Narrare l’emigrazione perché senza memoria, storia e presente restano incompiuti

Anna Foti

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1858
La nave della Sila

Mentre continuano a morire nel tentativo di raggiungere le coste europee, mentre rimangono sospesi sul filo delle coscienze sopite di Paesi di un Continente antico che ha fatto e visto la storia, gli orrori e il progresso e che, nonostante ciò, confonde la sovranità con l’arbitrio e la responsabilità con la difesa dei confini, si consuma sulla pelle di persone disperate una emigrazione epocale che nessuna politica dei muri, neppure la più ragionata e inattaccabile, potrà fermare. 

Un Continente Vecchio che non insegna a chi è venuto dopo e che invece pare avere ancora molto da imparare. Nessuna storia potrà cancellare questa migrazione pagata con la vita di esseri umani innocenti ma la migliore storia, che ancora non siamo capaci di scrivere, potrà cambiare il loro ed il nostro destino, insegnando forse proprio a coloro ai quali abbiamo chiesto di rappresentarci che si tratta di un unico destino.

Il coraggio e la necessità di emigrare verso luoghi di pace si legano a doppio filo con la responsabilità di abitare con spirito di accoglienza e civiltà i luoghi verso cui si migra alla ricerca di una speranza. La Calabria ha vissuto, e continua a vivere, entrambe queste esperienze ed un museo nel cuore della Sila racconta questa storia, tiene viva la memoria, cura la nostalgia, sollecita le coscienze, impone consapevolezza e cambiamento. Alle storie dei trecentomila calabresi, meno di un quarto della popolazione regionale, emigrati tra il 1876 e il 1900, al loro viaggio, alle loro speranze, agli stenti, al sacrificio e allo sfruttamento è dedicato il progetto culturale, a cura dell’editorialista del Corriere della Sera Gian Antonio Stella, promosso dalla Fondazione Napoli Novantanove, in collaborazione con importanti partner tra cui la fondazione Agnelli e l’istituto Luce, denominato “La Nave della Sila: museo narrante dell’emigrazione”.

Il museo narrante è allestito nella vaccheria

Allestito nella vaccheria, restaurata dall’architetto Sila Barracco, dell’antica residenza di Torre Camigliati, a Camigliatello Silano in provincia di Cosenza,  nel 1988 dichiarata monumento di interesse storico –  artistico e vincolato ai sensi della L.1089/39 (oggi 490/99), il museo dal 2005 rientra nel più ampio progetto del parco letterario che ripercorre i racconti di viaggio dello scrittore inglese Norman Douglas. Costui nel Novecento dedicò suggestive descrizioni alla nostra regione, raccogliendole nel volume il cui titolo ha ispirato la stessa idea del parco, ossia “Old Calabria”.

Adesso che gli italiani che contribuiscono a spostare il peso del mondo non sono più solo meridionali e sono in larga misura giovani, adesso che quella migrazione avviene verso mete più vicine, frutto di una scelta solo apparentemente più libera e meno sofferta, perché non dettata dalla letterale necessità di sopravvivenza alla fame e alla miseria, e neppure alle bombe, alla guerra e alle torture, ma “solamente” animata dalla possibilità di un futuro migliore, la smemoratezza incalza. Reso più sopportabile il distacco, mascherata di pragmatismo e ritrovata italianità, l’indifferenza e il cinismo, con cui si vorrebbe che tutti guardassimo all’Africa e alla sua umanità sofferente.

Eppure esiste una nostalgia, più e meno guarita dal tempo, che quando è frutto di un viaggio, forzatamente senza ritorno, pare parlare una lingua universale, comune a tutte le migrazioni, in ogni epoca, anche quando c’è bisogno di disimparare la propria lingua per impararne subito un’altra. Pur schiudendo l’orizzonte ad una dimensione ormai imprescindibile e per molti versi affascinante, il cosmopolitismo è ricchezza assoluta soltanto nella misura esso possa competere alla pari con la possibilità di restare, pur sperimentando una cittadinanza senza più confini.

Riscoprire da dove veniamo per capire cosa siamo

Adesso è necessario riscoprire da dove veniamo per capire cosa siamo diventati, per testimoniare la solidarietà straordinaria che ci è stata riservata, e di cui siamo a nostra volta capaci, o guadare senza filtri l’indifferenza e l’intolleranza che i nostri antenati hanno anche subito e che oggi noi non abbiamo ancora debellato. I due volti di una storia che si ripete, incessantemente.

Non sempre si parte con il desiderio di conoscere, esplorare luoghi nuovi. Liberi di tornare. A volte si partiva, e si parte ancora, per dilatare la speranza su quelle onde impietose, come la terraferma che si nega, e tra di esse annegare. La storia del secolo scorso racconta di viaggi che sono stati struggenti e drammatici, di distacchi che né il tempo né la nostalgia sono riusciti a colmare, di partenza per sfuggire alla morte che alla fine dell’Ottocento alle nostre latitudini ha segnato il limite intollerabile di sei anni e mezzo di età media. Il pannello esplicativo della piaga della mortalità infantile che la Nave della Sila denuncia, propone la foto di alcuni bambini di Africo fermati in uno scatto da Tino Petrelli.

“Se devi lasciare la tua patria, salendo sulla nave, distogli lo sguardo dai confini che ti hanno visto nascere”, scrisse Pitagora. Questa citazione è riportata sulla pubblicazione, curata dal giornalista e scrittore Gian Antonio Stella e dall’antropologo e docente universitario Vito Teti, che guida alla scoperta del museo narrante dell’Emigrazione nel cuore della Sila.

Nel suo percorso espositivo che riproduce un singolare ponte di una nave appunto, la Nave della Sila intende proporsi al pubblico come dinamica traccia di memoria storica e civile e come monito alla coscienza collettiva che ha rimosso il dramma del fenomeno migratorio dalla Calabria e dall’Italia, seppellendo così il vissuto di generazioni costrette e rendere il loro contributo di energie e lavoro a paesi stranieri, anche ostili e inospitali, come in questi ultimi scampoli di storia recente l’Europa si sta mostrando per coloro che giungono numerosi e inarrestabili dall’Africa.

Tutta la speranza era in quel bagaglio, anche di cartone, disfatto alla fine di un viaggio e in quell’approdo in un paese straniero, spesso preludio di pregiudizi e sfruttamento lavorativo, di ghettizzazione e linciaggi: questo fu il prezzo pagato da Italiani alla ricerca legittima di una nuova vita. Oggi la speranza è nei piedi scalzi, nelle mani nude, negli occhi atterriti di chi ha dovuto attraversare il mare senza saper neppure nuotare, intraprendendo un viaggio incerto ma necessario, di chi ha lasciato indietro famiglie oppure fratellini e sorelline più piccole da mantenere, o pesanti debiti da scontare sacrificando la propria dignità di giovane, a volte anche giovanissima, donna.

Nella grande storia delle migrazioni accanto alle strage di Marcinelle (Belgio) nel 1956 e alla frana a Mattmark (Svizzera) nel 1965, annovereremo anche le silenziosi e ricorrenti stragi nel mar Mediterraneo come quella del 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa. L’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha stimato in 2.275 persone il numero delle vittime durante le traversate del Mediterraneo nel 2018.

Sacchi e Vanzetti

Mentre imperversano i sentimenti di paura, i corsi e ricorsi storici di vichiana memoria dovrebbero ricondurci negli Stati Uniti dove il pugliese Nicola Sacchi e il piemontese Bartolomeo Vanzetti, furono accusati di omicidio, processati e condannati a morte. Furono giustiziati il 23 agosto 1927. Nessuna prova ci fu mai circa il loro coinvolgimento in quei fatti di sangue. Erano, invece, certamente anarchici, italiani, stranieri. Cinquant’anni dopo la loro morte, il 23 agosto 1977 Michael Dukakis, governatore dello Stato del Massachusetts, ammise ufficialmente gli errori commessi nel processo, riabilitando completamente la loro memoria.

La mafia divenne per molti italiani un antidoto al disincanto americano. Così fu per Al Capone, Frank Costello e Lucky Luciano. Così gli italiani rischiarono di passare alla storia solo per aver esportato negli Usa la criminalità, come oggi si tenta di affermare, senza nessun dato a supporto, che i cittadini stranieri siano quei criminali pericolosi e spietati che l’Italia non ha mai avuto prima o non avrebbe avuto se loro non fossero arrivati. La lotta al terrorismo è necessaria ma lo straniero non è terrorista per definizione. Ed infatti è composita la verità, come complessa la storia, che l’emigrazione di ogni popolo e in ogni epoca riserva. Tantissimi italiani furono negli Stati Uniti quei lavoratori instancabili, quei talenti straordinari che divennero protagonisti del loro tempo e contribuirono al progresso dell’umanità e delle idee; per essere e agire come persona, come cittadino del mondo, come risorsa per la crescita e lo sviluppo ovunque si trovassero. Filippo Mazzei, uno dei padri della Dichiarazione di Indipendenza Americana, Fiorello La Guardia, uno dei più amati sindaci di New York, gli antenati del pittore Paul Cezannè, il padre del romanziere Emile Zola, l’inventore del telefono Antonio Meucci, l’inventore del microprocessore Federico Faggin. Erano tutti italiani emigrati.

La Nave della Sila contribuisce a far comprendere che la storia e il presente non sono completi senza la memoria di quando a viaggiare non erano persone di cittadinanza africana, ma i nostri antenati, Italiani, Calabresi, di pelle bianca. Questo museo insegna come la storia si ripeta con leggi discriminatorie, rimpatri disumani, indifferenza, intolleranze e pregiudizi. Accadde allora con l’acronimo Wop (Without Passaport) riservato agli italiani senza passaporto e accade oggi con i clandestini, cittadini stranieri senza documento, con i migranti, che sarebbe certamente più comodo poter considerare anche senza dignità, che rimangono in balia delle onde in attesa che la civile e democratica Europa dell’Unione e dei Trattati si desti dal suo torpore e dalla sua smemoratezza.