Goran Bregovic e la Wedding and Funeral Band, musicisti naviganti sulle frontiere dell’anima

Anna Foti

0
467
Foto di Antonio Sollazzo

La musica e la sua forza evocativa, il suo talento innato che cucire distanze siderali in una trama di sonorità, accordi e voci tanto peculiari quanto universali, in una narrazione in note capace di unire i popoli in un afflato di pura poetica del dialogo e della pace e della condivisione. Così la musica è prezioso scrigno di tesori senza tempo, in cui si custodiscono e si miscelano sentimenti ed emozioni, storie e tradizioni, fedi religiose e preghiere. Questo scrigno si è schiuso dinnanzi alla gremita platea del teatro Francesco Cilea di Reggio Calabria in occasione del concerto del compositore e musicista bosniaco, Goran Bregovic, e della Wedding and Funeral Band, la straordinaria orchestra composta da diciotto musicisti che lo sta accompagnando nella sua ultima produzione musicale. “Three letters from Sarajevo” è il titolo di questo spettacolo, particolarmente caro al musicista, proposto al pubblico sempre in una chiave rinnovata ed originale. Dopo la tappa al Teatro degli Arcimboldi di Milano, esso è approdato, con un grande successo di pubblico, sulla riva calabrese dello Stretto nell’ambito della rassegna intitolata Le Maschere e i Volti, organizzata dalla Polis Cultura, con la direzione artistica di Lillo Chilà, nella cornice del teatro Francesco Cilea di Reggio Calabria.
La musica ha iniziato a risuonare tra il pubblico per poi approdare al palcoscenico dove ai due trombettisti si sono uniti anche gli altri musicisti e lui, Goran Bregovic, con il suo candito vestito bianco e la sua peculiare ironia, sintetizzatore di note e culture musicali come anche delle verità sempre contrastanti e sorprendenti della vita.
Accompagnato da Muharem Redžepi (Goc Grancassa tradizionale e voce), Bokan Stankovic (prima Tromba), Dragic Velickovic (seconda Tromba), Stojan Dimov (Sax, Clarinet), Aleksandar Rajkovic (primo Trombone), Glockenspiel Milos Mihajlovic (secondo Trombone), e dal quartetto d’archi composto da Ivana Matejic, Bojana Jovanovic Jotic, Sasa Mirkovic, Tatjana Jovanovic Mirkovic, Goran Bregovic ha intessuto una trama musicale arricchita dal calore delle voci bulgare di Ludmila Radkova Trajkova e Daniela Radkova -Aleksandrova, e dai colori dei loro abiti, e dal sestetto maschile composto dai tenori Dejan Pesic, Ranko Jovic, Milan Panic, dal baritono Aleksandar Novakovic e dai bassi Dusan Ljubinkovic e Sinisa Dutina.

Sonorità zingare, che raminghe girovagano tra i ritmi e le culture dei Balcani, si mischiano al pop-rock, alla musica classica, alle litanie bizantine e al folk dell’Europa Orientale, generi con la prerogativa di tramandare il sentire popolare e di arricchire il patrimonio di un’epoca.
Ritmi intarsiati esaltano la lingua balcanica, dura e tenera al contempo, dunque musicale per eccellenza. Un sapiente e armonioso melting pot di stili e generi, dal rock melodico con struggenti malinconie e peculiari esuberanze al rock popolare con toni accesi e vivaci, capace di ritmo e di grande forza emotiva in un’altalena che con leggerezza oscilla tra il lirico e l’ironico.
“Un giorno, una giornalista della CNN mi raccontò di un’intervista ad un anziano ebreo che ogni giorno, da sessant’anni, si recava dinnanzi al Muro del pianto di Gerusalemme per parlare con Dio. Lei gli chiese che cosa Gli dicesse e lui rispose che chiedeva che le guerre tra popoli si fermassero, risparmiando almeno i bambini affinché almeno loro avessero un futuro di pace. Vista la storia di tutti i giorni, ad un tratto lui affermò di avere tuttavia l’impressione di parlare con il muro”. Da questa consapevolezza che fa drammaticamente sorridere, tuttavia ne nasce un’altra non meno importante. “Da questa piccola storia dobbiamo imparare che Dio, nel tempo della Creazione dell’Uomo, non ha previsto di insegnare a noi come vivere insieme e che, dunque, noi dobbiamo imparare da soli a farlo”. La musica e il concerto Three letters from Sarajevo rappresentano il contributo di Goran Bregovic a questa indifferibile causa.
Con questo aneddoto, pregno della sua inconfondibile amara ironia, il musicista bosniaco introduce al pubblico le tre lettere, quella Cristiana, quella Musulmana e quella Ebraica, cuore pulsante di un concerto-narrazione che ha fuso magistralmente stili e tradizioni, attingendo dal lavoro più recente dal titolo Champagne for Gypsies e dal repertorio popolare con Artiglieria, Kalashnikov, fino all’omaggio all’Italia ed alla epica pagina della storia della Resistenza con Bella Ciao, brano divenuto simbolo del movimento Partigiano italiano, ad oggi universalmente riconosciuto come canto di ribellione contro il nazi-fascismo e ogni altra forma di dittatura.
Come fosse un viaggio, il pubblico è stato condotto lungo i confini della storia e le frontiere dell’anima con brani che hanno alternato ritmi vivaci e coinvolgenti e sonorità solenni e maestose. L’ascolto e la danza, la preghiera e il ritmo delle melodie: così la musica ha assolto al suo talento di contaminare, coinvolgere, legare, unire tutti in un desiderio di pace e coesistenza pacifica.
Dal violino, alla chitarra fino al basso, un percorso di formazione musicale che oggi conta prestigiose colonne sonore tra cui quella dei film Il tempo dei gitani, di Arizone Dream, Train de Vie fino a I giorni dell’abbandono di Roberto Faenza, in cui è anche attore, Goran Bregovic, con circa venti tasselli nella sua ampia discografia dal 1976, riassume in sé il genio dell’autodidatta e la passione per un suono frutto di sublimazioni di materiali. Come fossero schegge di tradizioni, con fiati, ottoni e voci reinventa tutto lo scibile musicale, incidendolo selvaggiamente e intonandolo teneramente, riuscendo a raccontare anche la guerra con disarmante e tragica ironia.
Three Letters from Sarajevo è un titolo pregnante che racchiude la lunga storia, straordinaria e tormentata dalla sua città natale, Sarajevo, capitale della Bosnia Erzegovina, crogiuolo di etnie e culture – serba croata e bosniaca, ortodossa, cristiana, musulmana ed ebraica – presa d’assalto in un passato drammaticamente recente dall’alto delle sue stesse colline, tra il 1991 e il 1995. Unisce la storia al richiamo all’esperienza epistolare che invoca la profondità della scrittura e l’attesa di chi legge, un afflato senza tempo che sfida l’avvento della modernità per restituire intimità al canto di umanità custodito in ogni preghiera, qualunque sia la Fede che la insegni e la ispiri. Un messaggio sempre dirompente che, non solo idealmente, parte da una città divenuta simbolo delle ferite profonde che una guerra lascia e di quell’insopprimibile desiderio di rinascita che ne consegue.
Teatro di guerre e violenze atroci barricate, di bombardamenti di una cruenta pulizia etnica, Sarajevo è stata luogo del più lungo assedio nella storia bellica della fine del XX secolo (dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996) e di una guerra che sarebbe passata alla storia come la più sanguinosa in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Laddove quest’odio e questa violenza hanno insanguinato la convivenza tra i popoli della ormai ex Jugoslavia, contrapponendo gruppi etnici, carnefici e vittime gli degli altri con migliaia di vittime, in un conflitto avvelenato da nazionalismi degenerati, nasce il desiderio di pace contenuto in queste lettere che Goran Bregovic invia al mondo. In esse è custodita anche la contaminazione di cui traccia esiste nel suo patrimonio genetico e nella sua storia familiare: lui, che dice di sentirsi un pò gitano, è marito di una donna musulmana e figlio di padre cattolico e di madre ortodossa.
Come la poesia e i versi dello scrittore bosniaco Izet Sarajlic, più volte in passato declamati al cinema-teatro Kino Bosna di Sarajevo, in occasione delle incontri internazionali di Poesia promossi circa un decennio fa dalla Casa della Poesia di Baronissi (Salerno) in collaborazione con l’Ambasciata Italiana a Sarajevo, anche la musica ricuce gli strappi di un passato dilaniato dai conflitti etnici, in una terra bombardata, assediata, insanguinata che solo un decennio prima, nel 1984, aveva ospitato le Olimpiadi invernali e che agli inizi degli anni Novanta aveva visto morire decine di migliaia di vittime e crollare oltre trenta mila edifici, tra cui anche la Biblioteca (nella notte tra il 25 e il 26 agosto del 1992) bombardata dai serbi che fecero ardere tra le fiamme 2000 volumi di storia e cultura.
«S’alzano i roghi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe» così il Consorzio Suonatori Indipendenti rievocò la distruzione della Vijecnica nella celebre canzone Cupe Vampe, tratta dall’album Linea Gotica nel 1996.
Tutto questo dopo il massacro di Srebrenica, zona “protetta dall’Onu” nel territorio bosniaco in cui le milizie serbe massacrarono comunque, nel luglio del 1995, otto mila bosniaci musulmani, oggi ricordati e pianti dalle loro madri.
Goran Bregovic e i suoi musicisti, privilegiati migranti dell’anima insegnano a noi tutti a navigare tra le onde di una storia molto spesso terribile, dove tuttavia la speranza sempre rifiorisce con le sembianze dell’accoglienza, della pace e di quell’Amore universale che rende solo ogni Fede che sia autentica, una occasione di incontro pacifico, unico e irripetibile.