Immigrazione, A diciassette anni in fuga dal Pakistan. Sogna le protesi per la sorellina malata di poliomielite

Federica Lento

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Mi viene incontro con i suoi occhi grandi e il sorriso aperto e luminoso S. e penso a quanto il suo nome sia giusto per lui, significa “punta di diamante”.

Anche sua sorella di due anni e mezzo ha un nome dal significato poetico, “mazzo di fiori profumati”. È rimasta con alcuni parenti in Pakistan; quando parla di lei S. si illumina, proprio come vuole il suo nome. 

È la luce di un diamante coperto dalla polvere quella degli occhi neri di S., una luce intermittente che si spegne e si perde quando parla della sua mamma e del suo papà, mentre il viso si contrae in una smorfia di sofferenza e mette le sue mani intorno al petto per proteggersi.

A diciassette anni il copione delle tragedie si è aperto per lui con un primo drammatico capitolo quando a scuola, quella prestigiosa che lo preparava in scienze e biologia, quella in cui eccelleva ed era il secondo più bravo di tutto l’istituto, lo ha raggiunto la notizia della morte dei suoi genitori nei pressi della moschea. Alcuni rappresentanti della fazione religiosa Wahhabi li avevano uccisi perché invece appartenenti alla Shia. La madre di S. si trovava nella moschea perché leader della sezione femminile di quella fazione di religione islamica e il padre l’aveva accompagnata. Ancora oggi non si conoscono i colpevoli di questo omicidio perché le forze dell’ordine lasciano correre, “c’è una grande corruzione nella polizia del mio Paese”.

È arrivato a Modena per caso S., nascosto in un container che dalla Grecia sarebbe giunto in Italia, forse a Bari, forse ad Ancona, non era importante.

Non poteva più restare in Pakistan, per lui era pericoloso perché c’era il rischio di essere ucciso come i suoi genitori.

Il tempo di mettere in uno zaino dei biscotti e della cioccolata, non troppi per non portare troppo peso sulle spalle, una fotocopia del passaporto, il cellulare rosa metallizzato di sua madre che ha ancora adesso, e dopo qualche ora era in un autobus insieme a circa altre venti persone guidate da un uomo che li avrebbe condotti, al prezzo di 8000 euro pagati via via per ogni tappa del viaggio, lontani dalle loro vite fino ad allora normali.

S. è figlio di un importante imprenditore e di una pediatra, la sua vita fino a poco tempo fa era facile, qualche rimprovero per la prima sigaretta fumata di nascosto o la grossa punizione per aver preso la macchina senza avere la patente, per portare la fidanzatina a fare spese; le uscite la sera a cena con la famiglia, le grigliate della domenica in giardino, i viaggi all’estero alla scoperta di nuove culture.

Quel benessere ha assicurato a S. di potersi pagare il viaggio verso l’Italia, “il Paese che tra tutti mi è piaciuto di più quando ero in vacanza con la mia famiglia, perché è facile qui fare amicizia”, e provvedere alle cure costose per la sorellina malata di poliomielite. 

Non ha più una casa nel suo Paese S., i suoi parenti l’hanno venduta per poter continuare a occuparsi della sorella che ha bisogno di tante cure costose.

Mi racconti del tuo viaggio per arrivare qui?

Non ricordo molto, ho annullato la percezione del tempo, non so come ho fatto a trovare la forza. Volevo tornare indietro, non potevo farcela ma lì bisognava solo andare avanti, non ti potevi fermare perché “la guida” ti colpiva o poteva ucciderti. A un certo momento ho smesso di pensare. 

Dal Pakistan siamo arrivati in Iran, non so bene quanto tempo sia trascorso. C’erano solo uomini in viaggio con me, anche due bambini di circa dieci anni.

In Iran siamo stati nascosti in una stanza, poi alcune macchine sono venute a prenderci. Alcuni di noi sono stati messi nel bagagliaio. Arrivati a Teheran siamo rimasti chiusi in una casa per circa due giorni, lo ricordo perché lo ripeteva sempre uno dei miei compagni di viaggio che era impaziente per il tempo che passava.

Abbiamo ripreso a camminare, ricordo solo che finita una montagna ne iniziava un’altra e poi un’altra ancora, finché non siamo arrivati al confine turco. Lì ho davvero sentito la paura, capivo che era pericoloso. La polizia cercava di colpirci anche con le pietre, alcuni dei miei compagni sono caduti mentre correvano e uno è stato ucciso. Ricordo il freddo e il sapore dei biscotti. Era l’unica cosa poco pesante che il peso dei nostri zaini potesse sopportare.

Adesso non riesco più a mangiarli, nemmeno a colazione. Non voglio più mangiare i biscotti in vita mia.

Ad ogni tappa la guida cambiava e chiamava “l’agente” in Pakistan che controllava i nostri pagamenti. Se qualcuno non riusciva a pagare veniva picchiato e poi ucciso.

Arrivati a Istanbul ci hanno dato da mangiare patate ma per me era difficile mandarle giù. Il mio stomaco non era più abituato a un cibo diverso dai biscotti. Vivevamo tutti ammassati in stanze sporche.

Dalla Turchia c’erano due possibilità: si poteva affrontare un lungo viaggio fino in Italia o fermarsi in Grecia. Io volevo arrivare direttamente in Italia ma la polizia greca mi ha fermato. Sono scappato e sono riuscito ad arrivare ad Atene stando in una casa con altre otto persone, due siriani, due pachistani e due iracheni. Lì ho vissuto per sei mesi, sentivo che la mia vita sarebbe rimasta bloccata se non avessi fatto qualcosa. Allora ho deciso di raggiungere Patrasso. Da lì avrei potuto nascondermi in un container e arrivare in Italia.

Dalla Turchia in Italia sotto il container

In una stazione di sosta ho visto un autista fermarsi per un caffè e mi sono infilato sotto il container. Quando ho sentito mettere in moto mi sono tenuto con tutte le mie forze. Per un’ora ho viaggiato così, sotto il furgone stretto più forte che potevo. Poi ci siamo imbarcati e io sono riuscito a entrare dentro, nascosto tra il carico di vestiti. Stavo bene, riuscivo a respirare perché c’era abbastanza spazio.

Non sapevo dove sarei arrivato, credevo Bari o Ancona ma io sono arrivato a Modena.

L’ho scoperto quando l’autista del furgone, che era greco, ha aperto il retro e quando mi ha visto ha urlato sorpreso “Malaka!”, una parolaccia e mi ha detto di andare via. Io l’ho ringraziato molto per il viaggio che mi aveva concesso inconsapevolmente e perché era stato un ottimo autista! 

Sai, è stato rischioso anche perché la polizia ha fermato e perquisito il furgone durante il viaggio ma per fortuna mi ero nascosto bene. 

Sono arrivato a Modena una mattina di Maggio, ero vicino alla stazione. Avevo venti euro in tasca e sono corso in un bar, ho comprato una bottiglia d’acqua, non da mangiare perché per me è ancora difficile farlo, e ho chiesto le chiavi del bagno. Mi sono lavato, il sapone era nero, avevo con me anche un rasoio e mi sono tagliato la barba. Quando alla fine mi sono riguardato mi sono finalmente riconosciuto e ho detto “Sono normale, sono di nuovo io” e ho baciato lo specchio.

Ho chiesto in inglese dove fosse la stazione di polizia ma qui in Italia non parlate l’inglese, finché una ragazza che mi capiva un po’ mi ha accompagnato lì. Mi hanno preso le impronte, mi hanno chiesto i documenti, mi hanno fatto scrivere la mia storia.

Poi mi hanno portato in comunità, avevo una stanza tutta per me ed era pulita.

Mi hanno dato un buono per andare a mangiare nel ristorante della comunità ma io mi sono messo a dormire, ho dormito tante ore con ancora addosso le scarpe.

Mi piace l’Italia, mi piace la pasta col ragù e la pasta con piselli e formaggio, anche se per ora riesco a mangiarne poca. Con il cuoco della comunità abbiamo fatto un patto, io gli insegno a cucinare il biryani e lui mi prepara i miei piatti preferiti italiani.

Il permesso di soggiorno e il futuro in Italia

Adesso studio la vostra lingua e faccio anche parte di un progetto in un campo estivo per bambini, ci divertiamo a cercare le coccinelle sugli alberi, dicono che portino fortuna. Con loro sto bene, mi fanno pensare a mia sorella.

Mi guarda di nuovo dritto negli occhi, lo sguardo non è più assente, il viso non è più contratto.

Sorride S. quando mi parla di lei che è tutto ciò che al mondo gli è rimasto. Ha temuto per la sua vita qualche giorno fa quando, di nuovo mentre era a scuola, lo ha raggiunto la notizia che era stata punta da uno scorpione velenoso. Allora le gambe magrissime di S. hanno ceduto all’ennesima prova a cui la vita lo ha messo di fronte ed è caduto a terra, in corridoio. Ora però sua sorella sta bene e lui piano piano sta cercando di rimettersi in forza, di riprendere a mangiare anche se “è difficile se per tanto tempo ti sei abituato a non mangiare quasi nulla” e a dormire senza la paura di rivedere in sogno i corpi a terra dei suoi genitori uccisi.

S. vuole lavorare in una fabbrica cinese di borse appena avrà compiuto diciotto anni. Per adesso il suo sogno di diventare medico come sua madre deve metterlo da parte perché, me lo dice però tra le lacrime, con una poco convinta serenità di un ragazzino che la vita ha forzato a diventare saggio troppo in fretta, “ogni lavoro è importante e io posso rinunciare al mio sogno perché il futuro di mia sorella è nelle mie mani, questo è quello che conta”. Servono i soldi per la protesi della gambe per lei e poi vuole farla venire qui in Italia.

“Una settimana prima che i miei genitori morissero eravamo in un parco, mia madre seduta sulla panchina e io con la testa sulle sue gambe mentre lei mi accarezzava i capelli, mi diceva che bisogna sempre credere nel buono delle persone. Aveva ragione. Ho imparato che la vita può cambiare in un giorno, è importante allora lasciare un buon ricordo alle persone e io voglio farlo per rendere i miei genitori orgogliosi di me. Lo sai, loro fanno di tutto per mostrarmi che mi sono vicini, lo vedo la sera quando guardo il cielo e c’è sempre una stella più luminosa delle altre o nella foglia a forma di cuore che l’altra mattina ho trovato sul davanzale della mia finestra”.

Oggi è stato un giorno particolare per S., ha ricevuto il permesso di soggiorno. Me lo ha detto col suo sorriso di diamante.