Soumayla, ladro o eroe? Il dibattito inutile che massacra la mediazione e la Calabria in movimento

Agostino Pantano

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Soumaila tendopoli rosarno

Non è la prima volta che un bianco spara contro un nero nella Piana di Gioia Tauro. Era successo anche nel 2010 e gli africani reagirono con le azioni passate alla storia come la “rivolta di Rosarno”, ma anche l’anno prima un rosarnese aveva aperto il fuoco e oggi è in carcere per quella tentata strage.  Sprangate, bastonate e assalti con varie venature razziste si sono ripetuti negli anni, e c’è dunque un primo contesto sociale ben determinato – che nega l’integrazione e sparge violenza – in cui inquadrare la sparatoria che ha ucciso Soumayla Sacko.

Questi precedenti finiscono con l’influenzare, giustamente, la lettura dei fatti di San Calogero arrivando a ipotizzare anche un impulso razziale in quello che fin qui sembra un dissidio sulla proprietà delle cose. I feriti del raid hanno testimoniato in questo senso: prima di essere colpiti stavano asportando delle lamiere da una fabbrica che consideravano abbandonata.

L’analisi del fatto di cronaca, gli interrogativi su movenze e matrice, rischia però di far perdere di vista alcune questioni che possono essere trattate per trovare, invece, le tracce di una evoluzione del sistema. Fanno bene i giornalisti a indagare sull’esatta dinamica della morte, non altrettanta legittimità va ascritta alle parole che in queste ore – su un fronte e sull’altro del dibattito nazionale intorno all’emigrazione – sono state pronunciate in segno di sfida da politici e commentatori.  

All’indomani di altri colpi patiti dagli africani, pensiamo alla morte dentro la tendopoli di San Ferdinando di Sekine Traore e Becky Moses, vi è stata una reazione democratica dei braccianti. Non sottomissione silenziosa, ma neanche reazione violenta e scomposta, come invece, in contesti analoghi, avevamo visto durante gli scontri di Rosarno.

Questa istituzionalizzazione delle rivendicazioni è senza dubbio un grande merito intanto degli abitanti degli accampamenti che in fasi diverse hanno organizzato cortei pacifici, muovendosi ogni volta verso il locale Municipio per esplicitare richieste per una migliore condizione di vita e di lavoro. Non era scontato che ciò avvenisse anche dopo la morte di Sacko, ma certamente, questa istituzionalizzazione dei processi democratici nell’inferno dei siti occupati dai migranti, indica che bene possono funzionare anche quei soggetti dedicati alla mediazione: in primis sindacati, associazioni di volontariato e forze di polizia.

Non si arriva più a reagire alla violenza con altra violenza proprio perchè non è vero che «nulla è cambiato dopo la rivolta del 2010», ed è una grande colpa non vedere i mutamenti che sul tema accoglienza/integrazione pure ci sono. Si dirà che la violenza intrinseca dei rapporti di lavoro e della invivibilità dei luoghi è rimasta tale e quale, generando altra violenza e il solito sfruttamento: ma negare che sia stato lanciato un impianto maggiormente democratico e autodemocratico nei rapporti, significa negarsi l’opportunità di quella analisi che, fuori dai fatti di cronaca, è capace di far scorgere dinamiche di cambiamento reale di cui  calabresi e stranieri hanno bisogno. Non mi riferisco solo alla formalizzazione in un protocollo prefettizio del 2016 dell’impegno verso “nuove politiche abitative”; non penso soltanto all’impegno per i controlli contro il capolarato: intendo sopratuttola faticosa nascita di un embrionale sistema di mediazione culturale che ora è il caso di stratificare meglio e irrobustire.

Servono intanto persone e mentalità diverse, comunicatori fra due mondi – le istituzioni italiane e i migranti – che non possono vedersi allo scoperto sulla grande stampa nazionale solo in occasione dei fatti di cronaca. Il dibattito di questi giorni intorno alla morte del ragazzo del Mali sembra proprio figlio di questo grande limite, di una sorta di tabula rasa mediatica che preferisce proporre lo stereotipo del “nulla è cambiato”, proprio perchè la concitazione degli eventi che seguono alla cronaca nera difficilmente offre chiavi di lettura approfondite. Preferiamo cioè indugiare sui particolari del contesto di sangue, senza spingere l’occhio oltre la solita caricatura del dramma: “era un ladro, no rubava per bisogno”, “era un sindacalista, no dava solo una mano al sindacato”.

E dunque qui, in questi punti fermi che le istituzioni – ma anche le associazioni – hanno difficoltà ad imporre con normalità che perdiamo tutti e sopratutto perde il Territorio: un lavoro quotidiano di mediazione e comunicazione, tracce cioè di una vera democrazia che può nascere con la scolarizzazione dei migranti e con il loro impegno politico sindacale che non li esponga in solitaria alla ricerca del “documento”, deve diventare sistema istituzionalizzato e non affidato all’improvvisazione, alla generosità volontaristica o, peggio, all’impronta del solo approccio ideologico.

Se non si vuole attendere che un altro fatto di sangue ricacci la Calabria in un dibattito francamente deprimente, che sta appresso alle indiscrezioni sulle indagini e alla comunicazione parziale che sembra sfociare nella propaganda, occorre chiedere con forza una specializzazione ulteriore della mediazione culturale. Se ne devono far carico i Municipi, i sindacati e le istituzioni sovracomunali. Il fenomeno dell’immigrazione è in movimento, esistono però delle peculiarità nella zona di Rosarno che lo rendono non più un fatto straordinario anche nelle manifestazioni della sua violenza. Occorre fare tesoro degli errori di questi anni e per farlo non c’è che una via: la spinta ad una maggiore democrazia, che significa consapevolezza dei diritti ma anche trasparenza nei rapporti fra i soggetti impegnati nella doverosa integrazione.