“Mediterranea”, amarezze e speranze nella storia di immigrazione diretta da Jonas Carpignano

Anna Foti

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Il racconto di un viaggio denso di pericoli, ostacoli e incognite, nato da un desiderio irrinunciabile di speranza e di futuro. Questo è “Mediterranea” il lungometraggio di esordio di Jonas Carpignano, regista trentunenne, cresciuto tra New york, dove è nato da madre afroamericana, e Roma, residente per scelta a Gioia Tauro. In concorso nel 2015 nella sezione della Semaine de la Critique del Festival di Cannes e nella selezione del Sundance Film Festival, “Mediterranea” ha avuto molti riconoscimenti internazionali, molto apprezzato all’estero e, tuttavia, senza alcuna distribuzione in Italia. Il film è approdato al cine-teatro Odeon di Reggio Calabria nel 2016, grazie alla sinergia tra il circolo del cinema “Cesare Zavattini” e il Cosmi, comitato solidarietà migranti.

L’ispirazione per il giovane regista, calabrese e reggino di adozione, sono i drammatici fatti del gennaio 2010 che hanno posto Rosarno, le condizioni di vita indecorose e lo sfruttamento della manodopera africana negli aranceti alla ribalta internazionale. Jonas Carpignano è arrivato in Calabria per approfondire quella vicenda ma dopo la prima visita si è reso conto che sarebbe stato necessario tornare per approfondire davvero quella storia, cariche di tante altre storie. Il lavoro di documentazione video e incontro con gli abitanti è confluito nel cortometraggio “A chjana”, “A ciambra”, girato proprio tra il Mediterraneo e la Calabria, presentato nella sezione Quinzaine des Realisateurs al festival di Cannes e candidato italiano all’oscar come miglior Film straniero nel 2017.

“Mediterranea”, una co-produzione tra Italia, Francia, Germania, Stati Uniti e Qatar, è uno sviluppo ulteriore di quel richiamo fatto di indignazione e curiosità, di quella necessità di osservazione, di quel lavoro di approfondimento nato dall’esigenza di capire e ascoltare la voce di quell’Africa arrivata in Calabria. La storia, che il regista racconta con immagini e testimonianze, è quella di Ayiva, nella vita reale Koudous Seihon che interpreta se stesso (nel cast con Alassane Sy, Francesco Papasergio, Pio Amato, Vincenzina Siciliano), un ragazzo che dal Burkina Faso nel 2009 arriva in Italia per lavorare e aiutare a distanza sua moglie e sua figlia, con il desiderio un giorno di ricongiungersi proprio in Europa con loro. Lui non è scappato dalla guerra ma ha deciso di lasciare un paese che non gli offriva opportunità, convinto che l’Europa sarebbe riuscita dove il suo continente con lui e con tanti altri fratelli aveva fallito. Ma il disincanto era già lì all’orizzonte e con esso anche le speranze disattese e i sogni svaniti. Hanno pesato come macigni quel viaggio periglioso per uscire dall’Africa, la violenza e la morte che aveva visto, attraversando l’Algeria, il Niger e la Libia. La storia di Koudous è in realtà rappresentativa di tante altre storie e incarna la sospensione di chi arriva ed è accolto da alcuni e giudicato importuno, pericoloso e intruso da altri; di chi arriva dopo aver conosciuto l’inferno e la disperazione in un viaggio durato sei lunghissimi mesi. Uno spaccato più presente nella storia recente e che questo film ha inteso opportunamente raccontare attraverso una storia di vita vissuta. In questo racconto da Rosarno, immancabile la testimonianza luminosa di mama Africa, Norina Ventre, il suo pranzo domenicale con i suoi ‘figli’ migranti. Il film, in lingua francese e sottotitolato, è stato girato in pellicola nell’arco di tre mesi tra il Marocco (la Libia non era sicura e praticabile), il Mediterraneo e la Calabria, Rosarno.

Ha curato la fotografia Wyatt Garfield. Il suo successo è stato sancito all’estero e non nel paese di cui racconta un drammatico spaccato di rovente attualità. Koudous, l’attore che interpreta se stesso, oggi residente a Gioia Tauro con altri progetti cinematografici all’orizzonte, sorride sempre nonostante la sofferenza e il disincanto siano stati grandi da quando è arrivato in Italia, in Calabria, a Rosarno, per lui porta di quell’Europa che non è stata decisamente come se l’aspettava, dove ha chiamato casa una baracca, dove il lavoro è stato solo sfruttamento e non opportunità di migliorare la propria esistenza e offrire un contributo alla crescita di un paese che credeva migliore del suo. Ha smesso di raccogliere mandarini e arance nei campi per venticinque euro al giorno e ha iniziato a dedicarsi all’attività di attore, con il sogno audace di un ricongiungimento familiare. “Dopo la mia esperienza ho capito che il mio è stato un coraggio negativo. Ai miei fratelli che vogliono partire vorrei dire che il vero coraggio è quello di restare in Africa e costruire lì il cambiamento. L’Europa è un altro mondo; l’Africa è un altro mondo con tante Afriche al suo interno. Se noi ci mettessimo insieme lì, faremmo meglio di quanto ha fatto l’Europa. Questo l’ho imparato qui e vorrei che loro lo capissero in tempo, vedendo per che cosa ho perso tutto e dove ho vissuto. Questo film è soprattutto per loro”.
Un punto di vista mai scontato che suggella questo lungometraggio d’esordio firmato da Jonas Carpignano come espressione preziosa di cinema impegnato contraddistinto da un grande spessore emotivo e sociale; un film che ci costringe a vederci con gli occhi degli altri, in questo caso africani, a capire come siamo visti da coloro che evidentemente, dall’alto della nostro atteggiamento eurocentrico, non abbiamo saputo/potuto/voluto accogliere.