Scritture migranti / Marina Sorina: scrivo per sfogare emozioni nascoste

0
765
Scritture migranti / Marina Sorina: scrivo per sfogare emozioni nascoste

Conosciamo da vicino Marina Sorina, la vincitrice della seconda edizione del concorso Fabula e Intreccio, sezione Racconto

Dove sei nata?
Sono nata a Kharkiv, in Ucraina. All’epoca faceva parte dell’Urss, dal 1991 è diventato un paese indipendente ed attualmente è il più ampio paese d’Europa per quel che riguarda il territorio. È anche zona di forte pressione migratoria in quanto l’economia sovietica dopo lo scioglimento del paese è arrivata allo sfacelo e molte persone sono state costrette ad emigrare. La particolarità della diaspora ucraina sta nel fatto che emigrano soprattutto le donne, e che la maggior parte di loro è laureata, ma deve ridursi a fare lavori di fatica. Eppure lo fanno con dignità, nel nome del bene delle proprie famiglie.
Quanti anni hai e cosa fai ?
Ho quarantadue anni e lavoro come guida turistica ed insegnante di lingua russa. Avevo fatto tre anni di università in Ucraina, poi nei primi anni in Italia lavoravo a tempo pieno e non era possibile continuare, ma ad un certo punto ho deciso di riprendere gli studi universitari. Ho conseguito la laurea quinquennale e poi un dottorato di ricerca, con la speranza di poter insegnare all’università. Non ci sono riuscita, e allora ho ripiegato sul lavoro di guida turistica, e sono diventata una guida dopo aver sostenuto un esame molto duro.
Dove vivi e da quanto tempo?
Vivo a Verona dal 1996. Da molti anni abito nel quartiere di Veronetta, al quale sarà dedicato il mio prossimo libro.
Come sei arrivata in Italia?
Sono arrivata in Italia per una breve vacanza, e sono rimasta perché c’era un ragazzo innamorato di me che ha insistito che io rimanessi. Insieme abbiamo cercato un lavoro per me, e quando l’abbiamo trovato, era giusto uscita una sanatoria, così ho potuto rimanere legalmente, grazie al mio impiego.
La passione per la scrittura da quanto tempo ce l’hai? 
Ho frequentato un circolo per i giovani che scrivono dall’età di 14 anni, pertanto scrivevo in russo già prima di emigrare, era normale nel mio ambiente scrivere prosa o poesie. In Italia c’è stata un’interruzione di qualche anno perché ero impegnata con il lavoro e l’adattamento alla nuova realtà, poi ho ripreso a scrivere direttamente in italiano.
Quando hai iniziato a scrivere e di cosa
In Italia ho iniziato a scrivere racconti per sfogare varie emozioni nascoste che non potevo palesare nell’ambiente italiano in cui vivevo, e per creare una sorta di “realtà parallela” in cui potevo combinare gli elementi della vita quotidiana con gli esiti diversi da quelli che in realtà accadevano. I miei racconti sono andati sempre verso maggior realismo possibile, volevo fotografare la realtà, riprodurla fedelmente e conservare alcune situazioni particolari che osservavo, ma senza rinunciare ad un certo lirismo nelle descrizioni.
Cosa vuol dire per te essere immigrato?
Immigrato significa accettare una sfida continua con se stesso e con il mondo. Ogni cosa che farai ti costerà il doppio della fatica rispetto a chi è rimasto a casa o a chi è nato nel paese dove sei arrivato. Significa avere sempre sulle spalle un peso invisibile ad altri (il peso delle memorie, della nostalgia, dello stigma del diverso, dello sradicamento ecc.), e nello stesso tempo sottostare ad una continua e subdola trasformazione che ti trascina man mano sempre più lontano da quello che sei stato. Alcuni immigrati reagiscono a questo perso chiudendosi nell’amaro isolamento, altri, al contrario, cercano di assimilarsi il più possibile alla cultura del paese d’arrivo. Qualunque strada si scelga, è un’esperienza esistenziale che ti mette a nudo, e ti obbliga a capire chi sei e quanto vali nel mondo.
Cosa ne pensi delle politiche migratorie italiane?
Penso che sono gestite intenzionalmente male. Ho molti parenti che vivono in Germania e in Israele, e so dai loro racconti che l’immigrazione può essere gestita in modo organizzato e umano, se c’è la volontà dello stato ricevente. Gli immigrati sono in primo luogo una risorsa, non un peso, soprattutto per le società dove il quadro demografico è piuttosto triste e tende verso il calo di nascite e l’invecchiamento. Altrove esistono enti statali che sono preposti alla immigrazione  – e non solo organi di controllo poliziesco – che aprono le quote, fanno una selezione tramite le ambasciate, distribuiscono le persone immigrate legalmente a seconda del bisogno delle varie regioni in lavoratori di questo tipo, gli offrono un alloggio dignitoso e i corsi di lingua gratuiti. In sostanza è solo una sorta di agenzia di reclutamento di personale. Poi, una volta ricevuto questo aiuto iniziale, che crea nell’immigrato anche un’immagine positiva dello stato, uno cammina sulle proprie gambe cercando lavoro sempre tramite una agenzia statale di collocamento. Per chi è anziano, o non ce la fa esiste un sussidio sufficiente per sopravvivere, ma se hai un minimo di ambizione, cercherai di crescere e di trovare un lavoro. In Italia si preferisce non gestire nulla se non a livello di controllo poliziesco, in questo modo permettendo lo sfruttamento degli immigrati e l’inevitabile sorgere dei conflitti sociali.
A livello di opinione comune, in Italia l’immigrazione è associata all’emergenza, al disturbo, a qualcosa di minaccioso e da evitare. La memoria di certi italiani è veramente corta: dimenticano di quando pochi decenni fa andavano a fare lavori di fatica nei paesi non tanto lontani, per non parlare di emigrazione di massa verso il Nuovo Mondo. Quando ci andavano loro, era un nobile sacrificio per guadagnare soldi per la famiglia rimasta a casa, ma se la stessa identica cosa è fatta da uno straniero, sicuramente viene a “rubare i posti agli italiani”. Ma non è il caso di parlare delle reazioni della gente: l’opinione pubblica è facilmente manipolabile. Il miglior rimedio alla xenofobia è il contatto quotidiano diretto con gli immigrati: se li conosci, ti rendi conto che sono persone normalissime. Chi invece si nutre dell’odio propugnato dai giornali e dalle voci xenofobe, ovviamente resterà con l’idea di essere “in pericolo” a causa della presenza degli stranieri immigrati. A mio avviso il problema dell’opinione pubblica sarebbe facilmente risolvibile se ci fosse la volontà maggiore di promuovere la cultura di accettazione reciproca delle differenze e dell’integrazione che non va a scapito dell’individualità di ogni gruppo. Per fortuna esistono tante iniziative culturali rivolte alla conoscenza reciproca, e la letteratura è uno di tanti ponti che possono essere creati fra le persone.

CONDIVIDI
Articolo precedenteMigranti, Giro: l’Ue frena ma l’Italia inizia da sola
Articolo successivoReggio Calabria, domani nuovo sbarco con 814 migranti
Paola Suraci
Giornalista indipendente. Mi occupo di Sud, di terre dove l'emarginazione ha diverse facce. Racconto storie di uomini e donne che lottano per non arrendersi, per cambiare, racconto un altro Sud che spesso non ha voce. Guardo al Mediterraneo e ai fenomeni migratori auspicando la mescolanza di culture.