Storie di donne dall’ Ucraina, tra paura e coraggio

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Storie di donne dall' Ucraina

 
Essere donna ucraina immigrata…Tre definizioni che, una dopo l’altra, lievitano nell’immaginario di chi le coglie componendo stereotipi duri a morire. Non c’è molto da aggiungere per costruire discorsi che pretendono di inquadrare la vita di una Alina, di una Tatiana o di una Natasha mentre si aggirano tra le nostre case o passeggiano a braccetto dei nostri anziani. Eppure se le incontri in uno di quei famosi giovedì pomeriggio in cui per molti latin lover locali si riapre la stagione della caccia, scopri storie di donne diverse dove sospiri e lunghi silenzi raccontano la vita oltre le parole.

 
Scopri il loro coraggio e le loro paure che si proiettano tra un “qui” e un “lì”, tra l’Italia e l’Ucraina, tra una quotidianità quasi totalmente segnata dal lavoro e le necessità di costruire un futuro per una famiglia lontana. Tese tra più mondi e più vite di cui si sentono responsabili è facile che chiacchierando a proposito dei loro tortuosi percorsi qualche lacrima faccia capolino. Donne che ormai devono fare i conti con una cultura diversa dalla loro, donne che ormai sono proiettate con uno sguardo sul Mediterraneo, dove la mescolanza delle culture darà origine ad una nuova identità. Donne sospese, dunque, tra il passato e il presente, fatto di lavoro e di speranze per un futuro migliore. 
INNA
 Inna ha 36 anni ed è arrivata in Italia 10 anni fa, torna indietro nel tempo per spiegarci il trauma di un cambiamento «non sono nostre le colpe di tutte queste crisi…perché quando lavoravo a casa mia era bello, perché avevo posto di lavoro, con persone che mi trovavo bene, era tutto perfetto…non sai che ti aspettava!! Non sai cosa ti aspetterà, sei tra le nuvole e all’improvviso sei strappata da tutto quello che tu sai…non è che è normale ma così deve essere».
Inna dopo il suo diploma in ragioneria aveva iniziato a lavorare come contabile in uno zuccherificio statale e la sua giovane età è stato uno dei fattori che più ha influito sul licenziamento quando nei primi anni ’90 la forte crisi ha iniziato a colpire molti dipendenti pubblici, licenziati o con una drastica riduzione degli stipendi e una sostituzione del salario con degli esigui buoni pasto. La debolezza del neonato stato ucraino dopo la dissoluzione dell’URSS ha messo in ginocchio soprattutto quel ceto medio le cui professioni ricadevano nella sfera statale, nelle fabbriche così come nella pubblica amministrazione.
MARIA
Maria, 56 anni, in Italia dal 1999, impiegata in Ucraina come psicologa in un servizio di consulenza presso una  scuola superiore, ci spiega «forse per italiani è difficile credere, ma non prendevamo da 4 mesi lo stipendio, ti davano per esempio zucchero, farina, capito, così loro non ti davano soldi perché non c’erano soldi! Io invece avendo due figlie grandi, figlio più grande studiava università, e io dovevo pagare. Poi figlia stava per finire scuola superiore e ha scelto di studiare università giurisprudenza e io dovevo pagare, mi ricordo come adesso, 800 dollari l’anno e mio stipendio di questo periodo era quasi 45 dollari!».
È il futuro dei figli per chi è madre il principale motore di partenza. Figli che si spera di ricongiungere o a cui si invia il denaro per studiare, metter su famiglia ed aiutare economicamente sostituendo un welfare che è quasi del tutto assente nel sostenere i cittadini ucraini di fronte ad esigenze fondamentali. 
TATIANA
Tatiana, 44 anni ex-infermiera e oggi colf, ha permesso a sua figlia di poter continuare a studiare e prendere addirittura la seconda laurea. Ci racconta « io sono tornata da poco dall’Ucraina. E le cose sono peggio. Le cose da mangiare costano più che qua…non so come fanno…diciamo che non possono comprare le cose che io compro per mio nipotino, per mia figlia, lì non si può. Io abito in un grande paese, mia figlia, che ha 24 anni, è l’unica femmina che ha la macchina. Per voi macchina è una cosa normale. Per noi se uno ha la macchina è una famiglia ricca. Mia figlia studia, è già a seconda laurea. Io prendevo 70 euro al mese, il gas del riscaldamento costa 50 euro al mese…ma per me cosa più brutta era non poter pagare studi a mia figlia. Università costa 500 euro l’anno. Anche se una è molto brava non ce la può fare senza soldi. Stipendi ancora come 5 anni fa!».
 
Sentire queste storie ci porta di fronte allo spettro di una povertà improvvisa che in alcune sue parvenze a volte non sembra tanto lontano da alcuni sintomi con cui la crisi economica attuale si sta manifestando in paesi come la Spagna, la Grecia e l’Italia dove il caro vita, la riduzione di servizi, la precarizzazione del lavoro e l’inflazione sono variabili con cui dobbiamo fare i conti nella nostra quotidianità.  E le donne a cui è demandata la gestione del quotidiano sono quelle che per prime scoprono come concetti apparentemente astratti e lontani come debito pubblico, spread  e spending review hanno ripercussioni che arrivano dentro le case, nelle cucine e nei carrelli della spesa.
«C’era una volta – dice Maria raccontando non una favola ma un pezzo della sua vita – quando mio figlio andava asilo e io avevo appena affittato casa, non avevo tante cose, mi mancavano tante cose, e c’era problema con soldi. Così un giorno ricordo, anche mio cuore stringe, io davo soldi mia figlia perché lei accompagnava mio figlio più piccolo all’asilo, ma doveva portare nell’asilo per esempio panino, succo, queste cose che servono, sai tipo yogurt .. e io avevo soldi solo per oggi per dare e poi uscivo da casa con zero.
Guardando i miei figli gli ho detto, ma alla femmina perché l’altro più piccolo, “non ti preoccupare, io vado e sono sicura che porto soldi”. Questo ti spingeva per esempio a dare forza per lavorare, capito…ero piena di energia, di gioia, di responsabilità per lavorare e portare soldi… in Ucraina può darsi ero più timida, capito, per fare paragone, invece qua, sai come un leone….perché dietro c’è figli». 
 
Le donne si fanno carico non solo dei figli ma anche dei genitori anziani lasciati in Ucraina con l’idea di un rientro a breve termine poi tramutatosi in un obiettivo spostato sempre più in là nel tempo. E in questo tempo, in cui la necessità di lavorare e la mancanza di un permesso di soggiorno limitano la libertà di muoversi, ci si può trovare paralizzati di fronte a scelte brutali come è accaduto a Larisa, 44 anni ex-insegnante e oggi colf, «mio padre è morto 8 anni fa ma non avevo permesso di soggiorno e non sono potuta andare. Se io partivo spendevo soldi…allora ho deciso di aiutare mia madre e di stare qua perché loro sono pensionati, qualcuno deve guadagnare>>.
Larisa non è l’unica ad aver vissuto un lutto improvviso a distanza e in solitudine, ad aver dovuto decidere razionalmente in un momento in cui lo spirito è invaso dall’angoscia e dal dolore, ad aver continuato a lavorare come colf da una famiglia all’altra in giorni sempre uguali ma con dentro una ferita sconfinata. Per chi sta ai margini anche poter vivere un dolore è un lusso.
 
 

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Paola Suraci
Giornalista indipendente. Mi occupo di Sud, di terre dove l'emarginazione ha diverse facce. Racconto storie di uomini e donne che lottano per non arrendersi, per cambiare, racconto un altro Sud che spesso non ha voce. Guardo al Mediterraneo e ai fenomeni migratori auspicando la mescolanza di culture.