I volti e le storie delle migrazioni e il fil rouge degli attentati di Parigi del 2015, nel film collettivo 13.11

Anna Foti

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Giovani migranti in un centro di accoglienza guardano la partita di calcio tra Francia e Germania a Tolosa, in un clima di apprensione una donna marocchina cerca suo figlio a Siviglia, un amore tenero sboccia a Riga tra una giovane lettone e un ragazzo pakistano, azioni di quotidiana e preziosa solidarietà ad Amburgo fanno da sfondo all’incontro tra un giovane arabo e un senzatetto, nel ghetto angolano di Lisbona un uomo cerca qualcosa che gli è stato rubato ed invece trova qualcuno di molto più importante, una famiglia si ritrova nelle periferie di Bologna dopo avere lasciato il paese di origine ed avere iniziato a viaggiare senza una destinazione. Sei spaccati di vita segnati dalla migrazione ed un fil rouge rappresentato dal racconto mediatico a ridosso degli attentati terroristici di Parigi del 13 novembre 2015. Quei fatti sconvolgenti non fanno solo da sfondo alle storie; in realtà quegli accadimenti hanno generato nell’Europa una ferita profonda destinata a rimanere, una traccia indelebile scritta nelle pieghe di una Storia contemporanea buia e dura, che a tratti sfiora e a tratti irrompe nelle vite delle persone e, quindi, anche dei protagonisti del film collettivo 13.11.

Tolosa, Siviglia, Riga, Amburgo, Lisbona, Bologna, sei città europee nei sei corti, indipendenti tra loro, realizzati da altrettanti registi italiani. Sei storie di migrazioni in cui le vicende personali e difficili di cittadini extracomunitari lontani dal paese di origine si intrecciano con la scoperta di quanto sta avvenendo a Parigi la sera del 13 novembre 2015.

Prodotto in Italia nel 2017 da Elenfant Film, un’associazione culturale nata a Bologna nel 2004, impegnata a promuovere e ad alimentare l’appassionante intreccio esistente tra il cinema e il reale, prediligendo i temi dei diritti umani, dell’integrazione tra i popoli, dell’uguaglianza di genere e della valorizzazione della memoria storica, il film collettivo 13.11 è stato interamente proiettato, per la prima volta in Calabria, al cinema Metropolitano nell’ambito della programmazione di Reggio Calabria del tour conclusivo della XII edizione del Pentedattilo Film Festival. “Siamo particolarmente contenti di aver potuto proporre a Reggio questa prima proiezione regionale. Questo progetto di Elenfant Film valorizza la capacità del cortometraggio di intrecciare e veicolare in modo efficace temi di memoria e attualità”, hanno commentato il direttore artistico del Pentedattilo Film festival, Americo Melchionda, e la direttrice di produzione, Maria Milasi.

Si tratta di una web serie atipica che non contempla un nesso narrativo tra di corti ma dalla cui visione complessiva gli stessi traggono maggiore forza ed efficacia. Le tematiche sono diverse ma il focus è il medesimo: storie di migrazioni di cittadini extracomunitari differenti tra loro.

Ecco i titoli dei film brevi che compongono il mosaico di storie 13.11: 19’35” di Adam Selo (ambientato a Tolosa), El hijo de Fatima di Carlotta Piccinini (Siviglia), Anna and Bassam di Davide Rizzo (Riga), What God wants di Michele Innocente (Amburgo), Nina di Mario Piredda (Bologna) e Hoje Nao di Mattia Petullà (Lisbona), regista originario del comune calabrese di Marcellinara, presente alla proiezione al cinema Metropolitano di Reggio Calabria.

“Il film collettivo è frutto di un progetto vincitore di un bando grazie al quale abbiamo avuto un finanziamento cospicuo ma certamente non sufficiente a realizzare cortometraggi di questo livello. Elenfant Film è infatti una realtà che rivendica la propria indipendenza e che ha messo in campo professionalità e passione, unitamente ad un notevole sforzo produttivo, per realizzare questo lavoro”, ha spiegato Mattia Petullà.

La web serie é stata realizzata da Elenfant Film nell’ambito del progetto Amitie Code, cofinanziato dall’Unione Europea e coordinato dal Comune di Bologna, in partnership con Lai-momo Società Cooperativa Sociale, Arci Bologna, Arci Solidarietà Bologna, Unesco-Iccar, Sayonara Film Srl, Adcom, Corrado Iuvara post-production, Coopspettacolo.it, LaRepubblica.it (main media partner), Combo, El Garaje, Im Videoproduction.

Turbamento, incredulità, indifferenza, apprensione e paura, questi gli stati d’animo dei protagonisti dinnanzi alla conoscenza di quanto sta accadendo a Parigi, dove nell’arco di più di tre ore furono sferrati una serie di attacchi terroristici rivendicati dall’Isis e concentratisi tra Louvre, Enclos-Saint-Lauren e Popincourt, rispettivamente I, X e XI circondario (arrondissement) di Parigi e allo Stade de France, a Saint-Denis, nella regione dell’Île-de-France. La sparatoria più sanguinosa avvenne presso il teatro Bataclan, dove rimasero uccise 90 persone, tra cui la giovane italiana Valeria Solesin. Un bilancio drammatico di 137 (compresi gli attentatori) persone uccise e oltre trecento feriti.

“A legare idealmente tra loro le vite di cittadini extracomunitari di sei municipalità europee differenti è il racconto mediatico degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015. Mentre il dramma si consuma, i migranti protagonisti delle storie sono immersi nei loro problemi e nella loro lotta personale e familiare per la sopravvivenza, segno appunto di quanto le migrazioni vadano conosciute prima di essere giudicate, vadano incontrate ed ascoltate per essere veramente comprese e non ridotte ad etichette”, ha spiegato ancora il regista Mattia Petullà.

Il terrorismo irrompe mostrando il volto cruento e terribile delle migrazioni che generano il nemico e intanto altre storie silenziose e autentiche raccontano un altro volto dello stesso fenomeno, un volto sfaccettato e vero, in cui si lotta per continuare a sperare e a vivere. Questo film collettivo offre questa visuale composita e necessaria per oltrepassare le barriere dei pregiudizi e della disinformazione. Sotto il peso di una esistenza schiacciata dall’assenza di diritti, si sgretola ogni etichetta utile solo ad omologare i punti di vista, perché rimangano superficiali e influenzabili.

“L’informazione ci ha abituati ad una visione appiattita delle migrazioni, fenomeno invece pregno di sfaccettature come dimostrano questi corti in cui i migranti sono persone con diritti troppo spesso negati e storie difficili alle spalle, come quelle dei cittadini angolani che ho conosciuto nel ghetto di Lisbona e ai quali ho dato voce attraverso Miller, il protagonista nel corto Hoje Não che ho diretto. Credo che il cinema abbia la potenza di restituire alla realtà la prospettiva poliedrica che possiede e al fenomeno della Migrazione la complessità che lo caratterizza“, ha commentato il regista Mattia Petullà

Il film collettivo 13.11 è un racconto a più voci dell’universo poliedrico e complesso dei popoli che, con l’atto di migrare, da sempre scandiscono le tappe della millenaria storia dell’Umanità. Oggi questo viene dimenticato e la migrazione è considerata soltanto come una questione emergenziale da risolvere. Contribuiscono ad ampliare la visuale e a restituire il respiro universale che possiedono ad un fenomeno così complesso, queste sei storie accomunate dalla dolorosa data per l’Europa del 13 novembre 2015.

Quella sera drammatica ha innescato timori e paure nel quotidiano di tanti, facendo vacillare le relazioni tra le persone e i progetti per il futuro, scuotendo le esistenze. Si potrebbe individuare in quella corsa gioiosa e liberatoria di Anna verso Bassam, quando sembrava che quella cieca violenza fosse riuscita a vincere anche su un amore tenero e innocente, nel corto di Davide Rizzo, il senso più dolcemente rivoluzionario di un cambiamento culturale al quale questo film collettivo si propone di contribuire. Ciascun corto racconta di sfide e di rivendicazioni legittime di diritti umani fondamentali, svelando che nell’atto di migrare, in questa azione vitale e necessaria come respirare, palpitano la Vita, la Storia e la Dignità delle persone.

Il diritto ad una casa, il diritto al cibo, il diritto all’accoglienza e all’integrazione, il diritto a non essere discriminato e ghettizzato, il diritto ad essere figlio e forse anche ad essere padre, questi sono alcuni dei fronti che assorbono le energie e le attese dei protagonisti dei cortometraggi scardinando, con la forza di un racconto ispirato a storie vere e a testimonianze raccolte direttamente dagli stessi registi, la corrispondenza falsa e strumentalizzata tra migrante e terrorista.

“Nella realizzazione del mio corto Hoje Nao ho preso spunto da tante storie che ho conosciuto incontrando gli abitanti del ghetto di Lisbona e dunque il mio è stato un approccio antropologico. Mi sono fatto guidare dai migranti prevalentemente angolani, ma non solo, che vivono nel ghetto, dalle loro storie di donne e di uomini che forse sono anche padri, di persone che rimangono spesso intrappolate nei labirinti di una burocrazia schizofrenica e che, ritornando nel paese di origine per ottenere documenti poi non più validi in Europa, successivamente sono costretti a rientrare da clandestini. I viaggi rischiosi non sono solo quelli sui barconi, che certamente ci sono e causano morte. Ho proceduto mettendo insieme pezzi di tante storie che ho ascoltato e scoperto, lasciando il finale aperto. Non spiego mai tutto nei miei film e, con i colleghi di Elenfant Film, rivendico anche un lavoro quasi sempre eseguito con attori non professionisti e con casting sul campo. Nel mio caso Miller è interpretato da un attore che è davvero un cittadino angolano che vive nel ghetto di Lisbona; José Carlos De Andrade Ribeiro è un ragazzo padre che mi ha fatto da guida nella vita del ghetto in cui ogni bambino è come se fosse figlio dell’intera comunità”, ha spiegato ancora il regista Mattia Petullà.

Pronipote di un costruttore di “coppi” ossia di tegole, emigrato dal comune originario di Bianco, nel reggino, verso quello catanzarese di Marcellinara per costruire un forno, Mattia Petullà manca dalla Calabria da quasi venti anni. Ha la migrazione nel sangue e adesso, grazie anche al suo ritrovato e rinnovato interesse per il cinema, che ha esplorato da montatore ad al quale adesso è tornato coltivando la passione per la regia, sta recuperando anche il suo rapporto con la sua terra natia. In Calabria ha già ambientato il suo corto “E Berta filava” (2012) tratto dalla storia vera di una donna immigrata a Marcellinara, sua terra di origine, e un lavoro autoriale dedicato a Gioacchino Da Fiore. “La Calabria continua ad ispirarmi”, ha sottolineato, infine, il regista Mattia Petullà, schiudendo alla certezza che altri lavori in futuro racconteranno della terra di origine che ha ritrovato.