Minori Migranti, la storia di Winner Ozekhome in affido di Comunità

Anna Foti

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Winner Ozekhome in affido di comunità minori migranti

Dalla Nigeria all’Italia, dalla fuga ad un nuovo inizio in una terra diversa in cui si parla una lingua diversa, accolto in affido di Comunità,  dove è possibile compiere gesti di solidarietà che non conoscono confini e non impongono barriere di appartenenza, etnia, religione, opinioni, come la donazione di sangue. Un gesto gratuito e spontaneo che il diciannovenne nigeriano Winner Ozekhome, di fede cristiana, ha voluto compiere, accompagnato dall’educatore Giuseppe Malara, divenuto ormai anche suo amico, presso la sede dell’Avis comunale di Reggio Calabria.

Un gesto che traccia uno scenario importante di integrazione nel segno del contributo alla comunità che lo ha accolto e verso la quale Winner, sopravvissuto al deserto, alla prigione e all’inseguimento dei militari dopo la fuga, ai trafficanti e al mare, intende impegnarsi per onorare quella vita che ad altri suoi connazionali e coetanei non è stato dato di proseguire. “Avendo vissuto tante sofferenze, essendo scappato ed essendomi ritrovato tante volte nel pericolo di essere nuovamente imprigionato e maltrattato, ho compreso profondamente il valore della vita e il rischio di perderla”, ci racconta con i suoi occhi grandi e scuri, sempre ridenti ma a tratti lucidi, Winner; lo racconta in una lingua italiana che impara bene e velocemente, lui che proviene da un paese africano in cui si parla inglese e in cui le tante comunità sono anche ricche di lingue profondamente diverse tra loro.

La fuga dalla Nigeria

Iniziò a nord della Nigeria nella città di Maiduguri, nel dicembre del 2015, l’odissea di Winner scappato per alcuni colpi di arma da fuoco sparati da terroristi contro il dormitorio del college che frequentava. In pochi istanti quegli spari avevano diffuso il panico e messo tutti in fuga senza meta, con il solo pensiero di mettersi in salvo. Un’odissea che invece di riportare Winner a casa, lo ha allontanato dalla sua terra di origine conducendolo in Italia, dove è arrivato approdando al porto di Reggio Calabria nel maggio 2016, dopo una serie di vicissitudini: l’attraversamento del deserto, la fuga dai trafficanti e dai militari, la sopravvivenza ai maltrattamenti subiti in Libia.

L’affido di Comunità

Oggi Winner ha 19 anni, frequenta il corso serale per conseguire il diploma presso l’istituto tecnico industriale “Panella – Vallauri” di Reggio Calabria e, con un permesso per motivi umanitari, sta con altri giovani migranti nella parrocchia di Riparo – Cannavò – Prumo, nota come “Tre Campanili e un solo cuore”, accolto dalla comunità guidata da don Nino Russo che fa tutto questo con le risorse della parrocchia e con il contributo della comunità. Winner è uno dei sei minori stranieri non accompagnati adottati alla comunità. Tre sono in affido diurno alle famiglie. Vanno tutti a scuola e crescono sereni, per quanto possibile. Winner frequenta gli scout di Archi, fa volontariato e ha stretto legami importanti come quello con Barbara Cartella, non solo sua capo scout ma anche sua grande amica. Winner sogna di diventare un programmatore informatico e vorrebbe andare all’università. E’ il primo giovane africano ad essersi recato in Avis a donare il sangue, proprio quest’anno in prossimità della giornata mondiale del Donatore di Sangue che cade ogni anno il 14 giugno per ricordare quando nel 1900 il biologo austriaco Karl Landsteiner scoprì i gruppi sanguigni. Ci racconta di avere scelto di farlo dopo avere scoperto che molte persone possono continuare a vivere grazie al sangue che ricevono da altre persone che lo donano. “Io sono grato a Dio che in più occasioni mi ha salvato e mi sento chiamato a fare tutto quello che posso per aiutare altre persone a vivere”, racconta Winner. “Ho avuto modo di conoscere l’Avis grazie all’educatore ed anche mio amico, Giuseppe, che un giorno avevo visto arrivare con un cerotto al braccio. Non si era ferito ma aveva donato il sangue. Ne volli sapere di più. Quando capì che avrei potuto aiutare altre persone, scelsi di farlo anche io. Temevo che sarei risultato troppo magro. Invece, dopo tutti i controlli, sono risultato idoneo e ho potuto farlo. Mi sento felice per questo”. Winner si è sentito felice e l’Avis comunale di Reggio Calabria è stata particolarmente orgogliosa di avere potuto accogliere questo slancio di generosità. “Questa esperienza ci dimostra – evidenzia Myriam Calipari, presidente dell’Avis comunale di Reggio Calabria – come la solidarietà non abbia colore e nazionalità. Lungi da sterili polemiche, si tratta di un gesto compiuto nel rispetto di tutte le normative a tutela del diritto alla salute, che per antonomasia sono particolarmente stringenti. Inoltre resta un gesto da apprezzare profondamente, che allarga la famiglia dei donatori Avis esaltando i valori fondanti dell’associazione quali la gratuità, la solidarietà e la sicurezza della donazione dal punto di vista del donatore e del ricevente”, conclude Myriam Calipari, presidente dell’Avis comunale di Reggio Calabria.

La famiglia e i ricordi

Winner ha lasciato in Nigeria i genitori, un fratello e tre sorelle. Gli mancano gli affetti, quei legami che tengono unite le persone e i paesaggi naturali della Nigeria. Ma suo malgrado, deve ammettere che nel suo paese di origine si corrono pericoli. Non si può lavorare e non si può studiare in pace e i cristiani sono spesso bersaglio di persecuzioni, violenze e maltrattamenti. Lo descrive come un paese insicuro in cui i giovani rischiano di essere rapiti a scopo estorsivo, per chiedere poi denaro alle famiglie, o per essere fatti saltare in aria in nome di Allah.

Ricorda ogni dettaglio di questa sua odissea all’inverso, Winner. Ricorda bene la paura di quella notte in cui quegli spari lo misero in fuga. Aveva 17 anni e lo studio da finire in quella città dove era arrivato per seguire il padre che trasportava bevande con un camion; forse sarebbe rientrato a Lagos, a sud della Nigeria dove era nato e cresciuto. Invece quella sera cambiò tutto.

Dopo la fuga passò la notte in una specie di stalla. “La mattina incontrai alcuni allevatori che davano cibo ai loro animali. Cercavo di spiegare ciò che mi era successo e che avevo bisogno di contattare mio padre ma non capivano la mia lingua”. Winner finì poi in macchina con un uomo che in seguito avrebbe scoperto essere un trafficante. Invece di metterlo in contatto con il padre, gli urlava contro e lo minacciava con una pistola. “Da quel momento in poi passai da un autista all’altro, ero confuso perché non sapevo ciò che avrebbero fatto di me. Mi sono ritrovato con altre persone provenienti dal Niger con le quali ho viaggiato per circa due settimane nel deserto. Eravamo in venti in uno spazio piccolissimo, senza poterci muovere o alzare, esposti al sole di giorno e al freddo di notte, nel deserto. Tutti gli autisti avevano le armi e ci minacciavano. Arrivato in Libia mi consegnarono  ad una famiglia”, racconta Winner. Quelle persone però lo maltrattarono perché cristiano e lo sfruttarono nei lavori agricoli. Il luogo in cui vivevano era circondato da recinzioni e fili elettrici. “Avevo un rosario al collo. Mi fu strappato. La mie Fede non era accettata. Soffrivo molto in quelle condizioni, così una notte, dopo circa un mese di sofferenze, scappai ma nel saltare oltre quel muro coi fili elettrici mi feci male alla gamba destra”.

La traversata del Mediterraneo

In quel momento per Winner si prospettò l’ipotesi del viaggio via mare per raggiungere l’Europa. Ma gli imprevisti non mancarono. Incontrò un uomo del Gambia che lo fece imbarcare su un gommone stracarico e già bucato. “La maggior parte di noi non sa nuotare e affronta quel viaggio nell’incoscienza assoluta. Conta solo andare via, per sopravvivere per non rischiare più la vita e la libertà. Io non sapevo nulla del viaggio in mare e dell’Italia. Quel che sapevo bene era, però, che restare lì dopo essere scappato da quella famiglia sarebbe stato rischioso e che non sarei sopravvissuto ad un altro viaggio nel deserto per tornare indietro, per tornare a casa. Così cercai di partire via mare ma mi fu impedito dai militari libici che, dopo alcune ore di viaggio, bloccarono il gommone e riportarono a riva il gommone con tutti coloro che erano a bordo. Tutto accade per un motivo ed in realtà quei militari salvarono a tutti noi la vita perché quel gommone poco dopo sarebbe affondato. Ritornando a riva, con i miei occhi ho visto molti cadaveri in mare. Un altro gommone era appena affondato e solo 19 persone si erano salvate”, racconta ancora Winner.

La sua testimonianza è tanto lunga quanto necessaria, più che mai adesso; in ogni dettaglio, di cui generosamente Winner ci fa dono, c’è la Vita che ricomincia, la Fede che sostiene, la Memoria che pesa ma dalla quale non si può prescindere, l’Umanità che oltraggia la Dignità e quella che invece si riscatta, la Speranza che rifiorisce ostinatamente e instancabilmente.

“Riportati a terra fummo portati in prigione. Solo chi poteva pagare usciva. Io restai lì dentro per circa tre settimane. Malnutriti, picchiati e spaventati, in piedi tutto il tempo, se non c’era spazio nella cella per sedersi. Non resistevo più. Una sera durante il pasto, momento in cui la porta restava aperta con i militari fuori, un gruppo di musulmani inneggiando ad Allah uscì per primo, morendo sotto i colpi di fucile. Avevamo paura ma molti di noi, approfittando della confusione, dopo gli spari uscirono fuori, scalzi come si trovavano, e facendosi largo tra i cadaveri scapparono senza avere nessuna idea di dove andare. Non sapevamo dove ci trovassimo ed era buio. Continuammo a correre. Tutto intorno, la città era in subbuglio: tutti armati e pronti a fermarci per riportarci in prigione. Mi ritrovai nascosto con un altro ragazzo, forse ivoriano, che però ad un tratto decise di proseguire e che poi fu catturato di nuovo. Quella notte, seppi dopo, che oltre sessanta persone furono uccise. Io restai nascosto e uscì solo quando intorno ci fu un pò di calma. Non conoscevo i luoghi e finì in una strada senza uscita”.

A questo punto il racconto di Winner diventa più sofferto. Traspare la paura ancora non dissolta nella memoria di quel momento in cui, lui non ha dubbi, Dio ha voluto ancora una volta salvarlo. “Mi ero nascosto sotto una macchina e da lì vedevo i piedi dei militari che ancora cercavano noi fuggiaschi per imprigionarci di nuovo e che erano entrati in quello stesso vicolo cieco. Si erano fermati e cercavano. Io stavo in silenzio, sotto la macchina, nascosto. Non mi trovarono. Restai lì sotto per ore. Da mezzanotte fino alla seguente mattina presto. Alle ore 6 suonò, come ogni giorno, la campana per la preghiera. Allora usciì e mi rifugiai lì accanto, in un edificio in costruzione in cui il giorno prima alcuni operai avevano lavorato. Quel giorno non vennero operai a lavorare, ma vennero delle persone a vedere le stanze. Non entrarono soltanto nella stanza in cui io mi ero nascosto. Dio mi salvò un’altra volta. Attesi la notte, presi un paio di scarpe degli operai e lasciai quell’edificio. Ero stanco e non mangiavo dal giorno prima. Camminai e poi, alla vista di una macchina che veniva nella direzione opposta, mi nascosi dietro un albero. Il conducente mi vide e cominciai a scappare. Fu inutile. Mi raggiunse e mi portò con lui. Avevo paura che mi avrebbe riportato in prigione – racconta ancora Winner –  ed invece mi portò da altre persone che mi aiutarono. Mi fecero lavare, mi diedero dei vestiti, del cibo e un letto per riposare e dopo una settimana riuscì a lasciare la Libia. Il mio destino non era lì dove la vita era sempre in pericolo ma nel viaggio verso l’Europa che in confronto, nonostante i gommoni non fossero in buone condizioni, nonostante non sapessimo nuotare e nulla sapessimo del mare, nonostante fossimo sempre più di quelli che il gommone avrebbe potuto trasportare, mi sembrava meno rischioso. Così contattai nuovamente chi mi aveva fatto partire la prima volta e in questa occasione riuscì ad attraversare il Mediterraneo. Eravamo 120 persone ammassate su un gommone, con donne e bambini. Le acque erano anche agitate. Dopo diverse ore – ricorda Winner –  una nave dell’Europa ci venne in soccorso e dopo qualche giorno di mare arrivammo la porto di Reggio Calabria. Era il maggio del 2016. Avevo 17 anni e il resto della vita da vivere, con gratitudine verso Dio che mi aveva salvato in tante occasioni. Sentivo dentro di me che se Dio mi aveva dato quell’opportunità di sopravvivere al deserto, alla prigione e al mare, io non avrei dovuto sprecarla ma donarla agli altri e condividerla. Oggi – conclude Winner – penso che ognuno ha un destino, una Fede e una vita; credo che ogni fine sia una partenza e che Dio abbia per me un progetto meraviglioso”.

Il suo nome, Winner, è casuale, ci ha detto; tuttavia, in un mondo in cui spesso ‘perdiamo’ di vista chi siamo davvero e il legame inestricabile che ci unisce al di là dei confini e delle nazionalità, il suo significato nella lingua italiana – vincitore – potrebbe essere di buon auspicio per ritrovare la nostra coscienza e ‘vincere’ la sfida più difficile e più importante, ossia quella di “restare umani”.

2 Commenti

  1. Egregio Richichi, sono sicuro che a casa ha l’albero di natale e magari anche il bambinello con l’asino e il bue. Quanta bontà ispirano le sue parole. Le stesse che sentivo sino agli anni ’90 proferire per quelli che come Lei sono nati in Calabria o al sud. Terroni, ladri del lavoro e causa della sporcizia e della criminalità nel ricco e civile Nord. Ma sono sicuro che Lei concorda con chi diceva “Via i Terroni dalla Padania”. Lei sa stare nel suo paese, vero?

  2. E’ un articolo quasi totalmente falso…
    In Nigeria non c’è una guerra… E’ un migrante economico che occupa uno spazio e consuma risorse che invece sarebbe un sacrosanto diritto dare ai nostri conterranei…
    Per me questo quì dovrebbe anarsene nel suo paese IMMEDIATAMENTE a vivere il resto della sua vita lasciando a noi vivere il resto della nostra…
    Voi siete e rimarrete nemici del mio paese, siete catto comunisti

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