Vito Teti, “Pietre di pane. Un’antropologia del restare”

Anna Foti

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L’avventura del restare – la fatica, l’asprezza, la bellezza, l’etica della «restanza» – non è meno decisiva e fondante dell’avventura del viaggiare. Le due esperienze sono  complementari, vanno colte e narrate insieme. Cosa sarebbe, dunque, la storia dell’uomo e della donna senza l’apporto di chi cammina ‘viaggiando’, al pari di chi cammina ‘restando’, senza il viaggio di Ulisse e senza l’attesa di Penelope? Senza la nostalgia del migrante e la sua erranza in terra lontana? Ennesime domande le cui risposte sono già un viaggio dentro ciascuno di noi, dentro quella dimensione profondamente umana del movimento, della tensione verso un altrove, altro da quello che ci è noto e altro da noi, del fermento che ogni mutamento, anche quello apparentemente più insignificante, porta con sé. Un cammino, quale esercizio costante di verità, che non necessità delle distanze e degli spazi staticamente concepiti, ma che riscopre e riscrive nuovi orizzonti in cui ‘qui’ e ‘altrove’ in realtà si mescolano, si rifondano e si reinventano a vicenda. Restare può essere la forma estrema del viaggiare. Restare è un’arte, un’invenzione; un esercizio che mette in crisi le retoriche delle identità locali. Così l’antropologo calabrese Vito Teti, nel suo saggio “Pietre di Pane. Un’antropologia del restare” edito da Quodlibetnel 2011, tesse la tela nuova del racconto di chi ‘rimane’, dopo una tradizione culturale che ha prediletto il nomadismo e l’erranza piuttosto che la stanzialità e la permanenza, attraverso la modernità ulissiaca in cui l’eroe viaggia mentre la donna attende. Ma è questa stessa tradizione, nell’odierno spaccato di globalizzazione, a rivelare di possedere da sempre il germoglio di una nuova lettura del viaggio come ritorno, come ricerca. Il ritorno, dunque, a qualcosa che evidentemente, pur appartenendo a qualcuno rimasto in un luogo fisico, non ha smesso di avere un respiro universale. L’antropologia approda all’esplorazione di colui che ‘rimane’, invece di partire, e che nell’atto stesso di restare partecipa attivamente al cambiamento.  

E’ un termine particolarmente evocativo e suggestivo quello della ‘restanza’, assonante con lontananza e vicinanza, partenza ed erranza, presenza e assenza, oltranza e speranza. Una parola nuova e a dirla sono coloro che sono ‘rimasti’ mentre altri sono andati, partiti, forse ritornati. Coloro che nella condizione della restanza, appunto, non hanno subìto o atteso passivamente ma hanno partecipato e determinato cambiamenti e trasformazioni.

‘L’attesa – scrive Vito Teti – non va confusa con l’immobilismo, la passività, l’apatia. L’attesa è dolore, progetto, speranza, pazienza, capacità di continuare, di rinnovare l’esistenza, L’attesa è attenzione’. Dunque l’attesa è scoperta, reinvenzione di sé anche in assenza di chi non c’è, di chi è partito, di chi farà o non farà ritorno, in un’alternanza coraggiosa che indissolubilmente lega chi parte e chi resta, tra il rischio di perdersi e la necessità di ritrovarsi, in un susseguirsi di esperienze uniche e inestricabilmente legate, di cui intrisa è la letteratura dei ‘narrabondi’. Non una dicotomia tra andare e restare, una lacerazione ma una simbiosi,un’armoniosa contaminazione tra memoria, oblio e canto di un futuro già passato e di uno ancora da costruire. 

Dunque la ‘restanza’ come condizione utile, se animata da sana inquietudine e da interrogativi, che tuttavia può diventare dannosa e pericolosa se vissuta per il solo scopo di mantenere tutto così come è, ostacolando dietro proclami e falsi slanci, ogni cambiamento. Un rischio concreto, soprattutto in una Calabria che si mostra bella ma anche trasandata e colpevolmente assuefatta. La ‘restanza’ una condizione, non un atto di coraggio o di debolezza, da vivere con lo spirito di chi esiste e resiste, partecipa, ascolta, tramanda e trasforma. Il ruolo è fondamentale anche in chiave identitaria. Chi rimane, coltiva la tradizione, recupera e luci e dissipa ombre, oppure, con la stessa forza però dannosa, smarrisce le luci e mantiene ombre. Ecco la grande sfida, la grande responsabilità spesso inconsapevole. Si resta per caso o si parte per caso. Conta, comunque, come si parte e conta come si resta. Il vero cosmopolita è colui che coltiva la memoria, colui che ha radici anche se è andato via. Vi sono calabresi che non hanno smesso di esserlo pur essendosene andati ed invece ci sono calabresi che, pur rimasti, hanno dimenticato questa terra.

 E’ importante abitare il luogo della ‘restanza’ o quello dell’arrivo; sono essenziali la costruzione e la riscoperta di una dimensione identitaria e di appartenenza, superando i limiti fisici con cui abbiamo sempre guardato ad un luogo o ad una persona, sperimentando occhi nuovi per luoghi antichi ed occhi antichi per luoghi nuovi e aspirando alla libertà delle idee capaci di arrivare lontano molto più delle gambe e, dunque, di viaggiare anche nella mente e nello spirito di chi resta. Tutto ciò senza dimenticare che chi resta conta le cosa vuote, accompagna i defunti, mantiene vivo il ricordo, si reinventa per vivere senza, e aspetta. Questo è tutto tranne che attesa passiva. 

 Si spalanca un universo di riflessioni sulle migrazioni, quelle che hanno condotto gli uomini nelle città, lasciando le donne nei paesi, che oggi interrogano su antichi e arcaici retaggi patriarcali e matriarcali e che oggi muovono popoli interi alla ricerca di pane e libertà. Le migrazioni hanno cambiato il corso della storia e oggi lasciano in eredità storie e luoghi carichi di emozioni, di dolore, di speranza, di nostalgia, capaci di scolpire ‘pietre di pane’. 

 ‘Viaggiare e restare, partire e tornare sono esperienze inseparabili. L’emigrazione è stata la morte di un universo ma anche un moltiplicatore di storie e di luoghi, di ombre e di doppi’ .

Gli stessi migranti che oggi fuggono dalla guerra, e che di fatto partono e arrivano, stridono con l’armonia dell’andare del tornare, del restare e dell’aspettare di ‘Pietre di Pane’, incarnando il dilemma dell’impossibilità di rimanere dove si è nati, della costrizione a partire dell’impossibilità di restare dove si è nati e della nuova impossibilità di restare dove si è giunti. Ecco quegli stessi migranti oggi rivitalizzano le comunità, svolgono lavori che nessuno vuole svolgere, arricchiscono il mosaico di culture: nuovi abitanti di luoghi, forse prima anche abbandonati, ed oggi proiettati verso nuove dimensioni palpitanti di umanità. Ecco l’effetto moltiplicatore ed arricchente, offuscato da paure, dell’emigrazione e dell’immigrazione.

 Tanti sono gli interrogativi, segno vivo di fermento. ‘Restare è difendere un appaesamento o esiste anche una maniera spaesante di restare che, a volte, può risultare più scioccante del viaggiare?’ Poi ancora il viaggio conduce a nuovi appaesamenti oppure il movimento è destinato a recidere senza che nuovi luoghi possano appartenerci davvero come quelli natii? Il viaggio può rappresentare un falso spostamento e la ‘restanza’, invece, un’esperienza di straordinario movimento, profondo cambiamento. vibrante poesia, canto di amore che vince la rabbia contro qualcosa, solo apparentemente immutabile. La risposta non è una e non è unica o forse assomiglia a quella che ci suggerisce di rendere ogni luogo, ovunque sia, una casa in cui sentirsi accolto e al sicuro. E ciò sia viaggiando che restando.