Immigrazione / Chi è l’Altro? Perchè abbiamo paura dello straniero

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paura dello straniero

Legalità e immigrazione sono sempre più spesso messe in correlazione e nell’immaginario collettivo, complice anche una cattiva informazione (vedi rapporto Carta di Roma), la sicurezza è a rischio. Facile il passaggio poi al “Decreto Sicurezza” e alla propaganda politica.

Occorre allora capire quanto sta accadendo in Italia e sulle sponde del Mediterraneo e capire chi è il migrante, chi è lo straniero, chi è – per meglio dire – l’altro?

Se non partiamo da qui sarà difficile poi ritrovarci sul resto.

L’altro è il mio simile, è il TU, che si tratta di scoprire e di scoprire come contemporaneamente uguale a me e diverso, nel corso di un processo di cui non è sicuro l’esito ma che dovrebbe portare, per un’armoniosa esperienza dell’intersoggettività, al riconoscimento della sua autonomia, uguale dignità, ma anche della sua diversità.

Per poter rispettare l’altro occorre impegnarsi nella difficile impresa di capirlo, e di mettersi in grado di cambiare la propria prospettiva per adottare la sua. E’ un processo di maturazione lungo e difficile. Solo, dunque, nel dialogo si può crescere e creare una società aperta. Per riprendere le parole del filosofo austriaco Buber “l’uomo può vivere senza dialogo, ma chi non ha mai incontrato un Tu non è pienamente un essere umano. Tuttavia, chi si addentra nell’universo del dialogo assume un rischio considerevole dal momento che la relazione Io-Tu esige un’apertura totale dell’Io, esponendosi quindi anche al rischio del rifiuto e al rigetto totale”.

Ogni nuovo incontro è di per sé “traumatico” perché ci obbliga a confrontarci con ciò che non conosciamo ed incarna una minaccia alle nostre sicurezze e consuetudini. Straniero , cioè l’Altro per antonomasia, mette in discussione i fondamenti della nostra identità.

Concetti come “malattia”, “salute”, “giusto” o “ingiusto”, sono nozioni culturalmente costruite e condivise ed è proprio questo tacito consenso sul significato delle cose che costituisce il senso implicito del “Noi” cui sentiamo di appartenere e che ci differenzia dallo Straniero. Il rischio di dare per scontato che il nostro sapere e il nostro sentire siano universalmente condivisi è, tuttavia, molto grande e, nell’incontro con l’Altro, tale certezza viene spesso messa in crisi.

Esplorare l’universo dei significati dello Straniero significa, infatti, mettere in discussione il proprio e, talvolta, l’incontro diviene vero e proprio scontro per l’impossibilità di conciliare le diverse visioni. Se pensiamo, ad esempio, a pratiche quali l’adozione di divieti alimentari, l’uso del velo integrale o a quelle ancora più estreme come l’infibulazione risulta evidente quanto lo Straniero sia portatore di modelli morali, estetici e di pensiero, in netto conflitto con i nostri e pertanto difficilmente accettabili.

Georg Simmel [1858-1918] parla dello straniero, nel saggio Exkursus ber den Fremden (Escursus sullo straniero) del 1908. Il fuoco dell’approccio di Simmel è costituito dalle relazioni sociali, che si instaurano tra chi già̀ appartiene alla cerchia sociale e chi arriva. 

Se il viandante è colui “che oggi viene e domani va”, lo straniero si presenta come la forma sociologica “che oggi viene e domani rimane”. Il migrante, quindi, caratterizzato da lontananza e vicinanza, appartiene ed è vicino alla cerchia sociale di arrivo, ma allo stesso tempo vive la duplicità̀ dell’appartenenza sociale con la propria cerchia originaria, restando così parzialmente lontano. Ciò comporta, secondo il filosofo Simmel, il carattere di oggettività dello straniero, nella sua particolare modalità̀ di partecipazione definibile come libertà. Infatti «l’oggettività può essere definita anche come libertà: l’uomo oggettivo non è vincolato da fissazioni di alcun genere che possano pregiudicare la sua ricezione, la sua comprensione, la sua ponderazione del dato». 

Inoltre, i membri della cerchia d’arrivo percepiscono chi arriva come un tipo di straniero, non come individuo dotato di precisi tratti personali, costruendo così uno stereotipo. Infine la duplicità e l’ambiguità dello straniero, per la compresenza di vicinanza e lontananza, appartenenza e non-appartenenza, producono e alimentano, nel rapporto con chi straniero non è, una particolare tensione. 

La soluzione non è facile né tanto meno a portata di mano. Di certo non risiede nel rifiuto acritico dell’incontro, né nella supremazia del modello culturale ritenuto “giusto” su quello “sbagliato”. Attraverso questi “segni”, infatti, lo Straniero intrattiene un rapporto di appartenenza con le proprie origini attorno alle quali ciascun essere umano struttura il proprio senso di “identità” e di cui non può essere violentemente privato.

In quest’epoca così densa di “passaggi”, di confini superati e ridisegnati, è necessario affrontare la questione della pretesa centralità culturale del mondo Occidentale attraverso un vero dialogo tra culture. E’ necessario pertanto trovare “insieme” una modalità di confronto che trascenda quella abitualmente utilizzata.

1 commento

  1. Paola, come tu scrivi, è un processo di maturazione lungo e difficile e che è senz’altro da avviare soprattutto in questo momento storico in cui imperano le semplificazioni immediate.

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