Parigi 10 dicembre 1948, Anna Eleanor Roosevelt: “Ecco la Magna Carta di tutta l’Umanità”

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Dichiarazione diritti umani

“Ci troviamo oggi alla soglia di un grande momento nell’esistenza delle Nazioni Unite e dell’Umanità. Questa dichiarazione potrebbe diventare la Magna Carta internazionale, per ogni uomo ed in ogni luogo”.

Anna Eleanor Roosevelt delegata americana presso le Nazioni Unite

Presidente della Commissione per i Diritti Umani, Anna Eleanor Roosevelt, sempre fervida attivista per i diritti civili, diede un contributo determinante alla formulazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. La sua fu la prima voce che pronunciò questi preziosi trenta articoli in occasione della presentazione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 10 dicembre 1948 al Palais de Chaillot, davanti alla Tour Eiffel, a Parigi. Su 58 Stati membri (l’Italia avrebbe fatto ingresso alcuni anni dopo, nel 1955) fu approvata da 48 di essi. Nessun voto contrario ma otto astensioni (Arabia Saudita, Bielorussia, Cecoslovacchia, Polonia, Ucraina, URSS, Sud Africa, Jugoslavia) e due assenti (Honduras e Yemen). Anna Eleanor Roosevelt definì subito quell’atto storico, coronamento del suo lungo e faticoso impegno politico iniziato negli anni venti, come “la Magna Carta di tutta l’Umanità”. Il presidente americano Harry Truman, succeduto al marito Franklin Delano, l’aveva definita “la First Lady del Mondo” per l’impegno umanitario e la dedizione all’attuazione dei valori poi contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, nominandola nel 1946 delegata per gli Stati Uniti presso le Nazioni Unite. Fu una scelta lungimirante che consegnò alla Storia di questo importante documento, la dimensione di autentica universalità: lei la scrisse insieme al comitato preparatorio formato da soli uomini, rappresentandone un’appassionata e lungimirante propugnatrice.

La donna della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, considerata l’atto fondante del diritto internazionale dei Diritti Umani, Anna Eleanor Roosevelt, alla guida della Commissione composta da 18 membri, collaborò strettamente con il comitato preparatorio composto dal giurista e diplomatico francese René Cassin(premio Nobel per la Pace nel 1968), dell’accademico e attivista per i Diritti Umani cinese Peng Chun Chang, dell’accademico e diplomatico libanese Charles Malik, del giurista e attivista canadese John Peters Humphrey, del giurista australiano William Hogdson, dell’educatore e giudice cileno Hernan Santa Cruz, del diplomatico sovietico Alexander Bogomolov e del sindacalista britannico Charles Duke.

L’esito del lavoro fu un corpo di valori nel loro complesso indivisibili, interdipendenti e frutto di un compromesso storico significativo tra il blocco di paesi democratici promotori del riconoscimento dei Diritti Politici e Civili e quello dei paesi socialisti e comunisti promotori dei Diritti Sociali ed Economici, nonostante l’astensione dei paesi dell’area Sovietica al momento del voto. Tale documento, inizialmente steso in una versione con 500 articoli poi divenuti 30 –  raccoglie ed enuncia una serie di principi, per questa ragione, Universali.

Nato dalla ceneri e dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale, in un momento in cuicostruzione di una dimensione di Pace era tanto necessaria quanto complessa e in cui la Speranza e lo sguardo al Futuro apparivano vitali ma non per questo meno audaci, il dibattito sui diritti fondamentale in sede Onu approdò, dopo due anni di lavoro, nel 1948 ad una Dichiarazione di Intenti, non formalmente vincolante nel rispetto della sovranità nazionale degli Stati ma sostanzialmente rappresentativo di un patrimonio di valori imprescindibili, da non depauperare o ridurre. Un punto di partenza comune. La Dichiarazione fu, infatti, ispiratrice negli anni successivi di Convenzioni invece vincolanti per gli Stati sottoscrittori e ratificate con leggi nazionali. Resta a distanza di oltre settanta anni la consapevolezza – chiara nel 1948 – della centralità di questo documento, in quanto aspirazione, monito, desiderio e ricerca di pace e benessere per tutti, scrigno di valori irraggiungibili e inconsistenti senza libertà e uguaglianza di diritti. 

La sede in cui lavorare per gettare le basi di un documento ufficiale e solenne che ponesse al centro della riflessione e poi della legislazione l’Umanità e la sua dignità era proprio quella dell’Onu. Nata nel 1945 per il mantenimento della pace e della sicurezza mondiale e per lo sviluppo di relazioni di cooperazione tra gli Stati (valori ancora tutti da edificare in quel momento), l’Organizzazione della Nazioni Unite – sorta in luogo della Società delle Nazioni nata all’indomani della Grande Guerra e con sede a New York – si poneva già come l’organizzazione intergovernativa più grande, oggi anche la più nota, più rappresentativa e più potente a livello internazionale, con uffici principali a Ginevra, Nairobi, Vienna e L’Aia.

Storicamente i diritti connaturati alla persona hanno conquistato faticosamente un ruolo di primo piano negli ordinamenti Statali e Sovranazionali. In molti paesi del mondo questi diritti restano solo sulla carta, in altri sono solo un’utopia. La riflessione sui Diritti umani e sulle devastanti conseguenze scaturite da impunite e prolungate violazioni degli stessi hanno segnato la Storia, favorendo un successivo percorso che ha condotto alla fondazione, in occasione della Conferenza di San Francisco del 1945, dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e tre anni dopo alla stipula a Parigi di questa Carta promotrice di istanze comuni di pace, rinascita e prosperità. Adesso il documento scritto c’è – e non è certamente un successo che ce ne sia stato bisogno – e quindi non ci sono davvero più alibi.

I Diritti Umani consacrati nella Dichiarazione Universale


https://www.altalex.com/documents/codici-altalex/2014/03/08/dichiarazione-universale-dei-diritti-dell-uomo

I Diritti enunciati, universali e interdipendenti, garantiscono la realizzazione in pienezza della persona e pertanto necessitano di un riconoscimento che sia concreto in ogni loro espressione. 

Preambolo

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;

In questi primi due capoversi del preambolo appaiono chiari l’ispirazione dell’Atto e l’insegnamento ancora una volta davanti agli occhi degli Stati: il mancato rispetto dei diritti umani non solo è generato dalle guerre ma genera a sua volta altri conflitti,altre violenze, altri orrori. L’unico viatico per un futuro di Pace e di Libertà è la cooperazione congiunta degli Stati e la concreta e fattiva condivisione di Valori e Diritti racchiusi nell’ideale da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le nazioni. Talepreambolo costituisce la piazza su cui è stato costruito il tempio e i singoli articoli rappresentano le colonne portanti dello stesso tempio, quali le Libertà civili, politiche, sociali, economici e culturali, secondo la metafora adottata da René Cassin.

Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione;
(…)
Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;

Senza diritti, nessun impegno qui assunto potrà essere rispettato. Dunque tutto è strettamente connesso e inscindibile. Tutto è premessa, percorso e traguardo, al contempo.

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

A questo enunciato è affidato l’incipit di questo documento, il fondamento di ogni ragionamento, la condicio sine qua non, la radice senza la quali nessuna crescita è possibile. Il diritto ad un ordine internazionale, oggi duramente messo alla prova dal terrorismo, dalle guerre, dalla povertà, dalle ingiustizie sociali e dalle disuguaglianze, è poi il naturale seguito. Parlare di Diritti Umani in questo frangente storico in cui iconflitti armati imperversano, le impunità, la violenza e le discriminazioni sono ancora trame pervicaci e pervasive del tessuto sociale pure di Stati di proclamatademocrazia, richiede una riflessione tanto complessa quanto ormai indifferibile. L’enunciazione di diritti, che restano largamente disattesi nel mondo, deve essere con forza richiamata, rivendicandone con fermezza l’attuazione.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani consacra in trenta articoli il passaggio dalle quattro libertà umane fondamentali individuate dal presidente Roosevelt nel 1941 – la libertà di parola e di espressione, la libertà di culto, la libertà dal bisogno e la libertà dalla paura – ad una diversa e più articolata enucleazione del diritto alla Vita, alla Sicurezza, all’Incolumità, all’Uguaglianza, alla Giustizia, alla Protezione sociale e umanitaria: tutte libertà che riconoscono rispettivamente alla persona una dimensione di autodeterminazione rispetto allo Stato (diritti civili) e all’interno dello Stato (diritti politici), in un quadro che si compie a pieno con i diritti economici, sociali e culturali. Tutti i diritti vanno considerati nella loro completezza, in un’ottica imprescindibile di integrazione e interconnessione. 

Dal diritto alla personalità giuridica (nome, identità, cittadinanza), al ricorso alla giustizia e alla difesa dinnanzi al tribunale imparziale, alla privacy e alla partecipazione al governo del Paese, alla libertà di movimento e di scelta della residenza, di matrimonio e di scioglimento del vincolo con uguaglianza dei diritti dei coniugi, di espressione, di coscienza e di religione, di riunione e associazione. Riconosciuto pure il diritto di lasciare il proprio paese e di farvi ritorno in libertà, ma anche il diritto di cercare protezione in un paese diverso da quello di origine in cui si è vittima di persecuzioni. Sanciti anche i divieti di riduzione in schiavitù, di tortura, di arresto arbitrario e di privazione arbitraria della proprietà individuale o comune. 

Sul fronte dei diritti economici, sociali e culturali, la Dichiarazione contempla ildiritto al lavoro (con tutela della maternità e dell’Infanzia), alla retribuzione, al riposo, all’istruzione, alla scuola, all’università, alla salute, all’attività scientifica, artistica e letteraria. 

Questo scrigno di diritti – che a rifletterci hanno impiegato decenni prima di essere tradotti in legge anche in Italia e che ancora non sono legge in tutti i Paesi – sono preceduti dal sopracitato articolo 1 seguito da un altro articolo fondamentale:

Articolo 2

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

Senza libertà dalle discriminazioni nessun diritto è riconosciuto e garantito. Suggellano l’enunciazione tre articoli tutt’altro che di secondo piano. Intrinsecamente legati ai primi due che hanno aperto, essi sanciscono il diritto ad un ordine sociale e internazionale fondato sul rispetto dei diritti delle persone, ricordano alle persone la sussistenza di doveri connessi ai diritti e richiamano gli Stati alle loro responsabilità in materia di tutela piena e all’impegno a realizzare tali diritti e a difenderli da azioni pregiudizievoli. 

Articolo 28

Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

Articolo 29

1. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.

2. Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.

3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.

Articolo 30

Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciatiAnna Eleanor Roosevelt, la donna della Dichiarazione Universali dei Diritti Umani

“La libertà richiede moltissimo ad ogni essere umano. Con la libertà viene la responsabilità. Per la persona che non vuole crescere, la persona che non vuole portare il suo peso, questa è una prospettiva terrificante.

 Anna Eleanor Roosevelt, Delegata Americana alle Nazioni Unite

Moglie (poi vedova) del presidente degli Stati Uniti Franklin Delano, di cui era cugina, già prima di diventare First Lady era intensamente impegnata sul fronte dei diritti umani e della giustizia sociale. Già durante la presidenzaAnna Eleanor Roosevelt aveva sostenuto con vigore il movimento americano per i diritti civili e i diritti degli Afroamericani, esponendosi alle attenzioni del direttore dell’FBI John Edgar Hoover che l’aveva posta sotto sorveglianza.

Attiva nell’associazione delle Figlie della Rivoluzione Americana, Anna Eleanor Roosevelt era uscita dal sodalizio quando, nel 1939, non era stato consentito alla cantante lirica afroamericana Marian Anderson, anche lei socia, di esibirsi alla Constitution Hall. Non era stata, tuttavia, altrettanto oltranzista quando il consiglio scolastico del District of Columbia, sotto la giurisdizione di suo marito e del Congresso controllato dai Democratici, non aveva consentito alla stessa cantante di esibirsi per un pubblico interrazziale nell’auditorium di una scuola pubblica di soli bianchi.

Il suo impegno fu costante e attraversò la guerra e il dopoguerra. Nel 1943 Anna Eleanor Roosevelt con Wendell Willkie ad altri esponenti americani, aveva lavorato alla costituzione della Freedom House, un istituto di ricerca per la promozione della pace e della democrazia nel mondo. 

Nel 1950, con altre illustri personalità, Anna Eleanor Roosevelt si impegnò inutilmente per la salvezza di Milada Horáková, condannata a morte dal regime comunista cecoslovacco. Fautrice della libertà, fu decisa oppositrice del maccartismo e della politica anticomunista interna, che lei fermamente definiva “ondata di fascismo”.

La scelta delle parole e il ruolo profetico delle Donne

Anna Eleanor Roosevelt ne promosse il percorso in sede ONU, contribuì alla sua stesura ma furono le donne della Commissione sulla Condizione della Donna (Commission on the Status of Women, CSW) istituita in sede Onu nel 1946, a dare un indiscusso apporto alla scelta delle parole, da sempre veicolo di retaggi patriarcali e maschilisti a quei tempi ancora taciuti e mai posti alla luce. Ebbene, la Commissione ebbe l’ardire e l’ardore di rivendicare un uso delle parole rispettoso della componente femminile del genere umano.  

Da subito fu posta e accolta la questione di parlare di Diritti Umani, senza scivolare sul terreno dei vicini Droits de l’Homme francesi e perpetuare i Diritti dell’Uomo. Un’apprezzabile conclusione, salvo poi leggere nella convenzione Europea di due anni dopo, la dicitura Diritti dell’Uomo per intendere ovviamente tutte le persone senza distinzione di sesso o genere. Se pensiamo che ancora oggi la questione del linguaggio è aperta e irrisolta, purtroppo l’approccio di allora non può sorprendere. Torniamo al 1948.

Così si legge in un interessante documento dell’Aidos (associazione italiana Donne e Sviluppo) sul ruolo delle donne nel dibattito sulla stesura della Dichiarazione universale: “Il dibattito fu lungo, aspro, non scontato. La stessa Roosevelt si trovò a difendere in quanto universali espressioni come ‘mankind’ (letteralmente “umanità”, ma a partire dalla radice “man”, che significa ‘uomo’, a differenza del più neutro ‘humankind’), affermando che esse ormai appartengono al linguaggio comune sia di uomini che di donne. La presidente della CSW, Bodil Begtrup (Danimarca), affermò invece esplicitamente che il mondo era cambiato, dopo la dichiarazione di indipendenza USA, e non era al suo linguaggio che ci si poteva richiamare. Per rimarcare le novità, propose che fosse inserita nella Dichiarazione una espressione o una nota secondo la quale, ogni volta che si usava una parola di genere maschile, la norma doveva essere applicata anche alle donne, senza discriminazione alcuna.

La proposta non fu nemmeno discussa, e dunque la CSW si impegnò, con grande ostinazione, perché in ogni singolo articolo della Dichiarazione fosse adottato un linguaggio non sessista. Una battaglia, in larga misura, vinta; anche se permane, nel testo inglese originale, luso dei pronomi he, him, himself, o dellaggettivo his, tutti riferiti al genere maschile. Negli anni seguenti, ha fatto particolarmente discutere luso di questa espressione al maschile riferito al diritto di ciascuna persona al sostentamento per sé e per la propria famiglia; tuttavia gli ultimi testi, ed in particolare la Raccomandazione n.28 del Comitato diritti umani, riferita al testo del Patto sui diritti civili e politici, ha chiarito senza equivoci che essa non può e non deve essere interpretata nel senso di una dipendenza della donna dalluomo.

Certamente, nel dibattito sulla stesura della Dichiarazione universale il dibattito su come definire la famiglia fu acceso e certo non indifferente rispetto alla lettura dei diritti della persona, e della persona donna. Su questi temi, al contrario che sul linguaggio, Anna Eleanor Roosevelt ebbe un ruolo di punta, battendosi in prima fila per i diritti delle donne nel matrimonio e nel divorzio. Tutta la CSW, comunque, si impegnò molto per evitare ogni definizione discriminatoria, ed ottenne risultati rilevanti, tanto più rispetto alla cultura dell’epoca, come ad esempio sulla posizione di uomini e donne nel matrimonio, all’art. 16: Essi hanno uguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all’atto dei suo scioglimento”.

(http://dirittiumani.donne.aidos.it/bibl_2_testi/a_dich_univ_dir_umani/du_ruolo_delle_donne.html).

Oggi leggiamo che ciascun articolo inizia con “Ogni individuo …”, ed è quindi evidente l’attenzione prestata e accordata ma è indubbio che al poetico primo articolo per nulla avrebbe appesantito qualche aggiunta come la parola sorellanza accanto a fratellanza.  

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, l’atto di nascita del diritto internazionale dei Diritti Umani 

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Dudu), da un punto di vista meramente formale, non è vincolante poiché rappresenta una enunciazione di principi dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite rivolta all’attenzione di tutti gli Stati. “La Dichiarazione impegna le responsabilità delle nazioni e degli individui, uno per uno” – disse Renè Cassin uno dei padri di questo documento. Essa non è un documento astratto, poiché i diritti in essa espressi riguardano la vita quotidiana di ciascuno. Tuttavia ciò che ha realmente vincolato gli Stati all’osservanza dei suoi precetti sono state le Convenzioni successive sottoscritte dagli stessi. Solo due anni dopo, nel 1950, la Convenzione Europea Dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali viene adottata dal Consiglio d’Europa. Essa rappresenta la prima tra le fonti internazionali in materia di Diritto dei Diritti Umani insieme alla Carta Sociale europea dedicata ai diritti economici e sociali, alla Convenzione Europea per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti del 1987, anch’esse adottate dal Consiglio d’Europa. Tra le suddette fonti rientrano anche gli accordi vincolanti adottati dalle Nazioni Unite come la Convenzione Internazionale per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio del 1948, i Patti Internazionali relativi ai diritti civili e politici e ai diritti economici, sociali e culturali del 1966, la Convenzione Internazionale sullo status dei rifugiati del 1951, la Convenzione Internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 1969, la Convezione Internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna del 1981, la Convenzione Internazionale contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani e degradanti del 1984, la Convenzione Internazionale sui diritti del fanciullo del 1989.  Queste le prime fonti di diritto internazionale, ossia il corpus vincolante di norme che impegnano gli Stati sottoscrittori al loro rispetto e alla loro tutela. Ad integrazione del testo della Convenzione sono seguiti nel tempo altri documenti – i cosiddetti Protocolli Integrativi – vincolanti per i paesi aderenti alla Cedu. Citiamo il protocollo addizionale del 1954 che ha disposto la tutela della proprietà, dell’istruzione, del voto, il protocollo n. 4 del 1968 che ha disposto la tutela della libertà di circolazione, il divieto di detenzione per debiti, di espulsione di cittadini e di espulsione collettiva di stranieri (unica disposizione riconducibile al mancato riconoscimento del diritto di asilo), il protocollo n. 6 del 1985 sull’abolizione della pena di morte, il protocollo n. 7 del 1988 che ha previsto garanzie procedurali per cittadini e stranieri, il protocollo n. 11 del 1998 che ha istituito la Corte Europea dei Diritti dell’uomo in seduta permanente e il protocollo n.12 firmato nel 2000 ha vietato espressamente ogni forma di discriminazione. Tra le convenzioni più recenti ricordiamo la Convenzione del sulla Prevenzione e la Lotta alla Violenza contro le Donne e la Violenza Domestica (Convenzione di Istanbul), approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 ed aperta alla sottoscrizione l’11 maggio 2011 a Istanbul (Turchia). L’Italia l’ha ratificata nel 2013 ma la piena attuazione risulta ancora da raggiungere. Nel 2018 il Grevio, Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne, l’organismo indipendente del Consiglio d’Europa che monitora l’applicazione della Convenzione di Istanbul in tutti i paesi che l’hanno ratificata, ha avviato la procedura di valutazione dell’applicazione della Convenzione. Il rapporto mette in luce non poche criticità per esempio con riferimento all’attuazione effettiva del Piano nazionale antiviolenza, alla gestione dei finanziamenti e al riconoscimento del ruolo e della metodologia dei centri antiviolenza (https://www.direcontrolaviolenza.it/cosa-deve-fare-lo-stato-italiano-per-attuare-la-convenzione-di-istanbul-secondo-il-grevio/).

E’ solo un esempio del cammino complesso di questi diritti dalla loro enunciazione alla loro attuazione.

Il diritto internazionale dei Diritti Umani è oggi un patrimonio imprescindibile, ricco di impegni cogenti per i singoli Stati. E nonostante ciò la storia di tutti i giorni è scandita da inosservanze e violazioni che non conoscono limiti territoriali, che si consumano anche nei paesi più evoluti, senza che le leggi riescano ad essere efficaci e che gli Stati riescano ad onorare gli impegni assunti, a proteggere persone e minoranze. Un mondo profondamente spaccato dalla miseria e dalle guerre, che non riesce a sostenersi, incapace di curare le ferite ed invece incline a generare ulteriori fratture e divisioni. Un mondo attraversato dall’indifferenza, dalla violenza e dallo svilimento della diversità. Un mondo in cui i bambini non sono tutti uguali, in cui le donne sono in pericolo dentro le mura domestiche, in cui il colore delle pelle, le nazionalità e gli orientamenti sessuali sono barriere e in cui i margini sono sovraffollati da persone che restano invisibili. Una geografia di ingiustizie e diseguaglianze scoraggiante che non rende solo necessario richiamare l’attenzione su questi Diritti ma che deve anche imporre maggiore responsabilità e rigore nella loro osservanza. Senza il loro rispetto nessun futuro di Pace sarà mai duraturo. 

Senza Libertà e Dignità per Tutti nessun angolo di mondo resterà umano e vivibile e senza Uguaglianza nessuna metà di cielo reggerà.