7 marzo 1991: trent’anni fa gli albanesi arrivarono in Italia

0
78
edi rama e il sindaco riccardo rossi
Il premier albanese Edi rama e il sindaco Riccardo Rossi

Fu il primo sbarco di massa, che aprì al “millennio delle migrazioni”. In Puglia una due giorni con il premier Rama

«Il mondo intero va e viene / ma lui non torna» si dispera la “ragazza dell’onda” (“Vajzë e valëve”) al pensiero dell’amato al di là del mare in un celebre canto albanese. Come tutti i Paesi affacciati sul Mediterraneo, anche la terra delle aquile dedica buona parte del suo repertorio musicale ai viaggi d’emigrazione, e non è un caso. La partenza, la commistione tra popoli, la stratificazione di tradizioni comuni, da ogni tempo tessono la fibra stessa di questa parte di mondo. Ma ciò che avvenne nel 1991 segnò un inequivocabile spartiacque della storia. Era il 7 marzo 1991, esattamente trent’anni fa: a Brindisi in poche ore approdarono ventisettemila persone su imbarcazioni di ogni sorta, in fuga dalle macerie del regime di Enver Hoxha e dal tentativo ormai anacronistico di riprenderne le redini del suo delfino Ramiz Alia. 

Mai, prima di allora, l’Italia era stata la destinazione di un movimento così vasto e tanto concentrato di esseri umani, l’unica direzione conosciuta per oltre un secolo era stata quella che portava dall’Italia verso l’America, l’Australia, il Nord Europa. Il 7 marzo 1991 è un giorno che ha segnato un nuovo capitolo su diversi libri di storia. Quella degli albanesi, che per la prima volta, in massa, sfidarono la clausura claustrofobica del regime evadendo dai suoi confini, sempre più ristretti e isolati – lontani, ormai, persino dalla “madre Russia” e dalla Cina. Quella degli italiani, che scoprirono d’essere “oggetto del desiderio”, e non solo più soggetto desiderante, una sorta di America domestica o meglio “Lamerica”, pr richiamare il titolo di un film di Gianni Amelio. La storia dell’Europa e del Mediterraneo, che da quel giorno e negli anni a seguire si sarebbero ritrovati intrecciati tra rotte e cronache di giornale sempre più battute, in un proliferare di partenze e approdi. Il 7 marzo 1991 è una data che scrive la storia di tutti, del “millennio delle migrazioni”, come viene chiamato il nostro tempo, inaugurato prematuramente nel 1991. 

Il 5 e il 6 marzo, alla vigilia di questo anniversario, la Regione Puglia ha dedicato una due giorni alla celebrazione dei trent’anni di storia che uniscono i pugliesi – e gli italiani – agli albanesi, con la visita del premier Edi Rama a Bari e a Brindisi e la partecipazione, tra gli altri, del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, accolti dal presidente della regione Puglia Michele Emiliano, dalla presidente del Consiglio regionale Loreana Capone e dai sindaci delle due città coinvolte.

«Trent’anni d’amicizia» è stato detto nel corso delle cerimonie dedicate alla memoria dell’accoglienza e a suggellare nuovi progetti comuni, culturali e non solo, anche attraverso piani strategici sostenuti da fondi europei. Quella che unisce albanesi e italiani – pugliesi in primis, separati dai primi da una lingua di sole 50 miglia d’Adriatico – è in effetti una vicenda da celebrare e di cui parlare, anche perché straordinaria, forse ineguagliata. Quel 7 marzo, a fare la storia furono anche i cittadini di Brindisi, che dall’orizzonte del porto videro arrivare un esercito di donne, uomini e bambini come da un altro mondo – «sconosciuti, quasi alieni» si ripete ancora oggi nei racconti di famiglia – in cerca di auto, di un pasto, di scarpe, di una coperta, di un tetto, di documenti. Bisognosi di tutto, perché partiti senza una valigia, senza passaporto (quale passaporto?), di corsa attraverso l’unico varco possibile. Come i loro connazionali che mesi più avanti, ad agosto di quello stesso anno, si sarebbero imbarcati sulla nave Vlora, un mercantile carico di zucchero su cui salirono, tutte insieme, ventimila persone – “La nave dolce” l’avrebbe chiamata il regista Daniele Vicari, “Mare di zucchero” avrebbe ricordato Mario Desiati nel suo romanzo. 

Vlora, il mercantile che portò ventimila albanesi

Quegli “alieni” erano studenti – i dissidenti più in prima linea contro il regime – professionisti, artisti, insieme a lavoratori, famiglie indigenti, avventurieri in cerca dell’“America” oltre l’Adriatico. Solo più avanti, nei mesi e negli anni a seguire, sarebbe stato chiarito l’equivoco che per lungo tempo imprigionò gli albanesi nell’immagine di “popolo povero” in fuga dalla fame. Non era la miseria a ridurli nelle condizioni di bisogno estremo in cui si trovarono sulla banchina del porto di Brindisi, ma l’urgenza della loro fuga. Tanti altri avrebbero continuato a lasciare il Paese negli anni a seguire, spinti dal sogno italiano e europeo (lo stesso Edi Rama fuggì all’estero, a Parigi, per poter operare liberamente come intellettuale e artista). Questo comunque, i brindisini non lo sapevano  quando videro arrivare gli albanesi in porto né, probabilmente, se lo chiesero. Difronte a loro c’erano in quel momento persone assetate e affamate, stanche, infreddolite, annichilite da un viaggio avventuroso attraverso mare agitato, e a queste prime necessità risposero aprendo le porte delle loro case, accogliendo i bambini arrivati soli (molti, poi, furono presi in affido), preparando un piatto di pasta. Lo ricordano bene i protagonisti di un altro toccante documentario, “Anija – La nave” di Roland Sejko, approdato lui stesso a Brindisi il 7 marzo.

Nel 1991 i cittadini aprirono le porte di casa, allestirono lunghe tavolate, presero con sé i bambini arrivati soli. Una storia ineguagliata, che ha ancora tanto da insegnare

Non c’erano ancora protocolli per quegli arrivi così imponenti. Il giovane sindaco Giuseppe Marchionna, allora trentasettenne, aprì la strada agli amministratori che negli anni Duemila si sarebbero distinti in territori di frontiera come Lampedusa e Ventimiglia. Ma seppe dare chiare indicazioni ai cittadini, nel segno dell’accoglienza: in quelle ore, in quel 7 marzo 1991, sotto la pioggia scrosciante, furono fatti entrare gli albanesi in porto, requisite le scuole e lanciato un appello ai brindisini: «non abbiate paura, hanno solo fame e freddo, aiutateli e vi saranno riconoscenti», che contribuì ad allentare la tensione, perché già quel primo giorno all’ora di pranzo si finì tutti insieme in lunghe tavolate alla maniera tipica del Sud. Anche Marchionna ha partecipato alla cerimonia che si è tenuta nel porto di Brindisi. «Arrivati a trent’anni da quella vicenda, potremmo anche mettere la sordina alla richiesta di una medaglia – ha detto, riferendosi alla polemica circa il mancato riconoscimento da parte dello Stato del contributo di quei giorni – la presenza di Edi Rama, l’omaggio a Brindisi e ai brindisini sono la nostra medaglia, quella di aver conquistato la fratellanza e la fiducia del popolo albanese».

Il 7 marzo, come richiamato all’inizio, è un anniversario “straordinario” nella nostra storia, anche perché ci riporta a una vicenda che mai più si è ripetuta negli anni a seguire, con una così vasta partecipazione spontanea degli italiani all’accoglienza e un ruolo tanto “morbido” dello Stato. I naufragi al largo della Sicilia, i Cpt, i Cie, il proliferare di un linguaggio razzista sui social e nella politica, tanto per richiamare qualche esempio, sono storia nota. Anche gli albanesi, solo pochi mesi più tardi, a Bari non poterono beneficiare dell’aiuto genuino della cittadinanza, rinchiusi dallo Stato nello Stadio della Vittoria e per la maggior parte rimpatriati. Due paradigmi diversi. Nel 1997 la più grave tragedia dei viaggi d’Adriatico, con l’affondamento della nave Katër i Radës e la morte di oltre cento persone, richiamata nell’opera “Exodus” dell’artista Nicola Genco, esposta in questi giorni nel Palazzo della Regione, magistralmente raccontata nel libro “Il naufragio” di Alessandro Leogrande. Dopo la prematura scomparsa di Leogrande, intellettuale, giornalista, scrittore molto sensibile alle vicende del popolo albanese, è stata per prima la città di Tirana ad intitolargli una strada. 

Ma torniamo alla nostra storia, le cui luci e ombre sono state richiamate ieri a Brindisi dal premier Edi Rama (guarda il video). «Abbiamo un destino comune, quello di essere vittime di pregiudizi – ha detto nel suo discorso – quanto fatto a voi lo avete fatto a noi, e non so noi a chi lo faremo domani. Ma comunque questo destino che ormai fortunatamente appartiene al passato ci rende ancora più vicini. Ormai sembra quasi incredibile immaginare che in soli trent’anni, che sono tanti nella vita di una persona ma un attimo nella vita di un Paese, così tanto è cambiato. Gli albanesi arrivarono quel giorno affamati di libertà e di pane. Poi furono affamati di documenti per poter essere qui legalmente, ma infine sono entrati tutti nella vita economica di questo Paese. Sono quasi cinquantamila le imprese albanesi in Italia. È il punto di arrivo di una storia lunga trent’anni, di quelli che un tempo erano degli “alieni” che arrivavano da un mondo totalmente chiuso e oggi sono rispettati e integrati in un Paese in cui ci siamo sempre sentiti a casa».

Molto, effettivamente, è cambiato in questi trent’anni. L’Albania, amputata di oltre un milione di cittadini (in patria ne vivono 3 milioni, oltre agli altri tre disseminati nei Balcani) tanto da avere istituito un ministero della Diaspora, è un Paese che ha saputo riscattarsi culturalmente e in veloce crescita economica. E proprio l’Albania, è bene ricordarlo, è stato il primo Paese ad aver sostenuto l’Italia al principio dell’emergenza Covid, inviando un contingente di 30 medici salutato dalle parole di Rama «non siamo privi di memoria, l’Albania e gli albanesi non abbandonano mai un proprio amico in difficoltà».

Molto è cambiato anche in Europa dove, pure, l’Albania si appresta a entrare, reduce da anni di neo populismi di destra e tentazioni autonomiste (vedi la gestione dell’emergenza pandemica) se non separatiste (la Brexit e la definitiva uscita della Gran Bretagna dall’Unione). Forse, 7 marzo 1991: trent’anni fa gli albanesi arrivarono in Italia per molti di quei ragazzi che si imbarcarono nel ‘91 non siamo più l’America, tra loro anche tanti tornati in patria a investire il frutto di anni di lavoro all’estero. Di sicuro non lo siamo per i giovani albanesi di oggi, che parlano l’inglese al posto dell’italiano. E non siamo, davvero, l’America di chi viene dall’Africa e muore sui barconi, o vive nel limbo delle baraccopoli e di altre periferie umane. Eppure, forse proprio questo, quel giorno di trent’anni fa deve restare scolpito nella storia e nella coscienza. «Il 7 marzo 1991 Brindisi è entrata tra i grandi insegnanti dell’umanesimo e della solidarietà – ha detto Edi Rama in un passaggio del suo intervento – non quella dei discorsi politici e delle prediche che finiscono quando si spegne la telecamera. La gente comune quel giorno ha mostrato che è la politica a fare da diffusore dell’odio e della paura». Una vicenda che ha ancora tanto da insegnare.