Andata e ritorno

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Era un ritorno come tanti, una piacevole routine incentrata sullo stesso volo low cost, da prendere negli stessi giorni, da qualche anno da questa parte. Bastava organizzarsi per tempo e prepararsi alla gioia di un’imprevedibile ripetizione. Raccogliere i regali accumulati durante l’anno in un sacchetto capiente, appoggiato vicino all’armadio. Prevedere che tempo farà lì, a casa, quanto caldo o quanto freddo. La sera prima della partenza svuotare e scongelare il piccolo frigo, incastrato sotto il forno del cucinino, organizzando una cenetta strampalata con gli avanzi, mentre sul letto vengono stesi i doni e i vestiti, da accarezzare prima di schiacciarli impietosamente per fare stare tutto in una valigia.
Uscire da casa prima del tramonto, aspettare il bus o avviarsi a piedi verso la stazione. Prendere il treno. Arrivare in una città di cui non si conosce altro che la stazione e quel poco che concede la navetta mentre corre all’aeroporto, quello stanzone di una volta, grande e spoglio, con arrivi e partenze tutte insieme e un baretto scarso come massima attrattiva. Per questo è stato scelto dalle compagnie low cost che decollavano e scomparivano, facendo nel frattempo ingrassare l’aeroporto fino a trasformarlo in un gigantesco rustico infettato di modernità, con un ampio tetto spiovente che permetteva ai bus di scaricare la gente di fronte alle ampie vetrate. Ci venivano volenti o nolenti quelli che hanno il cuore frantumato, costretti a viaggiare per non passare le feste da soli, tutti quelli che pensano il proprio anno non in stagioni ma in mesi trascorsi dopo il rientro e prima della nuova partenza, tutti quelli che guadagnano ormai abbastanza per non prendere più il pulmino o il traghetto, mezzi di tortura che rallentano il ritorno, rubando le giornate al lavoro.
Quel dicembre l’orario dei voli rifletteva bene la mappa del mondo diseredato: Bratislava, Cluj, Leopoli, Kiev, Marrakech, Mombasa, Pristina, Skopje, Tirana, Varsavia, Zagabria… Flussi di folle variegate, riunite da una festosa agitazione di chi attende, fiducioso, un imbarco indolore e un rapidissimo arrivo alla destinazione.
A dir il vero loro due si erano incrociati anche prima: avevano preso lo stesso pullman, ma lei era fra i primi a scendere e lui invece aveva preferito evitare la ressa ed era sceso per ultimo, anche per finire di leggere le ultime pagine del libro. Lei poi è corsa in bagno e lui c’ha messo un bel po’ di tempo per orientarsi e trovare la zona giusta. Fatto sta che erano arrivati all’imbarco nello stesso istante e si erano guardati per la prima volta.
Hanno visto qualcosa che non credevano di poter vedere. Lei aveva da poco dato l’esame di storia dell’arte antica, e si era appassionata ai ritratti di Fayoum. Qui ne vedeva uno dal vivo: enormi occhi neri, profilo deciso, pelle delicatamente ambrata, riccioli crespi che, lasciati crescere, cadrebbero sulla fronte, proprio come quelli del giovane uomo con la corona di alloro. E poi le labbra, che anche così, alla luce fiocca di un aeroporto, apparivano calde e piene come un frutto nascosto fra il fogliame, che chiede di essere toccato e colto.
Lui aveva scoperto di recente i romanzi di Nabokov. Da persona sistematica aveva iniziato a leggere partendo dal primo, “Maria” e, con lo scrupolo che gli era proprio, aveva voluto conoscere il titolo originale, morbido e carezzevole: Mašen’ka. La vita degli esuli, l’attesa di una donna misteriosa, – tutto questo accendeva la sua immaginazione. Se la raffigurava minuta, folti capelli castani neri alla maniera degli anni Venti, corti e dritti, pelle chiara provata dalla sofferenza, occhi azzurri pieni di sfida e di melanconia. Ed eccola lì, in fondo della coda per Kiev, resa ancora più pallida dalle luci artificiali, con un cappotto grigio dalle maniche troppo corte, zaino appoggiato per terra e una borsa di pelle a tracolla.
Erano due persone educate, l’abitudine di abbassare lo sguardo si era rafforzata, in un mondo a cui entrambi anelavano di appartenere, dopo tanti sguardi respinti e derisi. Ma l’aeroporto è terra di nessuno, dove tutti hanno la stessa voglia di andare avanti senza badare ai dettagli. Tanto, fra poco saremo tutti altrove. Per questo hanno iniziato a fissare una all’altro, prima di sfuggita, poi sempre più apertamente, aggiornandosi a diverse altezze man mano che l’imbarco procedeva. Si perdevano e si rimproveravano.
Lui si diceva: “Altro che eroina di un romanzo! Intanto, non è russa, e delle ucraine non c’è da fidarsi. L’ha detto anche l’imam la settimana scorsa, ci ha raccontato di quel poverino che c’ha fatto un figlio e poi lei l’ha mollato. Una badante non sembra, è troppo mingherlina, quelle sono tutte donne robuste coi capelli ossigenati e i denti d’oro. Forse è la figlia di una badante, ormai se lavorano da tempo si sono sistemate e possono portare qui i figli. È vestita con un certo stile, ma deve essere per finta. Si darà delle arie per farsi bella con le sue amichette che vivono fra le nevi in un paese grigio. Beh, non posso avere nulla a che fare con quella gente lì. Ho il sangue reale nelle vene!” Poi si era distratto per un attimo a pensare a sua madre che non avrebbe mai fatto una cosa simile: lasciare i figli da soli per andare via in cerca di fortuna. A dir il vero, lei non voleva nemmeno che i figli partissero. In ogni ritorno, in mezzo alla gioia del ritrovarsi, c’era anche un goccio di veleno, che si addensava sempre di più mentre la rimpatriata volgeva a termine. Alla fine erano lacrime e rimproveri, che suscitavano sensi di colpa, leniti solo dal sogno di tornare in patria gloriosamente laureato in una delle università più antiche del mondo. “Ma guarda che la più antica in assoluto ce l’abbiamo noi qui!” – ribatteva la mamma. – “Non capisco, se hai già tutto, l’impresa di famiglia per lavorare, cantieri da portare avanti, perché mi tormenti? Perché insisti a vivere lì al freddo, mangiando pasta ogni giorno, per di più cucinandola da solo?”
Lei si diceva: “Svegliati, svegliati! Guarda altrove! Cosa c’entra Fayoum? Quelli erano egiziani, gente civilizzata, e questo è un semplice marocchino! Un marocchino non saprà nemmeno che cosa erano quei ritratti, per non parlare della tecnica di encausto e dell’influenza ellenica nell’arte egizia! Quelli che ho studiato per tutto il semestre non sono mica gli stessi che vedo in giro ora. Nulla in comune! I marocchini sono poco di buono, si dice, trafficano con l’erba, perdono tempo a pregare, fanno digiuni assurdi, ammazzano le figlie. O erano i pakistani, quelli? Mah, chi lo sa! In ogni caso, c’è poco da guardare. Con questa gente non mi posso immischiare, vengo da una famiglia di laureati di quarta generazione! Con i miei trenta e lode a raffica presi senza nemmeno sudare troppo, non c’ho nulla da spartire con gente che non sa nemmeno da che parte stia il mio paese. Questo ragazzo, certo, è carino, vestito bene. A guardarlo così sembra un professorino con quelle scarpe lucidate. Ovvio, si sarà messo bello per sembrare più europeo quando torna nel suo deserto fra i cammelli. A dir il vero, la mamma diceva sempre che la loro è una civiltà antichissima, ma lei non sa cosa vuole dire vederli litigare sotto il tuo balcone, gridare ubriachi di notte e fare a botte con i ragazzi della vicina caserma. La mamma, beata lei, vive fra le nuvole, non si accorge nemmeno quando arrivo e quando riparto, eppure continuo a tornare…”
Così al momento di check-in non si fissavano più, guardando con finto interesse i propri passaporti, come se vedessero per la prima volta la patina di timbri colorati che disorientavano con la loro asimmetrica ripetitività. Ciascuno per conto proprio verso il controllo di sicurezza. Lei a sinistra, con la fibbia della cintura in mano e il computer premurosamente denudato in braccio. Lui fermo a finire lentamente la bottiglietta d’acqua, l’unico nutrimento della mattina. Dopo il controllo, certo, la prima cosa da fare è ispezionare l’edicola. Così si sono ritrovati faccia a faccia nella smilza sezione internazionale: lui a sfogliare i libri in francese e lei quelli in inglese. Lui cercava un saggio d’attualità per suo padre, lei un nuovo romanzo della saga fantasy preferita di sua madre. Tutti gli altri si accalcavano al duty free per le compere o al bar per un ultimo caffè degno di questo nome. C’erano solo loro due nell’edicola.
E non era più possibile distogliere lo sguardo.
Hanno parlato, e in giro di breve hanno trovato tante di quelle somiglianze, e tanti di quegli argomenti su cui discutere! Poesia antica e moderna, feste vere e false, genitori ingombranti di cui non si può fare a meno, nemmeno vivendo a migliaia di chilometri, gioie e dei dolori di un’università decadente di cui erano sangue fresco e non richiesto. Hanno scoperto di non essere quello che sembravano. Lui non era arabo, ma berbero; lei non era ucraina, ma armena. La gioia e il sollievo di essere figli di due popoli resistenti all’urto, essere diversi dall’ovvio. Scoprire la similitudine nella distanza ha fatto abbassare la guardia, in violazione di ogni abitudine e cautela. Non hanno comprato nulla, in compenso lui le ha prestato il romanzo di Nabokov non ancora finito. Voleva essere gentile, anche a costo di non poter scoprire se la donna tanto attesa sarebbe arrivata o no. Camminavano vicini, senza guardarsi: incrociare di nuovo lo sguardo significherebbe smarrire la cognizione del tempo e sicuramente perdere il volo. Per questo avevano conservato un chiaro ricordo delle maniche dei rispettivi maglioni: grigio con le toppe verdi sui gomiti quello di lui, azzurro con ricami bianchi quello di lei.
Poi era arrivata la chiamata dell’imbarco. Si sono guardati un istante e si sono girati senza dire nulla, correndo in direzioni opposte come se fossero spaventati.
Solo dopo essere saliti a bordo, si erano resi conto di non aver scambiato i numeri di telefono. Conoscevano solo il nome dell’altro. L’unico dato preciso che avevano menzionato, chiacchierando, era il motivo del viaggio, e dunque la sua durata. Lui andava per festeggiare il proprio compleanno che cadeva il 24, e ritornava il giorno dopo per festeggiare il fine anno con i coinquilini; a gennaio poi aveva un esame importante da preparare. Lei invece sarebbe rimasta di più: in una società dove la religione non aveva contato più di tanto per troppi anni, il Capodanno era la festa centrale. Sarebbe tornata il cinque, lo stesso giorno dell’ esame.
C’era un altro fatto di cui rendersi conto. Non bastava nessun cielo azzurro, nessuna pista di atterraggio, nessun abbraccio felice, nessun manicaretto casereccio, nessun regalo, nessun riposo per togliere dalla retina il viso dell’altro, impresso come se fosse un sole abbagliante che non ti lascia nemmeno di notte, provocando una sorta di cecità. L’atro, assente, era come un velo ovattato fra sé e la realtà, un oggetto del desiderio preciso e nello stesso tempo un fantasma distante, da riempire con le proprie fantasie.
Così, come in un inedito racconto di O’Henry, avevano fatto l’unica cosa possibile per ritrovarsi. Lei ha tagliato corto, litigando con tutti e strapagando un biglietto all’ultimo minuto, per rientrate alla vigilia di Natale, fra la nebbia e con il cuore che batteva a mille. Non poteva sapere che il suo sarebbe stato l’ultimo volo accettato quel giorno. L’aereo di lui era atterrato lo stesso giorno ma altrove. Lui aveva passato le feste come previsto, con gli amici, ma non riusciva né è studiare, né a pensare ad altro, aspettando il giorno in cui lei avrebbe dovuto tornare. Non ha potuto concentrarsi, e il giorno dell’esame, invece di andare in facoltà, si era precipitato all’aeroporto.
Certo, si resero conto entrambi che quell’aeroporto non era più disposto a regalare incontri fortunati. Le feste erano finite.
Dopo aver pianto nel suo appartamento vuoto diversi giorni di fila, lei si era fatta coraggio. È andata alla facoltà di lui il giorno dell’esame. Aveva ispezionati uno a uno tutti gli aspiranti ingegneri civili in attesa del giudizio. Individuato un ragazzo biondo dall’aspetto inconfondibilmente russo, l’aveva avvicinato e interrogato, spuntando la promessa di far recapitare il libro all’assente. Il biglietto da visita era infilato fra le ultime pagine. Il biglietto della navetta che prima fungeva da segnalibro se l’era tenuto lei, per ricordo.
Lui… a dir il vero, ha pianto anche lui, snervato dall’attesa, il giorno che era tornato invano a filtrare la folla, cercandola dove l’aveva salutata. Poi, sentendosi ridicolo, è rientrato all’appartamento, si è chiuso nella stanza e si è immerso nei manuali. Al secondo appello ci sarebbe di sicuro andato. Infatti, c’era andato sì, e ha incontrato l’amico russo che gli ha allungato quel volume di Nabokov. Alla vista di quel volume l’amico marocchino, di solito così calmo e posato, si è lanciato a sfogliare il libro e si era precipitato fuori dall’aula.
Ha telefonato. Si sono incontrati in piazza, all’ombra di Dante. Da quel momento, non c’era più giorno, festivo o feriale, che Alina e Rashid non avrebbero vissuto insieme.
 
Marina Sorina

Scritto da Marina Sorina

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Paola Suraci
Giornalista indipendente. Mi occupo di Sud, di terre dove l'emarginazione ha diverse facce. Racconto storie di uomini e donne che lottano per non arrendersi, per cambiare, racconto un altro Sud che spesso non ha voce. Guardo al Mediterraneo e ai fenomeni migratori auspicando la mescolanza di culture.