Amina e il suo coraggio di dire no ad un matrimonio combinato

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Amina e il suo coraggio di dire no ad un matrimonio combinato

Profuma di incenso e mandarino, Amina, occhi scuri, grandi, bellissimi e tristi. E’ quasi l’imbrunire quando sedute sugli scalini di un anfiteatro, in un forte umbertino trasformato in un parco ludico, racconta la sua storia.

Snocciola parole, quasi le sussurra, una dopo l’altra. E’ la sua storia, la storia di una ragazza marocchina che qui chiamiamo Amina per proteggere il suo status di rifugiata, ma potrebbe essere la storia di Fatima, di Touria, di Naima e di tante altre giovani donne costrette a sopportare le tradizioni e le leggi di un paese che guarda al futuro, all’altra sponda del Mediterraneo, ma che ancora è legato profondamente alla sua storia.
Amina si è ribellata alla vita che i suo padre aveva deciso per lei: sposata ad un uomo, senza mai averlo visto, lei 17 anni e lui 36.
Così Amina ha lasciato il Marocco, la sua famiglia, i suoi sei fratelli ed è arrivata in Italia. Qui contava sull’aiuto di una cugina, a Milano, ma quando si sono incontrate ha capito che il suo futuro sarebbe diventato la strada, i clienti e la prostituzione.
“Ho detto no – racconta- senza neanche pensarci un attimo, avevo fatto tanta strada e lasciato la mia famiglia di certo non per finire sulla strada. Così mi sono ritrovata in una città che non conoscevo, in un paese straniero, da sola, senza neanche saper parlare l’italiano. Ho pianto a lungo e sono rimasta alla stazione di Milano, perché non sapevo dove andare e cosa fare”.
“Un giovane egiziano ha capito che ero in difficoltà e mi ha aiutato. Io ero diffidente, avevo paura, ma lui è stato gentile e mi ha offerto ospitalità a casa di alcune sue amiche, ragazze egiziane, che vivevano e lavoravano onestamente a Milano”.
“Così è iniziata la mia rinascita e la mia nuova vita. Poi è arrivato l’amore e con esso una bimba, ma con il mio compagno ci siamo trasferiti in Svizzera, dove è nata la mia piccola, siamo stati otto mesi, vicino Zurigo, ma poi ci hanno espulso e il mio compagno è stato rimandato in Italia e poiché io ancora non avevo la bambina registrata e i documenti non erano in regola, sono stata imprigionata. Due lunghi mesi trascorsi in carcere, poi finalmente anche io sono riuscita a tornare in Italia e qui, grazie anche a tante persone che mi hanno aiutato, sono riuscita ad ottenere lo status di rifugiato. Adesso vivo in questo piccolo paesino, senza il mio uomo, sola con la mia bambina. Cerco di costruirmi un nuovo futuro, sono entrata in uno Sprar. Ho paura, però, perchè se mi trova il marito marocchino, può anche uccidermi, così come potrebbero fare mio padre o i miei fratelli. Io ho disonorato la famiglia, io sono la vergogna!”.
E come lo immagini il tuo futuro?
Gli occhi diventano lucidi, la sua voce ancora più fioca: Nel mio paese si dice: “come un’insalata”, niente si aggiusterà e resterà tutto un caos.