Una pagina che si sporchi del caos del mondo

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Una pagina che si sporchi del caos del mondo

Bisogna battere più forte su questi maledetti tasti. Su questa tastiera per scrivere voglio scatenarmi, come fanno certi pianisti. In un crescendo di pathos, con i capelli arruffati e il sudore che cola. Piangere e ridere mentre le lettere formano parole e le parole frasi, e il tutto che acquista un senso strappato all’emozione.

 
Battere ritmicamente, strapparne melodie per emozionare ed emozionarsi. Fare spettacolo. Un turbinio di parole. Scintille. Far ballare le virgole. Un punto come un acuto da infrangere i vetri. Il punto esclamativo come un lungo assolo al sassofono.
E giù, strappando vita alla punteggiatura e tracciando paesaggi con le parole e sospiri dalle pause, e dove non te l’aspetti poesia. Non voglio concetti chiari. Non voglio frasi pulite e perfettine. Voglio che questa pagina si sporchi del caos del mondo, che si lordi di lacrime, che la pagina bianca echeggi di una fragorosa risata; che sia oscena come lo sguardo languido di un porco vecchio, sfrontata come una ribelle teenager, tenera come l’odore caldo delle brioche al bar la mattina, saggia come un anziano barbiere, trafelata come una docente insicura, che abbia lo sguardo e le parole asciutti dei contadini di una volta. Questa pagina la voglio nostalgica, come le notti stellate e all’addiaccio dei cani randagi. Che parli e consoli le madri con il figlio lontano, che suggerisca parole ai padri taciturni, che insinui qualche dubbio nelle menti ottuse, un sorriso nelle labbra troppe serie; una favola per far dormire e sognare bimbi introversi.
Una pagina come un quadro, come un verso, come una canzone, come un vaso, come un ballo della taranta, calda come un tè nel deserto, riposante come l’ombra del fico, brulla come i campi del sud, verdeggiante come il lungargine di un corso d’acqua del veneto. Silenziosa e profumata come una sacrestia. Chiaroscura come un Caravaggio. Luminosa come un Tiepolo. Dolente come una madonna del Lorenzetti. Cacofonica come musica etnica. Compassata come una geisha. Solitaria come un pastore. Annoiata e tranquilla come un cavallo solo in una grande recinto nel caldo d’agosto. Pazza come i pazzi. Saggia come un saggio. Allegra come una fanciulla in fiore. Intelligente come certi analfabeti e bambini in età prescolare.
Una pagina che non insegni niente ma che, alla bisogna, sappia tener compagnia. Le parole devono scorrere come acqua di ruscello mai bagnata da sguardi consapevoli. Eterna come certe statue e fontane. Che serbi traccia di tutte le battaglie del mondo, di tutte le ingiustizie, dei vinti e dei trionfatori. Delle età che si succedono, delle mille e una notte, del Giangis Khan, del cavallo di troia, dei greci, degli ebrei e degli zingari. Che abbia l’eco degli arrotini, dei ghetti, dei mercanti di seta e di spezie, dei venditori di minutaglia dei mercatini rionali, dell’odore di pelle e di colla dei negozi di scarpe. Che parli di futuro come gli auspici, misteriosa come il volo alto dei rapaci. Che abbia il suono della pioggia di Tangeri sopra i tetti. Senza identità come gli scrittori di Trieste. Che mi sveli la storia di quel giapponese morto suicida quella notte che mi trovavo a Trieste in pensione ed ero spaesato come tutti a Trieste, e leggevo Borges in un racconto, dove si parlava di duellanti armati di coltelli e di altre stranezze borgesiane.
Io leggevo Borges quella notte a Trieste, e in qualche altra camera della stessa pensione un giapponese ( o forse era cinese) intanto si suicidava. Vorrei saperne di più. Ho ricordi confusi: il giornale del giorno dopo non diceva granché o forse sono io che non ricordo. Ricordo solo il vento di Trieste. Ricordo che avevo notato i capelli ordinati delle signore di Trieste. Ordinati nonostante il vento o forse acconciati in modo tale che proprio il famoso vento non scompigliasse. Ricordo di aver visto il famoso caffè degli specchi.
Quella notte sul comodino avevo anche un libro che parlava del problema linguistico della gente di Trieste, di cosmopolitismo e di Mitteleuropa.
Ecco, vorrei una pagina anche con ideogrammi giapponesi, con lettere arabe, in braille e con il linguaggio dei sordomuti, una pagina di un audio-libro dove la voce del lettore è quella del vento, illustrata da Hokusai che mi sveli, ma non troppo, del segreto del giapponese o forse cinese morto suicida quella notte a Trieste.