Cinema/ Manuel, il cuore tenero di un giovane guerriero in viaggio verso la Vita e la Libertà

Anna Foti

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Tutto il mondo sulle spalle e non tutta la vita davanti, come invece avrebbe dovuto essere per un ragazzo di neppure 19 anni. Uno straordinario Andrea Lattanzi, interpreta il suo primo ruolo da protagonista nel film Manuel di Dario Albertini, un’opera prima girata tra Civitavecchia, Tarquinia e in qualche scena pure a Montalto, che ha chiuso il ciclo di proiezioni e conversazioni dal titolo “Com’è profondo il mare”, promosso al cinema Metropolitano di Reggio Calabria dal circolo del cinema Charlie Chaplin in collaborazione con l’associazione Area Democratica per la Giustizia.
Un film intriso di realtà al punto da scrivere sullo schermo il racconto autentico dell’esistenza di un giovane, cresciuto in una casa famiglia, che al momento di uscire lascia dietro di sé le regole di una convivenza con altri ragazzi in difficoltà, in una struttura deputata a proteggere dal mondo, per affrontare la complessità della società, in cui le regole spesso fluttuano e in cui ad attendere Manuel c’è una casa vuota. Con un padre assente da sempre, nella vita del personaggio come nel film, e con una madre in carcere da anni, la casa di Manuel, distante anni luce dall’essere un focolare, è tutta da ripulire e da ricostruire, iniziando dalle fondamenta. Una metafora della sua “libertà improvvisa”, tutta da riempire di senso e contenuti.
“Un film poetico e duro al contempo, pregno di una realtà che testimonia la condizione delicata in cui si trovano i ragazzi che, dopo la permanenza in una casa di accoglienza fino alla maggiore età, si trovano a doversi orientare ‘da soli’ nel mondo. La storia di Manuel è segnata, per altro, da un’inversione degli equilibri familiari naturali, con un padre inesistente ed una madre fragile di cui assumersi la responsabilità”, ha commentato Giuseppina Latella, procuratore presso il tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria.
Quella maggiore età, per Manuel, non può, come dovrebbe, costituire il viatico per una nuova vita, che inizia solo ad assaporare grazie all’incontro con Francesca, interpretata da Giulia Elettra Gorietti, volontaria con il sogno di fare attrice; lei lo incanta con un appassionante passo del celebre film del 1959, I Quattrocento colpi di Francois Truffaut. Un viaggio fugace ma intenso dal quale Manuel torna subito, assorbito totalmente dal dovere che, anche se coincide con l’amore verso la madre e quella famiglia che evidentemente desidera, non lo salva dalla paura, dal tormento e dall’angoscia.
All’assistente sociale che lo incontra, spiega chiaramente di non sentirsi un’occasione per sua madre ma di essere suo figlio, e questo “è per sempre”, dice con la semplicità disarmante di chi, responsabilmente, non ha il coraggio di voltare le spalle al genitore. Questo è solo il primo passo verso l’assunzione – lui che non è mai stato figlio pur avendo capito profondamente cosa significhi – della piena, e pur sempre innaturale a quell’età, responsabilità di una madre provata dalla detenzione carceraria. La sua è una gioventù che scende prematuramente a patti con un senso, a tratti anche schiacciante, di quella stessa responsabilità.
In mezzo a questo cammino altri incontri pure con persone del suo passato, pronte a prospettargli un futuro che Manuel ha, invece, già occupato. La sua giovinezza è plasmata da un dovere a tratti salvifico, a tratti opprimente.
La maggiore età spalanca a Manuel le porte di una vita di periferia, con un futuro da scrivere partendo da un sacrificante lavoro notturno in un forno; essa è innanzitutto è la condizione che lascia prospettare una possibilità di arresti domiciliari per la madre Veronica, interpretata da Francesca Antonelli, afflitta da una vita in carcere che la sta visibilmente consumando. Dinnanzi all’inesorabile disfacimento emotivo e fisico della madre, Manuel ha subito le idee chiare su ciò che sia giusto fare. Le conseguenze non contano, la scelta è compiuta. La solitudine che si prospetta non lo preoccupa. Non può essere solo un diciottenne, deve essere già uomo. Manuel non si sottrae. Non ha esitazioni. Ma questo ha anche un prezzo: occhi sgranati in piena notte, sensazioni di un corpo che sprofonda nell’acqua, attacchi di panico e infine la crisi di pianto che disintegra in pochi istanti la rigida corazza, mostrando un tenero guerriero con tutta la sua dolce inquietudine. Manuel è, umanamente, anche tutto questo.
Un finale intenso lascia aperta la storia di questo giovane cresciuto in fretta. Egli guarda dritto dentro ciascuno di noi, ci interroga, scuotendoci sui grandi temi dell’esistenza per affrontare i quali la paura è il solo viatico per imparare a scegliere il coraggio o, forse sarebbe meglio dire, per tornare, finalmente, a riconoscere la cosa giusta da fare come la più naturale, anche se difficile.
La Repubblica dei Ragazzi, struttura di ispirazione religiosa nata a Civitavecchia nel 1945 per accogliere ragazzi in difficoltà, insistente su un terreno di quasi 50 ettari, è il luogo in cui il regista romano Dario Albertini, autore anche di un documentario dedicato ad essa, ha trascorso un periodo per sperimentare la vita di comunità e quindi scrivere, con Simone Ranucci, la sceneggiatura del film. A dire dello stesso regista, presente alla proiezione reggina al cinema Metropolitano, “ il film si è scritto anche da solo al momento di girarlo. Tante scene non erano in scrittura e sono state poi interpretate e realizzate perché la storia sviluppatasi davanti alle macchine da presa lo ha richiesto”. Un film che, dopo la presentazione alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ha conquistato i critici intransigenti dei Cahiers du Cinéma e la stampa francese come Le Figaro e L’Humanité, “Manuel”. Nel cast anche Raffaella Rea, Alessandro Di Carlo e Renato Scarpa.
Prodotto da BiBi Film di Angelo e Matilde Barbagallo e Timvision Production, distribuito in Italia da Tucker film nel 2017, il primo lungometraggio del regista-documentarista Dario Albertini ha, tuttavia, riscosso il successo più importante in Francia dove in pochi mesi ha riempito centinaia di sale cinematografiche e appassionato il pubblico. In Francia Manuel è stato definito “Il gigante buono”.
“Tenevamo molto a sollecitare con questa rassegna, scandita da film e dibattiti, l’approfondimento di tematiche delicate, legate a storie di migranti e di minori cresciuti troppo in fretta. La tendenza ormai diffusa a semplificare questioni che invece sono complesse, non favorisce la loro comprensione ed un confronto costruttivo. Si impone una riflessione comune alla quale abbiamo voluto offrire il nostro contributo”, ha concluso Claudio Scarpelli, presidente del circolo del cinema Charlie Chaplin di Reggio Calabria.