano senza sosta, piegati sui campi, sotto gli occhi dei caporali. Ci crede nel suo lavoro Celeste e si impegna cercando proprio di arrivare al cuore dei problemi. Così è nato, da poco meno di un mese, il progetto “Dalla terra il lavoro: in campo contro lo sfruttamento”, per trovare, proprio tra i braccianti, chi possa diventare mediatore. Ed ecco Jacob, del Ghana, che ha attraversato il deserto, ha sfidato il mare sul barcone partendo dalla Libia, ha ottenuto per il permesso di soggiorno per motivi umanitari e adesso ha un contratto con la Cgil come mediatore culturale. Non parla benissimo l’italiano ma conosce bene le difficoltà e i problemi di chi lavora la terra in Calabria, perché anche lui è stato bracciante sfruttato dai caporali e vive ancora nei container come i “suoi fratelli africani”.

“C’è tanto lavoro da fare ancora – dice Celeste Logiacco – e sono ancora più determinata nel portarlo avanti. Saranno anni in cui dovremo far cambiare questa terra e le condizioni di vita dei braccianti, al di là del colore della pelle”.