Hanna e Irina tra verbi irregolari e l’Europa dei sogni

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Hanna e Irina tra verbi irregolari e l'Europa dei sogni

Hana e Irina vivono in due case con quattro stanze, nella periferia nord di Roma. Sono belle, di una bellezza discreta e pulita e vogliono imparare l’italiano, che è “una trappola”. Arrivano a lezione ogni martedì con i loro quaderni carichi di speranze e sogni, dove appuntano parole e mischiano verbi, pronomi, aggettivi di una lingua che non è la loro, ma che vorrebbero conoscere per non sentirsi più in trappola, dentro un paese diverso da quello nel quale sono nate.

Hana è arrivata in Italia sette anni fa, con la famiglia, con la quale vive ancora adesso. In Romania ha lasciato una scuola per stilista e, forse, l’odore di casa propria.
Irina, iscritta in lettere, a “causa di una congiuntura economica negativa”, ha preso la decisione di lasciare la Romania e di raggiungere lo zio in Italia solo due anni fa, adesso vive con il suo ragazzo e sogna di lavorare come commessa. “Non sono di natura molto ottimista, ma devo andare avanti”, scrive Irina in un compito per casa.
Ecco l’Europa dei sogni. Due giovani donne, poco più che ventenni, intelligenti, con grande voglia di imparare, con un livello culturale medio alto, costrette ad “andare avanti”. Eppure, con il tempo, negli anni vissuti in Italia, hanno imparato a ridimensionare i propri obbiettivi, sognando, semplicemente, un lavoro come commessa e come estetista. Intanto, studiano, imparano con avidità, senza tralasciare nessun input, nessuna parola nuova, cercando, con la volontà che nasce dalla ricerca, ogni termine con la doppia, ogni verbo irregolare o aggettivo difettivo. Inseguendo, in quella piccola sezione di partito, dove si fa volontariato e si impara, senza pagare, il loro riscatto, la loro strada, per riuscire a far altro che pulire le loro case con quattro stanze. Hana ed Irina continuano a dare del lei, in una Roma in cui “chiunque tu sia stato danno del tu”: delicatezze d’altri tempi e precisione mitteleuropea. Ma non sentono nostalgia.
In questa Europa in cui non si accoglie e non ci si radica, queste ragazze inseguono il solo bello che l’Italia, oggi, è in grado di offrire: quello effimero della bellezza e della moda. Potrebbero ambire a qualcos’altro, in fondo, conoscono tre lingue, studiano per perfezionare l’italiano, leggono libri in inglese, avrebbero le capacità per sognare di fare le segretarie, le referenti per qualche associazione rumena, insomma, lavori da “italiani”; in effetti, hanno una certa innata eleganza nei modi, sanno parlare, vivono nella capitale del bel paese e studiano per riuscire, anche, a scrivere in italiano. Eppure non riescono a volare troppo in alto. Sono i tempi in cui gli aneliti corrispondono alla sopravvivenza, in cui i giovani non sanno andare oltre le sufficienti aspettative di vita, in cui la persona impiega i suoi anni migliori per riuscire ad imparare a rimanere a galla, con dignità. Che è già un obbiettivo. Soprattutto, se questo avviene in un luogo che non è casa propria, in cui un rumeno è uno “straniero”, dunque, un “estraneo”, nella capitale, del razzismo come forma di sopravvivenza, in cui italiani e stranieri vivono la medesima alienazione. Che è l’alienazione della propria persona, delle proprie personali aspirazioni: ci si accontenta tutti, senza che mai nessuno sfiori il concetto di felicità. Nella Roma della “grande bellezza”, svuotata, ormai, di ogni colore e di ogni vera estasi, nella Roma dei vizi capitali e delle pubbliche virtù, Hana e Irina, con i loro libri sotto braccio e il loro fascino inconsapevole, rimangono icone sbiadite di un’Europa svuotata di ogni tensione ideale.