Minori migranti, un docucorto di Taviani per raccontare i loro sogni

Federica Lento

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In Italia esiste una categoria di giovani invisibili che noi adulti non sappiamo proteggere, si tratta dei neo maggiorenni che da minori stranieri non accompagnati si ritrovano, da un giorno all’altro, ad essere incasellati in una nuova categoria, estremamente vulnerabile.

Sebbene il 29 marzo scorso la Camera abbia approvato in via definitiva la legge per la protezione dei minori stranieri non accompagnati (i minorenni stranieri che arrivano in Italia senza una famiglia, secondo le stime di Save the children più di 25.800 nel 2016, non potranno essere respinti e avranno gli stessi diritti di protezione che sono riconosciuti ai minori italiani e a quelli che vengono da un Paese dell’Unione europea), non siamo ancora in grado di proteggere concretamente chi da poco è diventato maggiorenne.

Quando un ragazzo compie diciotto anni esce dalla comunità di accoglienza che lo ha ospitato, che gli ha garantito vitto, alloggio, vestiario, in casi fortunati l’insegnamento della lingua, una formazione, il contatto con la famiglia lontana e che è stata insomma una casa.

In teoria, il ragazzo che viene allontanato dalla comunità dovrebbe essere stato formato, inserito in un contesto di apprendimento di un lavoro ma spesso i fondi messi a disposizione per queste attività sono scarsi, perciò le comunità di accoglienza riescono a fornire solo i servizi essenziali. Ciò comporta l’impreparazione per il neo maggiorenne ad affrontare la vita fuori dalla comunità, in un passaggio traumatico e ansiogeno che spesso porta a vivere per strada. Inoltre, il senso di colpa che i ragazzi hanno a causa del debito che i genitori hanno contratto per mandarli in Europa, lo smarrimento nel non sentirsi più accolti e la frustrazione del mancato inserimento nel lavoro, la difficoltà a costruirsi un futuro, la paura di ritrovarsi soli per strada, può facilmente portarli a rimanere vittime di sfruttamento.

Se, dunque, da una parte la tutela dei diritti dei minori stranieri non accompagnati è stata riconosciuta, dall’altra la nostra responsabilità di adulti nel consentire ai neo maggiorenni di trovare un posto sicuro dove vivere e realizzarsi latita.

“Che fine faranno”, il docucorto di Taviani

Giovanna Taviani, documentarista, saggista e direttrice del Salinadocfest http://www.salinadocfest.it/ ha realizzato un docucorto che ci mette davanti alle nostre responsabilità di adulti che devono tutelare questi giovani. Il suo lavoro, Che fine faranno, creato insieme a Davide Gambino, ha coinvolto i ragazzi del Centro di Accoglienza per minori non accompagnati di Enna Pergusa e Aidone, sbarcati ad Augusta, Pozzallo e Messina nel 2016, insieme agli studenti delle scuole medie e superiori. Un lavoro, proiettato in anteprima lo scorso 7 maggio al Teatro Garibaldi di Enna, che vuole essere anche un documento politico forte, una lettera aperta al Presidente della Repubblica sui minori non accompagnati del centro di accoglienza di Pergusa e Aidone.

 

L’idea iniziale era quella di fare un cortometraggio, hai realizzato un docucorto. Com’è cambiato il progetto?

È cambiato in corso d’opera. Avrei dovuto realizzare un cortometraggio con gli studenti delle medie e superiori di Enna sul tema dell’immigrazione, dopo aver vinto un bando PON delle scuole. Ho iniziato quindi a fare delle ricerche e ho scoperto l’esistenza dei due centri di accoglienza per minori di Pergusa e Aidone. Lì è subentrata la regista, si è accesa la scintilla: mi sono resa conto che il tema dei migranti minori è stato poco raccontato sia dal cinema documentario che dai media e quindi ho deciso di conoscere le storie di chi vive in quei centri, visitandoli sia da sola che con i ragazzi delle scuole. Quello è stato il momento più bello perché ho scoperto una realtà umana che ha dirottato completamente il progetto. La prima cosa che mi hanno trasmesso i ragazzi del centro e che mi ha fatto riflettere riguardava il dubbio sul loro futuro; quando ho incontrato Momo per la prima volta, che ha compiuto diciotto anni da poco, e gli ho chiesto cosa volesse fare, quali fossero i suoi progetti, mi ha risposto che voleva studiare. Al mio entusiasmo però è seguita la violenza della sua verità quando mi ha detto che non era sicuro di poter continuare gli studi perché “non hai capito, io e te non abbiamo gli stessi diritti. Io voglio studiare ma qui non mi permettono di farlo”. Questo mi ha davvero coinvolta emotivamente, umanamente e anche come regista; a quel punto ne ho parlato con gli studenti italiani e abbiamo deciso di trasformare il laboratorio sull’immigrazione in un documento politico, una lettera aperta al Presidente della Repubblica che porta a interrogarci appunto su che fine fanno quei ragazzi quando compiono diciotto anni.

Da dove vengono i ragazzi protagonisti del tuo lavoro? Qual è la loro storia?

I protagonisti del documentario sono quattro: due neo diciottenni, Mohamed (Momo) che viene dal Gambia e Raymond che viene dal Senegal, arrivati a Pozzallo quando avevano sedici anni. Hanno ottenuto la protezione umanitaria e adesso si trovano nel centro di Pergusa. Poi ci sono due sedicenni dolcissimi, Balde che viene anche lui dal Gambia e Suleiman dalla Guinea. I Paesi da cui provengono sono agli ultimi posti nella classifica mondiale per quanto riguarda l’indice di sviluppo. Sono Paesi che hanno vissuto la dittatura e il collasso economico, dove non necessariamente c’è la guerra ma questo non vuol dire che chi proviene da quei posti non abbia il diritto di spostarsi per realizzare i propri sogni e per avere un futuro diverso. Hanno attraversato in autobus carichi di persone in mano ai trafficanti, viaggi durati per alcuni anche due anni, il Niger, il Burkina Faso, il Mali e la Libia. In Libia molti di loro sono stati in carcere o sfruttati nel lavoro minorile per guadagnarsi il posto sui gommoni. Mi raccontavano mimando la posizione in cui hanno viaggiato, stipati senza riuscire a muoversi, disidratati, per tre giorni in mezzo ad un mare che li spaventa ancora perché non sanno nuotare.

Sentire questi racconti da parte di ragazzini che hanno l’età dei miei nipoti, ma che non sono tutelati allo stesso modo, è molto diverso dal vedere in televisione immagini a cui ci siamo forse assuefatti.

I ragazzi ti hanno parlato delle loro paure? Quali sono invece i loro sogni e progetti?

La loro paura è il limbo, questa condizione di non sapere che fine faranno e anche quella di rivivere di nuovo uno sradicamento, di essere mandati lontano, in un’altra città. Loro, soprattutto i neo maggiorenni, si sentono sospesi; Momo, per esempio, aveva sempre questa espressione pensierosa, non sorrideva mai, come a chiedersi continuamente cosa ne sarebbe stato di lui. L’altra grande paura è quella di non poter conseguire la licenza media, di non poter portare a termine un percorso di studi.

Raymond vuole fare il cuoco, vorrebbe ibridare la nostra cucina con quella del suo Paese.

Mohamed ripete sempre “io voglio continuare a studiare”. Nel suo Paese, prima di perdere la famiglia in un incendio che gli ha lasciato i segni sul volto, ha imparato l’inglese e vorrebbe proseguire gli studi in Scienze politiche per poi tornare in Gambia e farne un lavoro lì. Sembra il protagonista de I fantasmi di Portopalo di Giovanni Maria Bellu.

Mi chiedo perché bloccarli e costringerli ad andare sulla strada a chiedere l’elemosina o ad essere sfruttati?

Il tuo lavoro è realizzato da e per giovani, un doppio sguardo dunque, quello dei ragazzi che si trovano nei centri di accoglienza e dei loro coetanei italiani. Ecco, qual è stato il loro coinvolgimento, pratico ma soprattutto emotivo, nella realizzazione del progetto? Quale il risultato del loro scambio?

Il racconto di questo documentario è infatti il racconto di un incontro tra i ragazzi del centro e i loro coetanei italiani, tra “noi e gli altri, gli altri e noi”. Il punto di vista narrante è quello dei ragazzi italiani che raccontano le sensazioni provate nel sentire i racconti dei loro coetanei immigrati. Li ho fatti incontrare sia al centro di accoglienza che in classe, e dai pregiudizi iniziali alla fine si sono riconosciuti negli stessi desideri e sogni. Le parole sogno, desiderio, futuro e non passato erano infatti le parole più ricorrenti di questi incontri e sono quelle che accomunano tutti loro. Un giorno, quando erano tutti insieme, ho proiettato il documentario Come un uomo sulla terra con Dagmawi Yimer che ha vissuto lo stesso viaggio di dolore di Momo, Raymond, Balde e Suleiman. Al racconto delle torture subite una ragazza italiana, Martina, è scappata fuori a piangere e Raymond è andato a consolarla, mentre le diceva “non preoccuparti, è tutto finito, ce l’abbiamo fatta” in una meravigliosa inversione dei ruoli. E ancora, quando l’altissimo rugbista Momo chiedeva ai suoi coetanei italiani del perché lui non potesse studiare come loro, il piccolo Alfonsino gli è corso incontro e abbracciandolo gli ha detto “non rinunciare mai ai tuoi sogni”. Questa frase è presente nel nostro documentario, con Alfonsino che scrive al Presidente della Repubblica e alla fine in primissimo piano ripete la frase che ha detto a Momo, stringendolo e regalandogli una grandissima forza.

Il titoloChe fine faranno” sottintende una domanda che rivolgi alle istituzioni. Che risposte hai già ricevuto e cosa ti aspetti possa ancora accadere?

Io li ho portati a Palermo da Agnese Ciulla che è assessora alle politiche sociali del sindaco Orlando, autore nel 2015 della Carta di Palermo, sulla mobilità umana internazionale che ha come obiettivo l’avvio del processo culturale e politico per l’abolizione del permesso di soggiorno, la nuova schiavitù del duemila. Quando loro le hanno chiesto anche solo un consiglio su cosa poter fare per il loro futuro lei ha risposto dicendo “io non parlo a voi come immigrati, voi siete cittadini di Palermo, voi potrete studiare, voi tra dieci anni sarete il futuro e la risorsa del nostro Paese, siete il ponte tra una cultura e l’altra, voi siete una ricchezza”. Momo ha quindi smesso di essere pensieroso, ha cominciato a sorridere e mi ha confidato “io ero caduto e voi mi avete rialzato, io non avevo più fiducia in me stesso e tu e questa Sicilia dell’accoglienza me l’avete restituita”. Adesso questi ragazzi sono più integrati, sono “usciti dal buco”, sono entrati nella squadra di rugby di Enna e Momo è stato preso nella Compagnia della tosse e quindi dal centro di accoglienza, lontano da tutto, adesso si trova al centro di un palcoscenico ed è ormai diventato la mascotte delle vecchiette della città. Quello che li aspetterebbe adesso sarebbe il centro SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) ma a Enna non c’è, quindi in questa situazione di limbo c’è una grande disponibilità del centro di accoglienza e del comune a prolungare la loro permanenza in attesa che i ragazzi possano finire il loro percorso di studi avviati, visto il loro forte desiderio di continuare a studiare. In secondo luogo stiamo cercando di capire se poi ci sarà posto negli ottimi SPRAR di Palermo, Catania e intanto il comune di Enna ha impostato le attività per avviarne uno in città.

Mi hai raccontato che quando hai lasciato i ragazzi la prima volta, dopo la realizzazione del lavoro, avevi letto in loro il senso di abbandono, la paura di ripiombare nella solitudine. Come ti hanno salutato adesso, com’è cambiato il loro sguardo?

Adesso è il contrario (ride n.d.r.), è come quando un figlio cresce e poi va via per la sua strada, come quando fai un documentario, una canzone, un’opera e poi se ne va per il mondo e non è più solo tua. Io sono felice. Sì, all’inizio c’era da parte loro questa paura dell’abbandono, ogni volta sembrava dicessero “adesso tu ci abbandoni, finito il documentario non ci sarai più” e io rispondevo sempre che quello era solo l’inizio. Adesso invece succede, ma questo fa parte della vita, che io gli chiedo di sentirci e loro, che vivono un momento di grande ribalta, non hanno tempo per me! Con questo documentario gli abbiamo dato le gambe, adesso la vita è loro.

Il tema di quest’anno del Salinadocfest è “Padri e figli. Verso terre fertili” è quindi dedicato ai giovani e al “tradimento dei figli ad opera delle classi dirigenti d’Europa”. Insomma, i “padri d’Europa” hanno tradito la fiducia sia dei loro figli europei che non trovano più una “terra fertile” in cui continuare a vivere, sia dei ragazzi che arrivano da terre sfortunate e che non vengono tutelati?

Sì, è una riflessione che mi porto dietro da tempo. Si tratta di un tema conflittuale e provocatorio. Chi sono i padri che ci hanno tradito? La classe dirigente, gli intellettuali, e “mamma Europa” che mette i muri e tradisce i nostri padri costituenti. Questi padri e queste madri non solo ci hanno consegnato un mondo sbagliato (siamo la prima generazione più povera dei nostri genitori), hanno anteposto al nostro futuro il loro presente, il loro benessere, hanno occupato i posti senza un ricambio generazionale. Traditi quindi noi italiani, per un problema di disoccupazione, traditi i migranti che vedono mettersi davanti dei muri. Il risultato è una generazione, quella dei figli, di orfani, di tanti Telemaco in cerca di padri con cui almeno ripristinare quel patto generazionale che si è interrotto. Il filo rosso delle storie del Salinadocfest è il viaggio di giovani che non hanno mai avuto un padre, che ne sono in cerca o che hanno avuto dei genitori molto conflittuali. Sono viaggi in cerca di una solidarietà che io, ad esempio, ho trovato in Sicilia dove c’è ancora forte il senso della famiglia e della comunità.

Dei padri non all’altezza dei loro figli, dunque, ma mi sembra anche che nel tuo progetto ci sia lo sguardo ottimista di chi riconosce nelle nuove generazioni la forza di “non arrendersi a un mondo sbagliato”. L’esperienza di “Che fine faranno” e le reazioni che ha determinato rispecchiano questo ottimismo di chi non si arrende?

 

Assolutamente sì. Quando vado a scuola io lo dico sempre, “siete voi la nuova classe dirigente”, bisogna tornare a responsabilizzarsi. Io penso che si debba ripartire dalla scuola, bisogna ricostruire quel senso comune di valori che abbiamo perduto e ripristinare, ripeto, la solidarietà. C’è stata un’identificazione tra la situazione dei giovani orfani protagonisti del documentario e noi e i nostri figli: come loro arrivano qui in cerca di terre fertili, anche noi cerchiamo nuove terre fertili. Personalmente la mia terra fertile l’ho trovata nel progetto di quest’isola dell’utopia, il Salinadocfest che nasce idea, un non luogo, l’isola in cui costruire un tessuto di padri e figli per riflettere sul nostro cammino nel mondo. Salina è la mia terra fertile. Ma non solo; proviamo a capovolgere la cartina geografica, la Sicilia, finestra aperta sul mondo, crocevia del Mediterraneo e più in generale il Sud, dove da sempre tante culture si sono mescolate, possono essere all’avanguardia rispetto a un ruolo trainante per l’Europa.

Il docucorto sarà presentato nel corso dell’undicesima edizione del Salinadocfest, da sabato 24 a giovedì 29 giugno a Salina, quest’anno patrocinato dall’UNHCR, a cui sarà dedicata l’intera giornata del 29. A presentarlo proprio Momo, Raymond, Balde e Suleiman, ospiti dell’isola nella speranza anche di riconciliarli con il mare.

Ci sarà inoltre una mostra fotografica del backstage del documentario con gli scatti di Sergio Maffeo (autore anche della foto qui allegata), fotografo e responsabile degli eventi del comune di Enna.

Ancora una volta per dare visibilità a chi è invisibile.

Grazie Giovanna e in bocca al lupo per il tuo lavoro.