8 marzo Donne coraggio/ Bruna, la volontaria che accoglie i migranti al porto

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8 marzo Donne coraggio/ Bruna

Immezcla.it ha scelto di raccontare le storie di donne che con coraggio e determinazione si battono per i diritti e lavorano per gli immigrati. Per celebrare l’8 marzo nel segno della forza delle donne per cambiare.

Occhi scuri, profondi ed un sorriso aperto capace di accogliere e confortare. In prima linea, sempre, sulla banchina del porto di Reggio Calabria, per portare aiuto agli immigrati appena sbarcati. Nell’ultimo anno, nel 2014, Bruna Mangiola, ha visto sbarcare sulle coste reggine 16 mila persone, uomini, donne e bambini in cerca di un futuro migliore.“Ci sono stati giorni -racconta -che sono arrivate anche due imbarcazioni. Penso che ricorderemo a lungo l’estate del 2014. Abbiamo lavorato senza sosta, anche il 15 agosto tanti volontari hanno lasciato i falò, gli amici, per venire ad aiutare”.

Bruna Mangiola è l’anima del Coordinamento ecclesiale Emergenza sbarchi della Diocesi di Reggio Calabria Bova, un esperimento di successo che fa lavorare in rete e in sinergia diverse associazioni del mondo cattolico:Caritas Diocesana, Migrantes, Comunità Papa Giovanni XXIII, Masci, Agesci, Cvx, Comunità di S.Egidio, Padri e Suore Scalabriniani. Garantisce il sostegno alla persona nei momenti dello sbarco e nelle strutture di primo soccorso. Il Coordinamento fa capo al Centro diocesano Migrantes e a Padre Bruno Mioli, che è membro del comitato direttivo insieme a Bruna Mangiola e a Giovanni Fortugno della Comunità Papa Giovanni XXIII.

“Abbiamo iniziato quasi due anni fa, quando ci furono i primi sbarchi a Reggio, ci siamo chiesti noi cosa potevamo fare. Così è nata l’idea di questo Coordinamento. Prima eravamo in pochi, adesso, ci sono ottanta volontari che ogni volta sono pronti ad intervenire per soccorrere questa gente che è provata dal viaggio e dalle sofferenze. Affianchiamo le istituzioni nei momenti di identificazione e accoglienza, portando il nostro calore umano. Siamo lì con il sorriso, per stabilire una relazione amichevole e cercando di risolvere i loro problemi: dai bisogni primari, come acqua e cibo, vestiti asciutti e puliti, scarpe, ai bisogni più complessi come quelli di mettersi in contatto con i familiari che sono già in Italia o in Europa”.

“Ho conosciuto persone, storie che mi porterò sempre nel mio cuore. Abbiamo imparato a riconoscere dalle ferite che portano sul corpo, come hanno viaggiato queste persone in fuga. C’è un ordine ben preciso nel prendere posto sull’imbarcazione: i siriani pagano il viaggio di più ed allora vengono fatti alloggiare sopra, tutti accovacciati, ma non possono allungare le gambe, non possono muoversi. Gli africani, invece, pagano meno il viaggio ed allora vengono rinchiusi sotto, vicino ai motori in piedi, stretti l’uno a l’altro e quando il benzene del motore brucia e scoppia ecco che chi è vicino si ustiona. Ho visto carne viva bruciata, ustioni gravi. Tutti poi sono costretti, ovviamente, ad urinare addosso e quando toccano terra, hanno addosso “il profumo della sofferenza”, – io lo chiamo così- non posso dire puzza. E’ l’odore del viaggio e della sofferenza che hanno subito, per questo occorre dare loro tutto: vestiti e scarpe”.

“Ecco le scarpe – racconta Bruna- ricordo bene un episodio. Nel distribuire le scarpe avevamo dato ad un signore siriano, era un imprenditore, delle scarpe piccole e non riusciva a camminare. Così abbiamo dovuto trovare delle altre scarpe e quando sono andata a portargliele nel centro dove erano alloggiati, mi ha accolto sua moglie, ringraziandomi”.

“Abbiamo gestito sbarchi importanti anche di 1800 persone, così quando è arrivata una nave con 240 persone a bordo abbiamo pensato, sarà facile, ci sbrighiamo velocemente. Invece, è stato il più difficile e resterà per sempre nella mia mente e nel mio cuore: c’erano molte persone disabili. Io stessa ho soccorso due ragazzine paraplegiche di 14 e 12 anni, siriane in fuga con la famiglia. Io e un’altra volontaria le abbiamo lavate, e devo dire, che ho pianto. La loro sofferenza, la loro condizione mi ha toccato profondamente e le abbiamo accudite amorevolmente”.

Ma non solo sofferenza. “Abbiamo accolto neonati nati in nave, altri sono nati poco dopo lo sbarco e io ho avuto il privilegio di essere la madrina di un bimbo che è stato battezzato qui. Abbiamo organizzato anche una bella festa, con tanti dolci offerti gratuitamente dalle pasticcerie della città, dentro il centro dove erano alloggiati”.
Storie di persone in fuga che affrontano viaggi disumani in cerca di un luogo sicuro dove vivere e di nuove opportunità. “Dobbiamo spiegare agli adulti dove sono arrivati, abbiamo preparato delle cartine geografiche, perché loro pensano di essere arrivati in Germania, in Svezia”.

“Il Coordinamento – spiega Bruna Mangiola – adesso è diventato un vero punto di riferimento anche per le istituzioni e così la Prefettura a giugno scorso ci ha invitato al Tavolo di Crisi e così collaboriamo fattivamente con loro, garantendo assistenza e aiuto ai migranti. Quando restano nelle strutture in città organizziamo anche l’animazione pensando ai ragazzi e ai bambini. Tornei di calcio, film, giochi, per gli adulti anche corsi di alfabetizzazione per l’italiano”.

“Il nostro intento è quello di farli sentire bene, di fargli capire che c’è chi si prende cura di loro, che non sono soli. Per questo ci è capitato anche di dover denunciare delle situazioni difficili: è capitato che nella distribuzione dei pasti, la porzione di cibo data fosse veramente poca, così abbiamo fotografato e denunciato alla Prefettura. Da allora non è più successo”.
“Adesso c’è un momento di tregua, anche se sappiamo che durerà poco. Ormai arrivano non solo con il bel tempo e nella stagione calda, ma sfidano anche il mare d’inverno. Noi ci teniamo pronti, abbiamo raccolto indumenti e viveri pronti ad accogliere altri fratelli”.