Migrante ucciso, meglio che Salvini non venga dove ci si arrangia all’ombra di uno Stato incartato

Agostino Pantano

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San Ferdinando tendopoli

È stato un bene che Matteo Salvini, invocato dal suo predecessore Marco Minniti, fin qui si sia tenuto alla larga dalla baraccopoli di San Ferdinando e dal dibattito intorno all’omicidio di Soumayla Sacko. Quel campo, appendice degradata della tendopoli costruita di fronte dalla Regione, è indegno per stessa ammissione delle istituzioni ed esiste una ordinanza del Comune che ne prevede lo sgombero e la demolizione, mai applicata per motivi di ordine pubblico.

Nella “dottrina della ruspa” del ministro dell’Interno, quel luogo che più illegale non si può, sarebbe perfetto per prevederne una prima applicazione governativa. Non a caso Aboubakar Soumaoro, il leader nazionale del sindacato Usb, precipitandosi da Roma all’indomani della sparatoria di San Calogero, si è rivolto al ministro Luigi Di Maio (e non a Salvini) per chiedergli di intervenire in base alla delega al Lavoro: non a caso è retto da un altro leghista anche il ministero dell’Agricoltura, l’altro dicastero più competente ma lasciato franco dagli strali del sindacalista.

Venendo a San Ferdinando, il segretario della Lega non avrebbe alternativa alla chiusura del sito, magari lucrerebbe non poco consenso per l’operazione di immagine, ma, lui lo sa bene, non può deportare un migliaio di stranieri che in molti casi hanno documenti in regola e, sopratutto, non può consentire che si disperdano nel territorio col rischio di trovarseli al Nord. C’è dunque una confusione che più delle altre, a proposito dei braccianti africani di San Ferdinando, in questi giorni è stata tenuta in piedi per calcoli politici: il luogo disumano dove Soumayla Sacko viveva, e da dove era partito per rubare lamiere da una proprietà privata, nessuno lo vuole ma tutti, in un modo o nell’altro, lo difendono contro le ruspe o lo devono accettare.

Il parroco di Rosarno

Illuminanti a proposito di questo confusionario scontro tra “il detto e il non fatto” sono le parole di don Roberto Meduri, il parroco di Rosarno che conosceva bene la vittima, e che parlando a Giuliano Foschini di Repubblica, per spiegare perché Soumayla pur avendo un posto nella tendopoli aveva preferito rimanere nella baraccopoli, afferma: «Lì dentro (la tendopoli, ndr) non ci sono terra e polvere, o almeno non così tante, ma manca il cuore: sono persone ammassate in tenda senza nemmeno conoscersi. Soumayla era musulmano ma veniva da noi in parrocchia a servire, ad aiutarci quando avevo bisogno. Aveva chiaro cosa fosse una comunità».

Dando per buona la versione del sacerdote, sulla preferenza verso un luogo illegale (baraccopoli) che genera altre illegalità rispetto ad una struttura (tendopoli) che sorge frontale, decorosa e dotata finanche di moschea, viene fuori il fermo-immagine criminogeno del grande limite che si registra nei casi in cui è la cronaca nera che impone l’attenzione politica sul fenomeno migratorio: ogni parte giustifica qualcosa o qualcuno nello specchio dell’illegalità che la Calabria conosce troppo bene. A 20 km dalla baraccopoli non era meno tollerata l’illegalità dell’ex fornace dove il ragazzo ha trovato la morte.

“Roba sequestrata, roba di nessuno” abbiamo sentito dire ai sindacalisti dell’Usb per giustificare l’azione che è costata la vita a Soumayla, e così può averla pensata – in maniera criminale e speculare – anche il suo assassino, Antonio Pontiero che non era proprietario di alcunché ma nel suo perverso disegno di possesso su quel luogo inquinato, aperto a tutti, riteneva di avere qualche diritto per un futuro lucro: ha prima chiamato i carabinieri per impedire il saccheggio, ma poi sciaguratamente ha sparato.

Questo dramma, consumatosi tra i bisogni tollerati della baraccopoli e le sottovalutazioni sulla pericolosità di un sito sequestrato, è anche conseguenza di uno Stato che non riesce ad uscire dall’emergenza di San Ferdinando e non ha ancora ben compreso la miscela esplosiva di una accoglienza che, a 8 anni dalla rivolta di Rosarno, in quella zona propone ancora tende e baracche. Fa bene Salvini a tenersene lontano: per le case ai migranti non sembra il clima, sarà meglio dire ai calabresi e agli africani “arrangiatevi”.