MYArt Film Festival, a Cosenza il cinema indipendente sulla migrazione

Federica Lento

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MYArt Film Festival

“Dice un poeta arabo che la felicità non è una meta da raggiungere ma una casa a cui tornare. Tornare, non andare” è una citazione tratta dal film La tenerezza di Gianni Amelio, nelle sale cinematografiche in questi giorni. La misteriosa legge del cinema ha voluto che sul tema della ricerca della felicità, del partire e del ritornare si riflettesse anche in due sale cosentine, quelle del Teatro Morelli e del Cinema San Nicola il 28, 29 e 30 Aprile scorso per la prima edizione del MYArt (Mediterranean young artists) International Film Festival http://myartfilmfestival.com/. Oltre 150 tra documentari e cortometraggi sono arrivati da Palestina, Iran, Libano, Croazia, Turchia, Serbia, Grecia, Egitto, Israele, Marocco, Kosovo, Spagna, Francia, Portogallo, Svizzera, Belgio, Germania, Regno Unito, Svezia, Polonia, Canada e Italia;
33 i lavori scelti dagli organizzatori, l’associazione multietnica La Kasbah e la casa di produzione cinematografica Lago Film. È stato inoltre possibile vedere delle pellicole fuori concorso.

Nel cortometraggio Posso entrare di Fariborz Kamkari si racconta della vicenda di due donne che lavorano in un Centro di accoglienza per immigrate vittime di violenza. Diverse sono le scene in cui c’è qualcuno che bussa a una porta e chiede di entrare. Questo corto ha un finale aperto, pone degli interrogativi sull’accettazione di tradizioni diverse, sull’impossibilità di un giudizio definitivo sul tema dell’integrazione, su quello che per la nostra cultura è ritenuto sbagliato mentre per altri è tradizione e ci spinge quindi a interrogarci su quale sia il limite oltre il quale entrare o meno.

Noi, i neri è il documentario di Maurizio Fantoni Minnella che apre il filone del racconto delle migrazioni dal punto di vista di chi le vive; i protagonisti narrano con la telecamera il limbo in cui sono sospesi nei centri di accoglienza, che si inventano il tempo, che lo trascorrono attraverso il ballo, il canto, la scrittura. Tamba, ad esempio, è un poeta che legge i suoi versi scritti in un italiano perfetto e che, dopo il corso di lingua, racconta andare “in biblioteca ad arricchirmi nelle idee”. Un documentario che mostra un aspetto poco conosciuto dell’arrivo dei migranti, divisi tra speranze che noi europei stiamo deludendo e il sogno un giorno di tornare a casa, quando lì sarà dignitoso vivere.

La stessa intenzione ha Redemption song che la regista calabrese Cristina Mantis dedica a suo padre. Il protagonista e coautore Cissoko racconta alla sua gente in Guinea un altro punto di vista, quello delle difficoltà di chi arriva in Italia. C’è quindi la voglia di sensibilizzare ma anche di “decolonizzarsi con lo sguardo”, in un racconto che ha nel titolo il suo manifesto. Anche qui c’è una denuncia ai governi locali ma anche all’inadeguatezza dell’Europa.

Di là, cortometraggio di Giulio Tonincelli è la storia di un ritorno che si realizza concretamente. Erminando torna in Albania dopo venti anni e lì ricorda il pericoloso viaggio per raggiungere la felicità in Italia: lui molto piccolo viene buttato in mare dagli scafisti con la sua famiglia pur non sapendo nuotare. Ricorda il processo difficile di integrazione in Italia e, a un certo punto, il rifiuto per la sua terra d’origine che adesso però lo richiama a sé.

La felicità umana di Roberto Valducci pone l’interrogativo sull’esistenza della felicità in un viaggio che attraversa la Danimarca, passa per l’Istituto della felicità di Copenaghen, giunge ai bambini africani che si abbracciano e alle spose nel giorno delle loro nozze, riflette sulla devozione religiosa, sulla filosofia e l’economia. La promessa della modernità era il raggiungimento della ricchezza individuale di Adam Smith ma è risultata fallimentare, è una ricchezza di pochi che porta i deboli a migrare. “Siamo invisibili al mondo ma non a Dio, con questo pensiero ci spostavamo” legge Sergio Castellitto da Mare al mattino di Margaret Mazzantini. Una società in cui ci sono disuguaglianze sociali non è una società felice, dice nel film José Mujica e invita anche lui a un ritorno al sentimento della condivisione che forse avevamo solo da bambini. Emblematico il finale in cui un’anziana nella casa di riposo canta “mamma son tanto felice perché ritorno da te”.

I film premiati

Per quanto riguarda le premiazioni, per il Short doc la menzione speciale è andata a Maxamba di Susanna Barnard e Sofia Borges in cui è messa in primo piano la memoria dei luoghi. Vincitore è Loza Jean-Sébastien Desbordes, storia di una bambina di cinque anni, della sua fuga dal Sudan e del suo tornare tra le braccia della madre, persa durante il viaggio.

Per la categoria Short film la menzione speciale è andata a Lost exile di Fisnik Maxhuni,”un on the road dal sapore amaro mostra cosa succede sulle rotte dei migranti che sono ancora poco attenzionate dai media. Una regia curata con tempi da lungometraggio, che si sviluppa in una storia di redenzione fatta di sguardi e silenzi” motiva la giuria. Vincitore è invece “The Dead Sea” di Stuart Gatt che parla della detenzione forzata nelle carceri libiche.

Infine miglior documentario The black sheep di Antonio Martino che racconta la presa di coscienza di un giovane uomo che non accetta passivamente il credo religioso a senso unico. Il premio speciale della giuria è andato al documentario Castro di Paolo Civati, storia di un palazzo occupato a Roma, a San Giovanni, dove persone di diverse provenienze, geografiche e di destino, condividono la stessa angoscia di essere cacciati dalla loro casa. Il regista li ha conosciuti quando aveva occupato anche lui quel condomino per organizzare un laboratorio di teatro. Menzione speciale è andata a Ramadan Cannon of Jerusalem di Atta Awisat e Nimrod Shanit.”La firma congiunta di un regista palestinese e di uno israeliano che attraverso l’ostinazione di un attore popolare palestinese, ci restituisce una necessità: che sia proprio l’arte ad offrire la speranza di una soluzione al lungo conflitto arabo – israeliano”.

Le statuette dei premi sono state create dal giovane artista palestinese Khaled Stiaithia e consegnate da persone che un tempo erano state accolte dall’associazione La Kasbah e adesso sono tornate lì a lavorare e accogliere i nuovi arrivati.

La Calabria, luogo di sbarco e di accoglienza, si è fatta scenografia di un racconto che non si veste però solo di dolore ma è messaggero di bellezza e riflessione. A Cosenza nelle tre giornate dedicate al cinema indipendente sulla migrazione si è riflettuto sulla libertà che ognuno di noi dovrebbe avere di muoversi, scappare se si è in pericolo, tornare non perché respinti ma solo se si può ricostruire. E se quel poeta arabo ha ragione, ognuno per essere felice dovrebbe avere il diritto di tornare a casa se lo vuole, ovunque essa sia.