8 marzo / Il difficile lavoro di cura delle donne immigrate sospese tra integrazione e segregazione

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Katia Minniti

Se le donne straniere incrociassero le braccia per un giorno, il sistema paese si fermerebbe di colpo. Senza il loro lavoro, silenzioso e prezioso, crollerebbe la rete del welfare che permette anche alle donne italiane di lavorare. L’ 8 marzo è un momento per cercare di riflettere sul ruolo delle donne e su come questo Paese sta cambiando. Il nostro punto di vista è dedicato alle donne straniere, immigrate, che vivono e lavorano in Italia e che spesso nonostante la presenza massiccia (52 per cento degli immigrati totali) sono sempre più esposte a occupazioni dequalificanti e problemi quotidiani di integrazione e conciliazione con i tempi di vita.

Molto spesso esse rappresentano “la soluzione a basso costo” per il sistema di welfare italiano, soprattutto in relazione ai servizi di cura. Non è un caso, spiega il Dossier statistico immigrazione 2016, che la crisi abbia investito in misura più pesante l’occupazione maschile dequalificata, senza mettere particolarmente in discussione il ruolo del lavoro domestico e di cura quale fondamentale bacino occupazionale per le donne straniere. Nel 2015 esso interessava – secondo le rilevazioni dell’Istat – quasi la metà delle occupate straniere (46,8%), senza contare le irregolari e tutta l’area del sommerso, difficili da stimare. Stando ai dati dell’Inps, inoltre, negli ultimi tre anni il numero di lavoratrici domestiche straniere ha mostrato un decremento (-2,7 per cento tra 2014 e 2015), mentre un trend opposto ha interessato la componente femminile italiana; tuttavia l’incidenza delle straniere è schiacciante (74,7 per cento) e il loro numero rimane abbondantemente sopra le 500mila unità. A diminuire sensibilmente è stata la categoria delle colf (-5,4% rispetto al 2014, -17,3% rispetto al 2011), mentre il numero delle assistenti familiari – le lavoratrici che svolgono delicati compiti di cura e assistenza – è rimasto pressoché invariato nell’ultimo anno (+0,2 per cento) e, rispetto al 2011, è salito del 13,3 per cento.

Oltre 2 milioni le donne straniere

Le donne straniere che vivono regolarmente nel nostro paese sono oltre due milioni (il 52,6 per cento degli immigrati regolari). La maggior parte arriva dai paesi dell’Est come l’Ucraina, la Romania e la Moldavia, ma anche da Filippine, Bangladesh e Senegal. Ma nonostante la presenza massiccia, che supera quella maschile, e l’esistenza di comunità di connazionali ormai ben radicate, è sempre più difficile per queste donne una completa integrazione e realizzazione nel nostro paese. La maggior parte di loro, infatti, è occupata in mansioni dequalificate con il rischio reale di una segregazione in ruoli lavorativi di serie b. “Uno dei problemi più grandi è quello del riconoscimento dei titoli di studio, che rappresenta un forte limite per la mobilità scoiale sia delle donne che degli uomini – spiega Serena Piovesan, una delle curatrici del dossier Idos -. In particolare, le donne dell’Est arrivano qui con titoli di studio medio alti ma in rari casi riescono a spenderli: anche se nel loro paese si sono laureate qui vengono a fare le badanti, un lavoro che non corrisponde al percorso scolastico che hanno fatto e dal quale non riescono a staccarsi. E’ molto difficile che dopo aver fatto per anni le assistenti familiari, riescano poi a fare altro”.

Le criticità dell’incerimento

Un’altra criticità riguarda l’inserimento nel mercato del lavoro delle donne non comunitarie, che hanno tassi di occupazione inferiori di dieci punti percentuali rispetto alla componente comunitaria (46,7 per cento vs 56,9 per cento), e superiori di altrettanti punti quando si considerano i tassi di inattività (43,7 per cento per le non comunitarie, 33,4 per cento per le comunitarie). In alcuni casi l’inattività raggiunge valori superiori al 70 per cento, come per esempio tra le donne egiziane e indiane, e oltrepassa addirittura l’80 per cento tra le donne provenienti da Bangladesh e Pakistan. Il tasso di disoccupazione, mediamente al 16,1 per cento per le comunitarie e al 18,7 per cento per le non comunitarie, tocca il picco tra le egiziane (45,6 per cento), e si aggira su valori compresi tra il 32 per cento e il 38 per cento nei casi di pakistane, tunisine, marocchine e albanesi. Aldilà degli aspetti culturali, incidono anche fattori demografici (presenza di molte giovani madri con figli piccoli), nonché problemi di conciliazione tra accudimento della prole e opportunità lavorative disponibili. Il problema della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro è infatti molto difficile da superare per le donne immigrate. “Spesso non possono contare su una rete familiare che possa sostenerle nel momento del bisogno, come quando nasce un figlio o hanno problemi di salute – spiega ancora Piovesan -. E questo lo dimostrano i dati dell’Istat: in molti casi accettano il part time anche se vorrebbero lavorare di più”. Se, da un lato, dunque, le donne migranti si confermano artefici della “catena di cura globale” e assumono sempre di più un ruolo economico rilevante, i fenomeni migratori in corso, le disuguaglianze economiche e gli effetti della crisi le stanno esponendo “a forti rischi, rendendole ancora più vulnerabili, soprattutto in termini di salute”.