L’impegno di Tareke Brhane per la giornata della memoria

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L'impegno di Tareke Brhane per la giornata della memoria

I suoi capelli gonfi e ribelli sono il segno distintivo di questo ragazzone che si guarda attorno seguendo ogni spostamento con lo sguardo. Tareke Brhane è presidente del Comitato 3 ottobre, un gruppo di attivisti che si battono affinché il 3 ottobre venga istituita la giornata dedicata alla memoria ed all’accoglienza, per riuscire a trasformare i numeri della tragedia in una data da cui ripartire.

Per non dimenticare, certo, ma anche per riuscire ad adempiere a quelle richieste che i corpi dei 368 naufraghi dell’ennesima tragedia chiedono attraverso il loro più estremo sacrificio.
“Il 3 ottobre il mare ha restituito i cadaveri, ma la nostra stima, approssimativa, è quella di 20.000 uomini, donne e bambini inghiottiti dal mare, nel tentativo di sfuggire alle guerre ed alla povertà. 20.000 corpi che il Mediterraneo custodisce nei suoi abissi e che non sono stati restituiti”.
Cifre terribili che, però, l’Italia finge di ignorare. “Il mondo politico italiano chiede aiuto all’Europa, ma non è riuscita a portare a termine i suoi compiti a casa. Ovvero delle leggi che riconoscano, in tempi rapidi, lo status di rifugiati. La Germania, in questo senso, ha leggi certe ed ha 600.000 rifugiati, in Italia, la porta d’Europa, soltanto 60.000, meno del 10% di riconoscimenti. Dei tanti sbarchi avvenuti, solo l’80% rimane in Italia, il resto va a ricongiungersi ai propri familiari in Germania, Svezia, Norvegia, lontanissimo da qui”. Dopo il 3 ottobre, quando i riflettori su Lampedusa si sono spenti, nulla è stato fatto, mentre uomini e donne continuano ad affidare agli scafisti la speranza di un futuro possibile e il mare accoglie altri corpi, altri sogni, altre vite, ancora non si è riusciti a stilare un regolamento per il riconoscimento delle 368 salme, disseminate con i loro numeri, nei cimiteri siciliani. Come se non fossero mai nati, non avessero mai avuto un nome ed un’identità.
Ci sono familiari, cittadini europei, che hanno il sospetto che dietro quei numeri ci siano fratelli, sorelle, madri, padri, che vorrebbero un luogo ed una lapide sulla quale apporre un fiore, ma che attendono che il governo italiano chiarisca le regole del riconoscimento. Eppure, basterebbe farli giungere in Italia e confrontare il loro DNA con quello prelevato al numero 32, 45 per dare risposte al dolore. Non conforto, non consolazione, ma un nome. “In Italia – continua Tareke – siete bravissimi nell’affrontare l’emergenza, nelle operazioni di primo intervento, ma non siete riusciti ad affrontare la fase successiva, quella del riconoscimento dello status di rifugiati, di persone che fuggono, che non possono stare nella propria terra e che affrontano il deserto, la violenza, la disperazione, pur di avere un barlume di speranza”. Già, gli italiani soccorrono, ma non riescono ad accogliere, a far diventare gli immigrati, cittadini. 

Scritto da Farida Criseo

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Paola Suraci
Giornalista indipendente. Mi occupo di Sud, di terre dove l'emarginazione ha diverse facce. Racconto storie di uomini e donne che lottano per non arrendersi, per cambiare, racconto un altro Sud che spesso non ha voce. Guardo al Mediterraneo e ai fenomeni migratori auspicando la mescolanza di culture.