Immigrazione, Morire da schiavi nei campi

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Immigrazione

Con la schiena piegata a raccogliere arance o pomodori, dipende dalla stagione, non importa se in Calabria, in Puglia o in Sicilia, tanto non cambia nulla.

Un luogo vale l’altro ed ogni stagione ha un suo prezzo da pagare: se è inverno c’è da sopportare il freddo, se è estate c’è il caldo eccessivo fino a morirne. Ore ed ore a lavorare, dall’alba al tramonto per qualche spicciolo, perchè loro, i migranti, nelle campagne italiane sono solo braccia e non persone, braccia da sfruttare.
Mohamed, Ahmed e gli altri
Li chiamano gli invisibili, senza diritti, senza voce, fino a quando qualcuno non muore sui campi. Come è accaduto l’altro giorno nel Salento. Questa volta è toccato a Mohamed aveva 47 anni e veniva dal Sudan. Nel Salento era arrivato da due giorni per un’altra stagione da schiavo.
“È omicidio colposo”, secondo la Procura di Lecce. Il pm Paola Guglielmi ha iscritto oggi tre persone nel registro degli indagati: la responsabile dell’azienda agricola in cui lavorava; il titolare di fatto, cioè suo marito; il presunto caporale, anche lui sudanese, che avrebbe coperto il ruolo di intermediario tra gli stagionali e gli imprenditori.
Mohamed aveva un regolare permesso di soggiorno in tasca ma il contratto di lavoro, no, quello no.
Il cuore di Mohamed si è fermato, mentre raccoglieva pomodori, sotto il sole dell’ora di punta, quello delle 13.
Così come è accaduto a Ahmed El Mardi: è morto per un malore mentre lavorava in un podere a Borgo Tressanti, nelle campagne di Cerignola, nell’agosto del 2013.
Ed ancora Radu Gheorche, rumeno di 35 anni, nell’estate del 2008 muore nei campi e viene lasciato sul ciglio della strada. Nella stessa estate c’è anche Vijay Kumar, l’indiano clandestino lasciato morire nei campi di Viadana (in provincia di Mantova).
Yeroslav, invece, aveva 44 anni, veniva dall’Ucraina, ed è uno dei tanti “invisibili” di Rosarno. Qualche giornata di lavoro, un riparo dove capitava. Si sarebbe sentito male nel tardo pomeriggio mentre lavorava (in nero) in un campo. Ma poi è stato portato in una strada del paese, forse per evitare di coinvolgere chi lo aveva assunto irregolarmente. Inutile la corsa all’ospedale di Polistena.
Storie che si ripetono, cambiano i dettagli: se era regolare o se era privo di permesso di soggiorno. Ma che vogliamo ricordare per rompere il muro dell’invisibilità. Per ridare loro la dignità. Per questo partiamo dal ricordare i loro nomi e non le loro nazionalità. Sono persone, morte, non “sul lavoro” ma “in schiavitù”.
RICORDARE PER RESTITUIRE LA DIGNITA’
E’ importante ricordare. E’ importante capire. E’ importante costruire una memoria collettiva per guardare con attenzione a cosa sta accadendo.
Dunque, dopo le morti, è importante ascoltare le altre vittime, gli altri braccianti, e restituirgli dignità, attraverso il loro racconto, la loro testimonianza. Occorre una presa di coscienza collettiva perchè solo l’impegno della magistratura non può bastare.
IL RAPPORTO FILIERA SPORCA
Occorre cambiare le “regole del gioco” ed allora ecco che il lavoro preciso e puntuale che hanno fatto le associazioni “daSud”, “Terra! Onlus”, “Terrelibere.org” con il Rapporto FilieraSporca, presentato alla Camera, è un buon punto di partenza.
FilieraSporca è il rapporto che fa luce sulle condizioni di sfruttamento dei braccianti nelle campagne di Sicilia e Calabria. Attraverso interviste sul campo, dati e confronto con gli operatori del settore si ricostruisce un modello produttivo gestito dai grandi commercianti locali in cui si inseriscono gli interessi dei caporali e della criminalità organizzata.
L’obiettivo è quello di risalire l’intera filiera delle arance raccolte in Sicilia e in Calabria, dal campo allo scaffale, per individuare i veri invisibili dello sfruttamento del lavoro in agricoltura. Un percorso gestito e diretto dai grandi commercianti locali che organizzano le squadre di raccolta, prendono accordi con le aziende di trasporto e con le multinazionali. Ed è proprio in questi passaggi che si inseriscono gli interessi dei caporali e della criminalità organizzata. Antonello Mangano, che ha curato l’indagine, spiega: “Il cuore della filiera è un ceto di intermediari che accumula ricchezza. Impoverisce i piccoli produttori e acquista i loro terreni. Causa la povertà dei migranti e nega un’accoglienza dignitosa”.
Tutta l’Europa mediterranea produce in condizioni di grave sfruttamento i prodotti ortofrutticoli destinati in gran parte ai mercati del Nord. Il modello si sta estendendo e non risparmia regioni un tempo immuni come ad esempio il Piemonte. Nella filiera delle arance convivono il bracciante agricolo sfruttato e la multinazionale, la grande distribuzione e la criminalità organizzata. Dal ghetto di Rignano (Foggia), alla baraccopoli-tendopoli di Rosarno (Reggio Calabria), fino all’area di Saluzzo (Cuneo), lo sfruttamento ha le stesse caratteristiche: un uso intensivo di manodopera migrante altamente ricattabile; situazioni abitative al di sotto degli standard minimi della dignità umana;  bassi guadagni a fronte di molte ore di lavoro; una  “cultura imprenditoriale” basata sull’illegalità e sulla presenza mafiosa; manodopera organizzata in squadre e capisquadra, con conseguente ricorso al caporalato. I braccianti spesso non vengono pagati, sono minacciati, subiscono aggressioni fisiche e stupri: sono ridotti in schiavitù.
SOLUZIONI POSSIBILI. Un chilo di arance costa 0,65 centesimi al mercato di Catania; 1,33 al supermercato nel centro; a Roma, il prezzo arriva a 2,10 euro. Puntare sulla trasparenza, dare il giusto a chi lavora eliminando gli intermediari inutili che sfruttano la manodopera, permetterebbe di abbassare il prezzo finale.
“Nell’anno di #Expo2015, attraverso #FilieraSporca chiediamo un impegno alle imprese e alle istituzioni attraverso la responsabilità solidale delle aziende, che devono rispondere per quanto avviene anche nei livelli inferiori della filiera – dichiara Fabio Ciconte di Terra!Onlus -, e soprattutto chiediamo una normativa sull’etichetta trasparente e l’elenco pubblico dei fornitori, perché informazioni trasparenti permettono ai consumatori di scegliere prodotti liberi da sfruttamento. Vogliamo incontrare il Ministro Martina per poter discutere le nostre proposte e, a partire da oggi, avvieremo una campagna pubblica in cui coinvolgere associazioni e singoli cittadini per una filiera trasparente”.
Lorenzo Misuraca della associazione “daSud” afferma: “Con questa campagna ci poniamo l’obiettivo di illuminare le zone d’ombra della filiera in modo che per le aziende e per la politica diventi più conveniente avviare percorsi virtuosi che chiudere gli occhi sulla schiavitù nelle campagne italiane”.

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Paola Suraci
Giornalista indipendente. Mi occupo di Sud, di terre dove l'emarginazione ha diverse facce. Racconto storie di uomini e donne che lottano per non arrendersi, per cambiare, racconto un altro Sud che spesso non ha voce. Guardo al Mediterraneo e ai fenomeni migratori auspicando la mescolanza di culture.