Rotte Mediterranee, il libro di Idotta per capire il nostro tempo

Anna Foti

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Rotte Mediterranee

Quanti assaporano il gusto e la sfida della contemporaneità e incidono sul gioco di
domande e risposte cui lo scorrere del tempo e l’abitare i luoghi invitano? Quanti
passano sul tempo senza sentirlo e attraversano un luogo senza abitarlo? Domande che
affondano radici nella profondità di ogni esistenza. Quella profondità cui la filosofia, e
l’amore per la sapienza che essa incarna, possono condurre.
“Ogni uomo deve confrontarsi con il proprio abitare: non basta vivere in un luogo, bisogna abitare il proprio luogo, affinché da esso si origini una voce nuova che arricchisca il molteplice”, si legge nella prefazione dell’ultimo libro di Francesco Idotta “Rotte Mediterranee. Dal mare sopraggiunge l’altro, messaggero di novità” (Città del Sole edizioni, 2009). La sua penna, come un pennello intinto nelle azzurrità dei paesaggi e della nostre coste, descrive questi luoghi di incontro di civiltà e culla di miti come luoghi privilegiati a cui assomigliare nel percorso esistenziale che ognuno attraversa.

Un’essenza preziosamente salvata da una storia ingenerosa, ma non completamente privativa. Come? Vivendo da contemporanei e non da intervenienti nel tempo. Contribuendo a far progredire la dialettica, a cercare risposte e a formulare domande. Assaporando il presente, custode di un passato e continuo scrigno di un futuro che ogni momento può essere ridisegnato. Non avendo paura di domandare, dunque, e di scoprire anche nella diversità, una possibilità nuova per risposte nuove e nuove domande. “La domanda origina il Kosmos lo rende penetrabile e reale. Il punto interrogativo ha oggi la forma di un amo che pesca nell’ignoto”. Tasselli di filosofia, letteratura e poesia intarsiati intorno al gradevole e illuminante gioco etimologico alla scoperta delle parole, della loro storia e del loro significato, impreziosiscono le pagine di Idotta che “(…) conta sillabe e
distanze, armonizza parole ed elementi(…)”. Quella parola di cui è custode il poeta,
pastore del linguaggio, il più antico cantore in versi e alimento della memoria quando la
scrittura non era ancora un patrimonio e la prosa refrattaria all’oralità. “Sul mare viaggia
la filosofia mediterranea, greca, magno-greca, figlia di Parmenide e di Eraclito, con le sue qualificazioni dell’essere, le quali lo circoscrivevano in un orizzonte compreso tra stabilità e divenire”. Ma è Heiddeger a svelare che la parola non è l’unico e più compiuto spazio dell’Essere e a tracciare una svolta verso la nuova filosofia.

Francesco Idotta utilizza l’eterna e poetica metafora del mare e delle sue onde, che del mare sono segno, per descrivere ciò che il linguaggio può rivelare dell’Essere. Come ogni lettera è segno grafico di una prosa o una poesia che dicono qualcosa ma non tutto, così il mare e il suo incessante fluire rappresentano solo il passaggio da una meta ad un’altra. Una tappa del viaggio. “Lo spazio bianco tra le righe è lo stesso che separa un’onda marina
dall’altra; è lo spazio dell’essere quello in cui la barca di un clandestino trova la
distensione prima di affrontare la nuova cresta frattalica, disordinata…caotica
e gettante verso un mondo altro.
Trovare la via tra i flutti non è cosa facile. Non è semplice nemmeno orientarsi tra le
righe di un testo, perché si sa ciò che il linguaggio dice, ma la verità no: l’essere è il non
detto del linguaggio e non si destina all’uomo nel linguaggio ma in esso si differenzia(…),
l’essere è ciò di cui il linguaggio è traccia ”. E’ in realtà il lettore, il cantore di una volta, a
decostruire il linguaggio, a smontarlo, ad errare tra i suoi segni e le sue parole, a solcare
gli spazi bianchi, a valorizzare le differenza in una dialettica che, anche a dispetto delle
differenze linguistiche, esiste e crea rapporti tra gli uomini. Qui alberga il senso della
sintesi difficile ancora incompiuta del linguaggio che ospita incondizionatamente la
parola anche se proveniente da lontananze, con il rischio di smarrire l’identità dei propri
segni. E’ il mare torna ad essere efficace metafora del navigante vero che lascia, si
sposta, abita luoghi diversi, non li lambisce soltanto. I naviganti del nostro tempo sono coloro, cittadini stranieri alle nostre parole ma non all’umano linguaggio, diversi ma nonmeno Essere. Coloro che imbracciano le rotte mediterranee tentando e, spesso
perdendo la vita in mare, senza che da terra alcuno veda o senta. Coloro che rimangono
invisibili (Gadamer). Invece dal mare arrivano le occasioni di cambiamento. “Luoghi di
straordinario fascino mediterraneo nei quali, dal mare, insieme alle sabbie del Sahara,
giungono pensieri sorprendenti e sovversivi”. Dal mare arrivano testimonianze di chi
essendo in viaggio è sempre in vantaggio; di chi ha l’occhio allenato alla differenza e sa
leggere meglio tra le righe il non detto dell’Essere; di chi non soffrendo il mal di mare, è
abituato allo sciabordio. Testimonianze di umanità.