Al di là del finestrino

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Al di là del finestrino

Parigi, 13-09-1987 


-Dalì dalì, Jimmy! Sbrigati, sai che non possiamo assolutamente perderlo! Dobbiamo muoverci! Corri, corri! – lo esortò Marta trascinando la valigia con fatica. 
-Sandalì! Aspetta, porca miseria! – rispose Jimmy in tagalog, paralizzandosi in mezzo alla piazza.


-Il treno, QUEL TRENO – disse a denti stretti – non ci aspetta, quindi fai un respiro profondo e cammina più in fre… Cos’è quella faccia? – gli sbraitò contro, accorgendosi del tremore che aveva assalito il compagno di viaggio. 
-Ho dimenticato il passaporto allo sportello… Io, ehm, devo… Vado… Torno subito! – farfugliò senza fiato e dandole rapidamente le spalle corse via temendo la reazione di lei. 

Furono i venti minuti più lunghi della vita di Marta. Appoggiata a un palo della luce della grande piazza antistante alla Gare de Lyon, fissava l’enorme quadrante dell’orologio più importante della Ville Lumière, giocherellando nervosamente con i grani rossi del rosario che le aveva regalato la madre e pregando che il tempo non passasse troppo in fretta prima del ritorno di Jimmy. Paura, rabbia, nervosismo, eccitazione, speranza, trepidazione. Quel vortice crescente di emozioni le strozzava il fiato in gola e per la prima volta nella sua vita si era scoperta impaziente. Eppure, non lo era stata quando aveva abbandonato Paniqui, il suo piccolo paesino di coltivatori di riso, per trasferirsi a studiare nella Metropoli di Manila. Non lo era stata nemmeno durante l’attesa dell’esito dell’esame di abilitazione per diventare ragioniere contabile. Persino quando dall’ambasciata francese le avevano comunicato che il suo visto era stato rilasciato non aveva conosciuto il volto dell’impazienza. In fondo, l’aveva sempre saputo che lei, prima o poi, da lì sarebbe partita: l’aveva promesso ai fratelli, l’aveva promesso ai suoi genitori, ma soprattutto l’aveva promesso a se stessa. 

“kaya mo yan! (ce la puoi fare!)” si ripeteva come un mantra ogniqualvolta la vita le bussava alla porta con una nuova sfida da affrontare, come quando a casa mancavano i soldi per comprare un chilo di riso e al college si offriva per lavare a mano i vestiti dei suoi coetanei più ricchi o più pigri o come quando stava sveglia con le sorelle di Jimmy fino alle 5 del mattino per cucinare dolcetti che avrebbe rivenduto ai colleghi d’ufficio. Ogni centesimo valeva la pena di esser guadagnato. E quando l’ultimo centesimo mancante per il prezzo del biglietto fu pagato, raccolse i vestiti, i libri, i documenti, coraggio, sogni, speranze, lacrime e raccomandazioni e si riempì la valigia e il cuore. 
Osservava con attenzione i volti delle persone che le passavano accanto. Il brusio della piazza riecheggiava nella sua mente: si chiedeva di cosa parlassero, quali fossero i problemi di chi vive in Europa, se qualcuno di loro sarebbe stato con loro sull’intercity notte 7087 che portava a Roma. Si chiedeva se ce l’avrebbero fatta a passare il confine con un biglietto valido fino a Mentone. Erano decollati da Manila e passando da Hong Kong avevano raggiunto Parigi: il loro visto europeo era valido solo in Francia, in Italia sarebbero entrati da clandestini. 

A Roma li avrebbe aspettati Alex, il fratello di Jimmy. 
A Roma li avrebbe aspettati un lavoro: lui autista, lei cameriera. 
A Roma li avrebbe aspettati un nuovo inizio. Avrebbero rischiato l’espulsione immediata, ma l’unica alternativa possibile per iniziare era rischiare. 
Mentre i lampioni si accendevano, iniziava a calare il fresco settembrino sulla piazza e una leggera foschia rendeva difficile distinguere le persone in lontananza.
”ancora cinque minuti e poi vado! Ma se torna prima, lo ammazzo!” pensò un attimo prima che Jimmy le toccasse la spalla facendola sobbalzare e porgendole con un sorriso appena accennato una brioche calda al cioccolato in segno di scuse. 
-ho fatto più in fretta che ho potuto! Giuro che d’ora in poi non sbaglierò – disse mentre Marta affondava i denti nella gradita merenda. 
-sei fortunato che sei bravo a farti perdonare. Altri cinque minuti e ti avrei lasciato qui, tanto parli discretamente francese! Hai mangiato? Lo sai che la parte dura arriva adesso. 
-non ho fame, pensiamo ad arrivare a Roma, credo che lì mi ritornerà l’appetito. 
-ce la faremo – concluse Marta con un tono misto tra l’affermazione e la domanda. 
-ce la faremo – ripeté lui schioccandole un bacio sulla fronte. Arrivarono al binario con dieci minuti d’anticipo, giusto in tempo per rintracciare Joe, il contatto che aveva affittato l’intera cuccetta in cui si sarebbero nascosti una volta superato il confine francese. Si presentarono, si sistemarono e come da accordo gli diedero una banconota da centomila lire.
-Ticket, s’il vous plait! Biglietto, grazie!- il capotreno bussò all’altezza di Ventimiglia. La cuccetta a sei posti era quasi totalmente al buio, illuminata solo dal segnale dell’uscita d’emergenza. Marta e Jimmy erano svegli, attenti e vigili trattennero il respiro, nascosti entrambi sotto i sedili più bassi.
La porta scorrevole si aprì e l’odore acre di sigaretta pervase lo scompartimento insieme a un fascio di luce che svegliò Joe, mentre due eleganti scarpe nere in pelle facevano il loro ingresso. Marta le fissò per un tempo che le sembrò inesorabile e senza rendersene conto ne aveva memorizzato ogni cucitura. Nella sua posizione poteva sentire il suo cuore battere più forte delle rotaie che stridevano contro i binari. Il rumore cadenzato scandiva i secondi più terribili della sua vita, in cui ripensò al bacio della madre, all’abbraccio della sorella e al viso del padre pregando di rivederli il più tardi possibile. Joe alzò la testa e, riconosciuto il profilo, tese all’operatore il cartoncino con dentro il biglietto e la banconota da centomila lire, come aveva fatto decine di volte, senza troppi riguardi e senza mai incrociarne lo sguardo. Cinquantamila per ogni clandestino, tanto valeva il suo silenzio. Il capotreno lo prese, ne vuotò il contenuto e dopo aver convalidato il biglietto, girò i tacchi senza ulteriori indugi chiudendo dietro di sé la porta a scomparsa. 
Joe diede allora due colpi al sedile e i due uscirono dal nascondiglio. In tagalog disse ai suoi compagni storditi e con i volti imperlati di sudore freddo: “Ora potete star tranquilli, sedetevi e riposatevi che fino a Roma è lunga”. 
Jimmy tirò a sé la compagna e sollevato la strinse violentemente, quasi ne volesse strozzare i pensieri con un abbraccio infinito.

”kaya mo yan!” si ripeté Marta tra sé e sé. Sospirò e baciò il rosario sul polso destro e cedendo alla stanchezza, appoggiò la testa al finestrino. Si abbondonò a un pianto silenzioso, e senza più voltarsi, si lasciò alle spalle paura, rabbia, nervosismo e impazienza insieme alla notte che avvolgeva le Alpi francesi.


Aida Angela Loyola

Scritto da Aida Angela Loyola

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Paola Suraci
Giornalista indipendente. Mi occupo di Sud, di terre dove l'emarginazione ha diverse facce. Racconto storie di uomini e donne che lottano per non arrendersi, per cambiare, racconto un altro Sud che spesso non ha voce. Guardo al Mediterraneo e ai fenomeni migratori auspicando la mescolanza di culture.